di Anna Foa

Il libro Il Nazareno di Eugenio Zolli apparve nel 1938, pubblicato  dall’Istituto delle Edizioni Accademiche di Udine. Israel Zolli, che poi diventerà Eugenio, era all’epoca rabbino capo a Trieste e non era ancora subentrato – lo avrebbe fatto un anno dopo – nella cattedra rabbinica romana al rabbino David Prato, cacciato nel 1938 perché sionista. Pochi mesi dopo la pubblicazione di questo libro, le leggi razziste di Mussolini fecero di Zolli, nato a Brody, in Galizia, ma cresciuto in Italia, un apolide, e lo catapultarono negli anni duri della persecuzione. Sette anni dopo, nel febbraio 1945, sollevando un grande scandalo nel mondo ebraico italiano e molto clamore anche in quello non ebraico, Israel Zolli si convertì al cattolicesimo, prendendo con il battesimo il nome di Papa Pacelli e divenendo così Eugenio Zolli.

Un volume su Gesù Cristo – riproposto in un’edizione curata da Alberto Latorre Il Nazareno. Studi di esegesi neotestamentaria alla luce dell’aramaico e del pensiero rabbinico (Milano, San Paolo, 2009, pagine 618, euro 42) – scritto da un rabbino di primo piano, dunque, destinato poco dopo, nonostante questo libro e il vago sentore ereticale che lo circondava già da molti anni, a diventare il rabbino maggiore della Comunità romana. Una prefigurazione del suo percorso posteriore, un’anticipazione del suo successivo battesimo? Oppure, un percorso di studi esegetici ampiamente condiviso in ambito ebraico, un’attenzione verso la figura di Gesù Cristo propria, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, a molta parte del pensiero esegetico ebraico europeo? È quest’ultima la prospettiva in cui lo colloca, nella sua ampia e preziosa postfazione, il curatore Alberto Latorre, analizzando gli studi ebraici e cristiani sul Cristo in quei decenni cruciali del primo Novecento e contestualizzando in quest’ambito il lavoro di Zolli.
Il rabbino triestino scrive su Gesù e sui rapporti tra il primo cristianesimo e la cultura rabbinica del tempo con accenti e tesi non dissimili da quelle dei suoi maestri al Collegio Rabbinico di Firenze, Chayes e Margulies, e suscitando molte minori polemiche di quante non ne avesse suscitate il libro di Joseph Klausner su Gesù il Nazareno, che al suo apparire in ebraico a Gerusalemme nel 1921 fu attaccato tanto dagli ebrei ortodossi che dai cristiani, come ricorda, in un interessante brano di un suo romanzo ripreso da Latorre nella sua postfazione, il nipote di Klausner, lo scrittore Amos Oz.
Un ambito di studi molto frequentato dagli studiosi ebrei di tutt’Europa, e in particolare da quelli di area tedesca, eredi della Scienza del Giudaismo e legati alle correnti riformate, che sottolineavano fortemente l’ebraicità di Gesù e mettevano in rilievo le corrispondenze tra l’ebraismo rabbinico e il primo cristianesimo. Ma prediletto anche dagli studiosi cristiani, particolarmente protestanti, nella Germania del xix secolo, nell’ambito della scuola di Tubinga e delle successive scuole di teologia liberale, e fatto proprio, all’inizio del nuovo secolo, dagli studiosi modernisti. Un contesto, questo legato al metodo storico-critico di esegesi biblica, di grande interesse dalle due parti, di cui Latorre delinea qui con attenzione le coordinate culturali e storiche.
Se questo era il clima culturale in cui nasceva il poderoso studio di Zolli, bisogna anche dire che si trattava di un clima a cui scarsissimi furono gli apporti del mondo ebraico italiano. Fanno eccezione il Collegio rabbinico di Livorno, dove nella seconda metà dell’Ottocento insegnò Elia Benamozegh, il Collegio rabbinico di Firenze, con il suo nucleo di maestri di provenienza dalla Galizia, e Trieste, città culturalmente e fino al 1918 anche politicamente asburgica, aperta a tutte le correnti culturali mitteleuropee, non ultima, con Weiss, quella psicanalitica. Con Firenze e con Trieste strettissimi furono i rapporti di Zolli, che a Firenze aveva compiuto i suoi studi e a Trieste fu rabbino per vent’anni. Lontano da queste correnti culturali più ampie e legate all’esperienza di studi tedeschi, e all’impronta lasciata su di essi dal movimento riformato ebraico, era la cultura ebraica italiana, che non condivideva l’attenzione per la figura storica, per le categorie ebraiche della sua predicazione, e in genere per le radici ebraiche del cristianesimo. Un taglio più tradizionale e parrocchiale, che accomunava in quel momento storico l’ebraismo italiano agli studi di esegesi cattolica, anch’essi assai distanti, tranne che per alcune figure maggiormente legate al modernismo, dall’impostazione esegetica storico-critica diffusa nel resto d’Europa.
