2-11-2009 – Questi giorni di fine ottobre ed inizio novembre sono tradizionalmente dedicati dai cattolici, in modo speciale, alla preghiera per i defunti.
Ci sono molti motivi per pregare per i defunti. Uno di questi è accelerare la fine del loro periodo di Purgatorio e l’accesso alla beatitudine. Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 1030-1032), coloro che muoiono in grazia di Dio, ma non sono perfettamente purificati, sono già certi della salvezza eterna, però vengono sottoposti ad una purificazione, «al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo». È una motivazione molto ragionevole in favore dell’esistenza del Purgatorio, ma non mancano teologi che negano l’esistenza di quest’ultimo. Eppure l’insegnamento della Chiesa sul Purgatorio poggia solidamente sulla pratica della preghiera per l’espiazione dei defunti di cui parla già anche l’Antico Testamento: «Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato» (2 Mac 12,45). Secondo alcuni esegeti e secondo lo stesso Catechismo, esso trova conferma anche in altri passi della Scrittura (1 Cor 3,15 e 1 Pt 1,7).

Ebbene, la ragionevolezza del Purgatorio era già stata compresa anche da Platone (427 a.C. – 347 a.C.), che aveva colto la necessità di distinguere tre esiti post mortem: quello delle anime dei malvagi, quello delle anime degli uomini morti perfettamente giusti e quello delle anime di coloro che invece hanno bisogno di purificarsi per un certo periodo.
Leggiamo dunque un passo da uno dei suoi dialoghi, il Gorgia.
«Dunque, una volta [che gli uomini, dopo la morte sono] giunti al cospetto del giudice […], Radamente [uno dei giudici supremi in questo grandioso mito platonico], dopo avere fermata l’anima di ognuno, la osserva, senza sapere a chi appartenga; e, spesso, incontrata l’anima del Gran Re, o l’anima di un qualsiasi altro re o signore, non scorge nulla di sano in quell’anima, ma la vede frustata e piena delle cicatrici lasciate dagli spergiuri e dalle ingiustizie, segni che ogni sua azione impresse sull’anima, e vede tutte le storture lasciate dalla menzogna e dalla vanità, e non vede nulla di dritto, perché essa è cresciuta senza verità. E vede l’anima piena di sproporzione e bruttezza per colpa della licenza, della lussuria, della tracotanza e dell’intemperanza delle sue azioni. Ebbene, dopo averla vista, la spedisce con disonore dritta al carcere, dove, una volta giunta, deve subire le pene che le spettano.
Ebbene, a ogni uomo che sconti una pena, se questa gli sia stata giustamente inflitta, accade o di diventare migliore e di riceverne giovamento, o di diventare un esempio per gli altri, affinché gli altri, vedendolo patire le pene che gli tocca patire, per paura diventino migliori.
Coloro che traggono giovamento e che scontano la pena inflitta loro dagli dèi e dagli uomini, sono coloro che hanno commesso delle colpe sanabili. E il giovamento viene loro a prezzo di dolori e sofferenze, sia qui [nel mondo degli uomini], sia nell’Ade, perché non è possibile liberarsi dell’ingiustizia in altro modo» (Platone, Gorgia, 524 C – 525 C).
Già nel passo citato, e poi nel seguito, Platone menziona esseri umani le cui colpe sono insanabili, la cui destinazione è una dannazione eterna irreversibile.
Ma qui ci interessa il primo «approdo» di quelle anime che hanno meritato la beatitudine, ma non sono ancora pronte: come si vede dai passi che abbiamo evidenziato, il grande filosofo greco parlava già di uomini le cui colpe sono sanabili, dopo la morte biologica, attraverso una espiazione da scontare nell’Ade, cioè in una dimensione ultraterrena.

© Il Timone – novembre 2009