di Hans Urs von Balthasar

Chi è malato va dal medico, chi fa testamento si rivolge al notaio, allo specialista. C’è uno specialista della relazione di Dio con me? Nella sua libera donazione a un essere umano, Dio non è legato ad alcuna legge; in questo campo né il sociologo né lo psicologo hanno nulla a che fare, perché oggetto della loro scienza sono al massimo le relazioni religiose medie della “specie uomo” con un cosiddetto assoluto. Ma, anche in questo caso, questo essere unico che io sono, a cui il Dio unico si rivolge, non dovrebbe essere soggetto ad alcuna legge generale.
Nessuna legge socio-psicologica regola il comportamento di Gesù o delle persone alle quali egli si rivolge, essendo queste vincolate alla sua libera e irripetibile chiamata. Coloro che sono chiamati commettono una scorrettezza se obbediscono alle leggi normali del comportamento umano – prendere congedo, seppellire il padre, eccetera; in tal caso essi “non sono degni di lui”. Non posso pianificare insieme la Parola di Dio e la famosa “situazione concreta”, così che da ambedue risulti un parallelogramma delle forze.
Gesù, la Parola di Dio per me, mi viene incontro nella Chiesa, la quale custodisce la sua Parola, sempre attualmente viva, nella predicazione e nel sacramento. Nella Chiesa, nella sua comunione, io devo ricevere la sicurezza che la Parola di Dio non mi raggiunge come un’eco da un lontano passato, bensì mi risuona vicina, palpabile e chiara così come la mia esistenza è concreta nel tempo e nello spazio. Ma in questo caso la Chiesa non si trasforma forse a sua volta in legge generale che, nella sua interpretazione dell’irripetibile volontà di Dio nei miei riguardi, si frappone tra me e Dio, forte di un’esperienza socio-psicologica di secoli forse a essa specifica?
Tuttavia, se la Chiesa come Ecclesia è la comunità dei chiamati, se a essa sono state consegnate la Parola di Dio e le chiavi del regno dei cieli, se a essa è stato donato da Dio e da Gesù Cristo lo Spirito Santo che, essendo Dio, è irripetibile al pari del Padre e del Figlio e può spiegarci alla fonte la volontà di Dio in Gesù Cristo: se questa è la realtà, come potrei io fare a meno della Chiesa, nell’ipotesi che io voglia assoggettare la mia vita alla verità del Dio vivente? Ma quale Chiesa, chi nella Chiesa, può aiutarmi? Io pure sono un membro della Chiesa, ma né posso rivendicare per me lo Spirito Santo nella sua pienezza ecclesiale, né definirmi a testa alta un “buon cristiano” che vive vicino al cuore della Chiesa e comunica per osmosi con la sua più profonda comprensione. So invece benissimo, se sono onesto e sincero, quanto sono lontano dal soddisfare le richieste di Dio e quanto volentieri vorrei ridurre tali richieste al mio livello di medioborghese e di decaduto a causa del peccato, dando l’ultima parola alla sociologia religiosa, contro la mia stessa coscienza: “Che farci, gli uomini sono così”. “Tutto sommato, e considerato il mio carattere, non mi si può chiedere di più”.
Ciò ci aiuta a capire quanto difficile e complicata sia la condizione di chi va in cerca d’aiuto. La richiesta che io avanzo può essere soddisfatta da un uomo? Egli dovrebbe farmi da tramite nei miei rapporti irripetibili con Dio, senza però dissolverli nelle generalità di questo mondo. Egli dovrebbe pertanto sapere, basandosi sul proprio irripetibile rapporto con Dio, che cosa sia tale irripetibilità, e simultaneamente essere provvisto del mandato e dell’autorità di saperlo, nello Spirito Santo, anche per gli altri, per poter dare loro le adeguate indicazioni. Mandato e autorità da Dio, uniti con l’esperienza nello Spirito: ciò lo autorizzerebbe a richiedere da me – non per sé, ma per Dio e per me – ciò che io non ho il coraggio di chiedere a me stesso.
