Un padre di fronte ad aumento delle tasse e prezzi impazziti

di Domenico Delle Foglie
da Avvenire

Metti un padre di famiglia sottoposto a un quotidiano bombardamento mediatico: il tuo Paese sta fallendo e ha bisogno dei tuoi sacrifici. Poi ci sono i figli, maggiorenni da un pezzo e che non hanno lavoro: deve pensarci lui. E gli anziani genitori con la pensione sociale che non ce la fanno più a curarsi e a mettere un piatto a tavola tutti i giorni. Coraggio, bisognerà aiutarli. Poi ci sarebbero quell’amico quarantenne disoccupato, una cugina ultracinquantenne “esodata”, una nipotina handicappata alla quale il Comune non può più garantire l’assistenza. Voi direte che quel padre di famiglia è davvero un poveraccio. Può darsi. Per noi, invece, è semplicemente un italiano del 2012.

Un cittadino qualunque che, se lavora, ha già visto la busta paga colpita dalla maggiorazione del prelievo Irpef e se ha una casetta in periferia, acquistata con il mutuo, sta vivendo l’Imu (la nuova Ici maggiorata sulla prima casa) come uno dei peggiori incubi. A giugno si paga la prima rata e lui non sa dove prenderli, quei soldi. Dovrà rinunciare a qualcosa, ma a cosa, se ha già rinviato l’acquisto delle scarpe per sé? Ai bambini che crescono bisognerà pur comprare i jeans e le ciabattine. Certo, le vacanze se le sognano, ma tenere i bambini tutta l’estate in città, sarà durissima.

I pensieri si affollano nella mente di quel padre di famiglia con le tasche sempre più svuotate dalle bollette che corrono come api impazzite. Eppure, bisogna andare avanti. La vita lo esige e non si può darla vinta a tutti gli gnomi della finanza internazionale che fra un colpo di speculazione alla tua fragile moneta e i ritardi colpevoli (oltre che le ruberie) delle classi dirigenti, ti hanno messo in ginocchio da qui a cinque anni, nella migliore delle previsioni. Se poi gli capita di accendere la radio o la televisione, quel padre di famiglia si può imbattere in racconti di vita e di povertà che lo riportano indietro di cinquant’anni. A quando era un bambino e faticosamente i suoi genitori mettevano insieme il pranzo con la cena. Ma la povertà, dignitosa ma pur sempre povertà, era l’unico orizzonte che conosceva. Non aveva ancora visto sfrecciare le fuoriserie, acquistato a rate gli elettrodomestici, usato le carte di credito, garantito ai figli la possibilità di studiare e magari diplomarsi o laurearsi, frequentato almeno qualche pizzeria o una sala cinematografica, guardato le partite di calcio in diretta tv sprofondato nel divano di casa, navigato su Internet e dialogato con mezzo mondo su Facebook, e magari viaggiato… sia pure in modiche dosi. Diciamo la verità, quel padre di famiglia non sa più che pesci prendere e da che parte ricominciare. Certo, non può mettere la testa sotto la sabbia. E poi ci pensa il presidente Monti a ricordargli che se non vuol fare la fine dei greci, gli toccano mille sacrifici più uno. Di sicuro, non può neppure scegliere la strada percorsa da quel personaggio di “Full Monty” che per mesi nasconde alla moglie di aver perso il lavoro, per poi ritrovarsi con i mobili pignorati.

Però, almeno una domanda quel padre di famiglia ha il diritto di porsela: ma è possibile che per salvare lo Stato io debba mandare in malora la mia famiglia? Domanda legittima se, alla fine di questa corsa impazzita della finanza pubblica e della speculazione finanziaria internazionale, tocca ancora una volta a lui e alla sua famiglia togliere la castagne dal fuoco a tutti, Stato compreso. Ma chi sta nel Palazzo stia attento a mettere quel padre di famiglia dinanzi all’alternativa secca: oggi salvo lo Stato o la mia famiglia? È un dilemma a cui nessun cittadino onesto dev’essere costretto a rispondere. Anche perché Stato e Famiglia… simul stabunt simul cadent.