In calce stralci della lettera scritta da Don Maurizio al Prefetto di Napoli (pardon, signor Prefetto!). Da cui si ricava la differenza di statura umana

di Don Gabriele Mangiarotti
Tratto dal sito Cultura Cattolica.it

Il Prefetto ha ragione: “Non può chiamarci signori”. Ho visto il video postato da Repubblica, con questo commento che spiega quanto accaduto: «Durante un incontro in prefettura per denunciare l’allarme dei rifiuti tossici in Campania il parroco di Caivano Don Maurizio Patriciello viene duramente ammonito dal prefetto di Napoli Andrea De Martino per essersi rivolto al prefetto di Caserta, Carmela Pagano, chiamandola semplicemente “signora” e non “signora prefetto”. “Bisogna avere rispetto per le istituzioni. Così ci offende”, ha commentato De Martino».

E ascoltando le parole riportate dal video mi sono convinto. Il Prefetto ha ragione: “Non può chiamarci signori”. Infatti tale comportamento non è affatto da signori. L’educazione richiesta al sacerdote, a cui va tutta la mia solidarietà, manca nel «Signor» Prefetto. Se non si trattano così le istituzioni, come ha chiesto, non si tratta così nemmeno un sacerdote e neppure un semplice cittadino.

Che sia questa una forma della «arroganza del potere» da cui vorremmo liberata la nostra cara Patria?

P. S. : Oltre alla educazione, forse anche un poco di italiano non stonerebbe: nella foga, il prefetto scivola sull’italiano: «Se io la chiamerei ‘signore’ invece di reverendo, lei che direbbe?»

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Dalla lettera di Don Maurizio, inviata ad Avvenire, tratta dal sito di Rosario Carello:
«In mezzo a tanti problemi, mentre nei nostri paesi tanta gente scoraggiata non crede più a niente e a nessuno, mentre la camorra ancora ci fa sentire il suo fiato puzzolente sul collo, mentre i roghi tossici continuano a bruciare come se niente fosse, il signor Prefetto di Napoli mette alla berlina un prete perché anziché dire “signora prefetto” ha detto semplicemente “signora”»

“Se a me, prete di periferia, è concesso ignorare che chiamare semplicemente “signora”, la signora Prefetto di Caserta fosse un’ offesa tanto grave, non penso che fosse concesso a lei, arrogarsi il diritto di umiliare un cittadino italiano colpevole di niente, presente in prefettura come volontario per dare il suo contributo alla lotta contro lo scempio dei rifiuti industriali interrati e bruciati nelle nostre campagne”,

“Se una cosa mi addolora è constatare che tante volte è proprio la miopia delle istituzioni, la pigrizia di tanti amministratori, il cattivo esempio di tanti politici che fanno man bassa di denaro pubblico a incrementare la sfiducia in tanti cittadini”.

“Io alla mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del Clan dei Casalesi. La mia diocesi, Aversa, è quella di Don Peppino Diana. Quante mortificazioni, signor Prefetto. Quante intimidazioni. Quanti soprusi. Quante minacce da parte dei nemici dello Stato o di semplici delinquenti. Ma io dei camorristi non ho paura. Lo so, potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ho messo in conto dal primo momento che sono stato ordinato prete”.

“Ha voluto mortificare il prete o il volontario impegnato sul dramma dei roghi tossici? Ha voluto insegnarmi l’educazione – a 57 anni! – o mettermi a tacere perché già immaginava ciò che avrei denunciato? Le nostre campagne languono, signor Prefetto. I giovani sono scoraggiati. I tumori sono aumentati a dismisura. La gente muore. Le amministrazioni locali non riescono a tutelare il loro territorio e la salute dei loro cittadini. E sarebbe proprio a costoro che viene ricordato il dovere di farlo. È una serpe che si morde la coda. Siamo prigionieri in questo “Triangolo della morte”, in questa “Terra dei veleni” dalla quale desideriamo uscire quanto prima, pur sapendo che per tanti di noi i danni alla salute sono ormai irreparabili.

Ci ripensi adesso”.