“Senza la preghiera e la diaconia della parola non ci può essere un servizio autentico della carità”. Nella predica conclusiva degli esercizi spirituali al Papa e alla Curia Romana, il salesiano don Enrico dal Covolo ha ribadito “il primato dell’ascolto, della contemplazione” nella vita del presbitero, evidenziando come esso rappresenti l’unico “antidoto” contro il rischio dell’attivismo fine a se stesso.

Nella cappella Redemptoris Mater, prima della riflessione del Papa, il predicatore ha offerto agli esercitandi le ultime raccomandazioni. Lo ha fatto prendendo spunto dal sesto capitolo degli Atti degli Apostoli, che racconta l’ordinazione dei primi sette diaconi, istituiti dalla comunità di Gerusalemme per il servizio delle mense. Un servizio – ha spiegato – che “presuppone il primato della dimensione contemplativa”. Per don dal Covolo appare evidente, infatti, come il servizio della carità venga subordinato alla preghiera e al servizio della parola. I Dodici – ha detto – avevano compreso che “l’impegno del discernimento per realizzare vere opere di carità deve essere sostenuto dall’intimità con il Signore:  dalla confidenza e dall’amicizia profonda con Lui”. Attualizzando il discorso, oggi il rischio per chi serve nella Chiesa è quello di cui Luca parla nel decimo capitolo del suo Vangelo; quello di chi – come Marta – si lascia prendere dai “molti servizi, fino al punto di smarrire la giusta scala dei valori”. Ma “l’episodio narrato da Luca stabilisce anche l’antidoto, il farmaco salutare all’agitazione di Marta, e suggerisce a chi serve nella carità il metodo per superare tale rischio:  è l’ascolto della Parola, definito come la parte migliore, l’unica necessaria, al vertice dunque della scala dei valori”.
Per il predicatore c’è quindi un primato da salvare a tutti i costi:  quello dell’ascolto, “pena il nonsenso e la degenerazione dell’agire”. Chi serve nella carità dovrebbe perciò impegnarsi a realizzare “una sintesi matura tra le mille esigenze della carità e la contemplazione di Dio”. Ed è un equilibrio che i pastori dovrebbero – ha esortato don dal Covolo – “sempre cercare fino all’ultimo giorno della vita”. Del resto capita  spesso di dover “vivere di necessità nella molteplicità dei servizi” e di uscirne “un po’ tesi e stanchi”. Ma ciò che più conta – ha puntualizzato – “è avere il giusto senso dei valori. È capire che il servizio fondamentale rimane quello della preghiera e della Parola; e che il punto di partenza di ogni diaconia autentica della carità è il cuore di Gesù Cristo, ricco di misericordia e di perdono”.
Quindi il presbitero salesiano ha invitato i presenti a chiedere al Signore la grazia di continuare a pascere il gregge secondo le modalità e gli impegni caratteristici della vocazione di ciascuno, “con fede e amore, con premura e umiltà, senza mai cedere alle tentazioni del ripiegamento su noi stessi, dell’accaparramento, della strumentalizzazione”.

(©L’Osservatore Romano – 28 febbraio 2010)