Nel suo volume, che raccoglieva contributi in parte già pubblicati nelle riviste di Raffaele Pettazzoni, Studi e materiali di storia delle religioni, e di Ernesto Buonaiuti, Ricerche religiose, Zolli procedeva utilizzando, oltre il metodo storico-critico, l’analisi comparativa delle religioni. Nelle conclusioni, lo studioso si discostava significativamente tanto dall’esegesi ebraica consolidata quanto dai dogmi della Chiesa cattolica. Egli sottolineava fortemente la somiglianza della predicazione di Gesù con l’ebraismo, postulava una stesura originaria dei Vangeli in ebraico e aramaico, negava che il termine nazareno derivasse da Nazaret – un argomento, questo, usato da quanti sostenevano la non storicità di Gesù – e faceva derivare l’eucaristia da un’evoluzione del seder pasquale ebraico.
Inoltre nel testo sembrava apparire fra le righe un riconoscimento della messianicità di Cristo. Ci sarebbe certamente stato di che suscitare le reazioni opposte di ebrei e cattolici. Tuttavia, queste reazioni non vi furono. Secondo Latorre, il mondo cattolico non aveva intenzione di attirare l’attenzione su un volume “di così difficile decifrazione e inquadramento”, in un momento in cui la crisi modernista si era da poco ricomposta e in cui il clima antisemita rendeva pericoloso ogni dibattito su temi così scottanti. La Chiesa preferì così passare sotto silenzio o quasi il volume (se si eccettuano le recensioni sostanzialmente positive da parte dei gesuiti de “La Civiltà Cattolica”), rinunciando perfino a utilizzare in chiave apologetica un testo in cui un illustre rabbino sembrava adombrare la messianicità di Cristo.
Quanto alla mancanza di obiezioni da parte ebraica, il contesto storico in cui apparve il libro, quello delle leggi del 1938, non spingeva a sollevare questioni tanto delicate, soprattutto nei mesi cruciali fra 1938 e 1939 in cui, mi sentirei di aggiungere, nella Chiesa non mancava chi, come padre Gemelli, sembrava auspicare un incontro tra le dottrine razziste e la Chiesa cattolica. Il volume fu invece molto apprezzato dal mondo accademico italiano e straniero. Entusiastica fu, nel novembre del 1938, la recensione di Ernesto Buonaiuti su Ricerche Religiose.
Al di là delle questioni strettamente esegetiche, il volume pone allo sguardo del lettore di oggi numerose questioni strettamente storiche e ci rimanda numerosi interrogativi sulla vicenda di Israel/Eugenio Zolli e sulla natura stessa della sua conversione. Una conversione certamente frutto di una scelta meditata, l’esito di un percorso lungo e difficile, ma anche una conversione che si limita a spostare accenti ed enfasi, ma non sembra cambiare sostanzialmente la qualità del discorso di base:  un’analisi rigorosamente critica dei testi biblici, che lo sollevava al di sopra di ogni ortodossia, che lo portava ad accentuare i legami storici fra ebraismo rabbinico e cristianesimo e a cogliere nella figura dell’ebreo Gesù la chiave di questo complesso momento di passaggio e trasformazione.
Il Nazareno appartiene alla fase ebraica dei lavori di studioso di Zolli, ma i cambiamenti introdotti dalla conversione nei suoi lavori critici sono stati assai scarsi, e motivati forse solo da ragioni di obbedienza e prudenza. Fra Wissenschaft e modernismo, si dipanava così il percorso religioso e scientifico, due momenti indissolubilmente intrecciati, dell’opera di Zolli. Una figura di confine, che gli ebrei, giustamente feriti dalla sua defezione, non capirono, e che la Chiesa nel dopoguerra, in un momento distante anni luce dalle aperture ebraico-cristiane, preferì lasciare in disparte. Il Nazareno è il frutto più alto di questo essere sul limite, fra le diverse ortodossie.

(©L’Osservatore Romano – 20 febbraio 2010)