Questa è la prima qualità che dovrebbe possedere il prete che io cerco. Infatti il sacerdote dovrebbe essere colui che è delegato e dotato di autorità dall’alto, cioè da Cristo, per presentarmi la Parola incarnata di Dio, così che io sia sicuro di non ridurla ai miei scopi, di non averla anticipatamente svigorita con una mia interpretazione psicologica, esegetica e demitizzante, tanto da renderla impotente a generare in me ciò che le è proprio; così che io non possa sfuggire alle sue richieste, perché si presentano a me nella concretezza dell’autorità ecclesiastica, la quale nel ministero attualizza la concretezza dell’autorità divina. Non è però sufficiente che qualcuno mi metta impietosamente di fronte alle richieste della Parola, per poi lasciare che mi fermi: forse sono già giunto da solo a pormi di fronte a quelle. Egli deve anche aiutarmi a perseverare, a non fuggire, stando costantemente accanto a me, con amore inesorabile. Tale uomo è simile, in certi momenti, all’angelo del monte degli Ulivi, che infonde forza quando si è soli con Dio. La forza con cui tale uomo fa questo deriva certamente dalla sua missione (che possiede in se stessa la forza e l’inesorabilità di Dio) ma allo stesso tempo dal suo stesso vigore che lo star con Dio in solitudine gli conferisce.
Se gli manca l’esperienza, non potrebbe proclamare credibilmente la Parola di Dio neppure dal pulpito; tutt’al più potrebbe essere una eco morta di quello che, della Parola di Dio, altri – per esempio Paolo – predicarono con la loro esistenza. Tanto meno sarebbe capace di accompagnare, e di sostenere, un credente nel confronto esistenziale con la Parola di Dio. “Se gli manca l’esperienza…”: subito si affaccia, ma deve essere immediatamente respinta, la parola “specialista”. Nell’assoluto irripetibile non possono infatti esistere né “specializzazioni” né classificazioni. La stessa parola “scienza” va evitata, potendosi al massimo parlare di una certa “saggezza” che lo Spirito Santo concede a coloro che hanno familiarità con il suo “spirare dove egli vuole”. Anche se sono state proposte “regole per il discernimento degli spiriti” e si è parlato di una “scienza dei santi”, tali regole, se autentiche e utilizzabili, vengono però sempre date per esperienza personale e comprovate dall’esperienza personale nell’ambito della Chiesa; quella “scienza”, poi, si identifica con uno dei sette doni dello Spirito Santo, per cui può essere concessa soltanto a coloro – e da quelli soltanto può essere capita – che con la preghiera e con la pratica della vita si sforzano di penetrare il centro dello Spirito.
A colui che nella Chiesa si assume la missione di predicare ufficialmente e di proporre a ciascuno in particolare la Parola di Dio, che è Cristo, non rimane altra alternativa che quella di tradurla in atto e di perseverarvi con coerenza, di dedicare totalmente a essa la propria esistenza. Egli deve identificarsi con la sua missione; questo fecero gli apostoli per comando di Gesù, allorché abbandonarono tutto per seguirlo: non soltanto gli averi e la casa paterna, ma anche la moglie e i figli. Ovviamente, la rinuncia materiale per dedicare la vita alla Parola di Dio rimane soltanto il punto di partenza; essa diventa un criterio per giudicare il “prete che io cerco” soltanto se questo primo passo si trasforma in stile costante di vita. Da un punto di vista terreno, questo stile di vita è e rimane privo di senso, non trovando una collocazione in nessuna condizione sociologica; e ogni iniziativa che, partendo dal paganesimo o dal giudaismo, tentò di dargli un sostegno ecclesiologico suscitò sempre perplessità. Il prete deve continuamente prospettarsi l’eventualità di essere nuovamente escluso dall’organizzazione della società. Qui più che mai è valida l’affermazione di Agostino, secondo cui chi poggia la propria vita su Cristo non sta in piedi, ma sta appeso o “sta oltre se stesso”. E unicamente Dio in Cristo può garantire che “chi per amore mio e del Vangelo abbandona tutto” non cadrà nel vuoto senza trovare un punto d’appoggio, ma sarà sorretto (appeso) per tutta la sua esistenza.
