di Andrea Tornielli
Tratto da Il Giornale del 21 agosto 2009

La Chiesa romana deve avere un solo rito romano. La coabitazione di due forme – quella ordinaria secondo il messale riformato nel post-concilio, e quella preconciliare, liberalizzata due anni fa con il motu proprio Summorum Pontificum – è «difficile da gestire».

L’unico rito romano del futuro «dovrebbe essere uno solo, celebrato in latino o in vernacolo, ma completamente nella tradizione del rito che è stato tramandato». Sono le parole che il cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, scrive al filologo Heinz-Lothar Barth, esponente del tradizionalismo tedesco. Una lettera che ora viene per la prima volta pubblicata in un volume (Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Davanti al Protagonista. Alle radici della liturgia, Edizioni Cantagalli, pagg. 232, euro 15) presentato in anteprima al Meeting di Rimini che inizia domenica, in libreria da settembre.

La lettera è significativa perché nel 2003, a meno di due anni dalla sua elezione a successore di Papa Wojtyla, Ratzinger sintetizza il suo progetto di «riforma della riforma liturgica», da attuare «per gradi» al fine di riportare più senso del sacro e più adorazione nel nuovo rito, facendo sì che l’antico e il nuovo si compenetrino a vicenda, prendendo il meglio da entrambi. Quando il cardinale bavarese scriveva quelle righe, non poteva sapere che sarebbe stato lui il prescelto dal conclave, né che sarebbe stato lui a liberalizzare l’antico rito, nei confronti del quale, scrive nella lettera, «è ancora troppo grande l’avversione di molti cattolici, insinuata in essi per molti anni».

È curioso osservare come questo pensiero del futuro Papa – pensiero che non risulta affatto cambiato dopo l’elezione – venga oggi avversato sia da destra che da sinistra, vale a dire sia da una parte considerevole del mondo tradizionalista, sia da molti progressisti. I primi, «sdoganati» dopo anni di messa al bando, considerano il rito preconciliare come qualcosa di fisso e perfetto, qualcosa di assolutamente intoccabile, e vedono come fumo negli occhi qualsiasi proposta di cambiamento, anche soltanto quella di un arricchimento del lezionario e di un adeguamento alle nuove feste. I secondi considerano quello di Papa Ratzinger un «tradimento» del Concilio Vaticano II, mal sopportano la liberalizzazione di due anni fa, e cercano di vanificarla in ogni modo, facendola passare per una mania ritualistica e un po’ folkloristica. Per questi ultimi nulla è da cambiare nella liturgia post-conciliare.

La via scelta da Benedetto XVI è dunque quella mediana, per certi versi la più difficile, destinata a scontrarsi con gli opposti estremismi. Nel libro, pubblicato nella collana di Cantagalli intitolata «Strumenti per la riforma», diretta da Alessandro Galeotti, trova spazio anche un altro testo di Ratzinger finora mai pubblicato, nel quale il futuro Papa ribadisce come la liturgia non debba «essere il terreno di sperimentazione per ipotesi teologiche». «In questi ultimi decenni – afferma Ratzinger – congetture di esperti sono entrate troppo rapidamente nella pratica liturgica, spesso anche passando a lato dell’autorità ecclesiastica, tramite il canale di commissioni che seppero divulgare a livello internazionale il loro consenso del momento e nella pratica seppero trasformarlo in legge liturgica. La liturgia trae la sua grandezza da ciò che essa è e non da ciò che noi ne facciamo». Una puntualizzazione quantomai attuale data la persistenza di leggerezze, travisamenti e veri e propri abusi.