Umiltà e zelo crescono dalla medesima radice. Il prete umile non sarà tentato di propormi qualcosa che non sia la Parola di Dio diretta a me; quello zelante non sopporterà che io mi sottragga a essa. Egli mi tiene alle redini, per cui posso rimproverargli di essere importuno; per la verità, importuna e insistente è soltanto la Parola di Dio. Nel caso io trovi il prete che cerco, non posso rimproverargli d’accostarsi a me con una sicurezza che nessun uomo può pretendere, quasi che egli debba limitarsi a indicarmi vagamente in quale direzione il mio cammino verso Dio forse si muove, quasi sia obbligato a lasciare a me e alla mia coscienza di giudicare, accettare o respingere le sue indicazioni generiche. Premesso che egli abbia identificato la sua esistenza con la sua autorità, assorbendola in questa, la sua missione non gli consente nessuna falsa modestia; altrimenti rappresenterà soltanto parzialmente e confusamente l’autorità nella Chiesa. Se l’unione con Dio nella preghiera e l’umiltà della mediazione pervengono alla trasparenza e al dono totale, allora può anche avverarsi il miracolo che da Dio giunga – nello Spirito Santo che è nella Chiesa – un’autentica direttiva che, per quanto scomoda, io non posso fingere di non udire. Soltanto chi sa scomparire senza finzione può ricevere la grazia della sicurezza. Egli può permettersi di gioire con chi è felice, di piangere con gli afflitti; mai però gli è permesso, per solidarietà, di tentennare con chi esiti nell’incertezza.
Abbiamo parlato di miracolo. La riuscita di un prete è sempre un miracolo della grazia. Il miracolo atteso sarebbe semplicemente la santità: quella di un uomo che in Dio ha perso talmente la coscienza di se stesso da stimare Dio come unica realtà importante. Egli non si preoccupa più della propria identità. Perciò è abituale e nutriente come una pagnotta da cui chiunque può strappare un boccone. Il modo in cui egli si distribuisce viene a identificarsi con quello adottato dalla Parola di Dio per distribuirsi in pane e vino. Egli conosce anche il modo di spezzare e d’interpretare la Parola di Dio. Contrariamente ai predicatori di oggi, egli non mi richiamerà dal deserto provvedendomi di un indigesto viatico di parole sull’apertura della Chiesa al mondo. Che cosa devo porgere agli affamati che mi circondano, se non pane? Ma dove lo prendo, se non mi viene porto? Come può la Chiesa uscire all’esterno se non ha più alcuna interiorità da porgere? Oppure si deve dire che essa scaccia da sé l’incertezza della propria identità perché non ha più alcuna esperienza di ciò che è il suo intimo? Non è essa stessa tale interiorità – la Chiesa non può riflettere se stessa – bensì Cristo, suo capo e anima, mediante il quale il Dio trino s’impossessa di essa.
Una volta c’erano i monaci, sia in Oriente che in Occidente, sull’Athos, a Clairvaux e al Ranft, a Kiev e Optina. I monaci erano anche chiamati “spirituali” (in greco, pneumatikói, coloro che possiedono lo Spirito); tale è tuttora la denominazione corrente dei sacerdoti nei Paesi di lingua tedesca. Per secoli, nell’ortodossia, i candidati ai gradi più elevati delle gerarchie sono stati forniti dai monaci. Sono spirituali quelle persone che hanno esperienza dello Spirito Santo e, grazie a essa, sono capaci di riconoscere e di accendere in noi, in me, lo Spirito nascosto, incognito, imprigionato. Quanto raro è diventato questo tipo di uomo. Dobbiamo forse accontentarci di un surrogato dello Spirito? Tale surrogato ci è fornito soprattutto dalla psicologia – il che non significa che  un buono e umile psicologo non possa essere permeabile allo Spirito Santo; ma il suo oggetto è rappresentato dalle leggi generali della psiche umana. Lo Spirito, invece, è sempre irripetibile. L’uomo spirituale deve permettere allo Spirito Santo irripetibile d’intervenire su di lui in modo da riuscire a soddisfare il bisogno di quest’uomo irripetibile che gli sta di fronte: non facendo intervenire forze mediatrici, ma nell’apertura alla grazia del Dio vivente, il quale liberamente rivolge a me la sua Parola amorosa, dolce ed esigente – mediante il prete che io cerco.

(©L’Osservatore Romano – 9 aprile 2010)