Il Santo Padre risponde al sindaco, che aveva evocato le coppie di fatto: “I buoni governanti difendono la libertà di tutti, il matrimonio e la vita”

di Stefano Filippi
Tratto da Il Giornale

Milano – Nella stagione dell’antipolitica, ci vuole il Papa per sentire parlare con rispetto dei politici. «Fatevi amare», dice citando sant’Ambrogio. «Quello che fa l’amore non potrà mai farlo la paura».

E poi: «La ragione che vi muove non può che essere la volontà di dedicarvi al bene dei cittadini». Così «la politica è profondamente nobilitata, diventando un’elevata forma di carità».

Benedetto XVI continua a sorprendere. Nel breve incontro (un quarto d’ora) con le istituzioni e gli imprenditori, non fa altro che riprendere la vita e gli scritti di sant’Ambrogio, che prima di diventare vescovo di Milano ne fu governatore, cioè responsabile dell’ordine pubblico e giudice. I cui eredi sono tra il centinaio di persone ammesse in arcivescovado: sindaco, presidenti di provincia e regione, alcuni parlamentari, i vertici della procura e del tribunale, il nuovo leader di Confindustria.

Il Papa ricorda alcuni principi di sant’Ambrogio. «Il potere deriva da Dio, nessun potere dell’uomo può considerarsi divino, nessun uomo è padrone di un altro uomo». «La prima qualità di chi governa è la giustizia, virtù pubblica per eccellenza», che però non basta: occorre «l’amore per la libertà». Che è «elemento discriminante tra i governanti buoni e quelli cattivi». Non l’onestà, la fedina penale pulita, le capacità tecniche, le mani pulite. Scriveva sant’Ambrogio: «I buoni amano la libertà, i reprobi amano la servitù».

La libertà, dice Ratzinger, «non è un privilegio per alcuni ma un diritto per tutti che il potere civile deve garantire» in modo che tutti «possano proporre la loro visione della vita comune». Assicurare la libertà nel rispetto altrui e nel contesto delle leggi è compito dello stato laico «a servizio della persona e del suo “ben essere”». Risuona l’eco del grande discorso al Parlamento tedesco: le leggi «debbono trovare giustificazione e forza nella legge naturale superando una concezione positivista».

E che cosa vuol dire «servizio della persona»? Ecco la risposta del Papa: il diritto alla vita «di cui non può mai essere consentita la deliberata soppressione», la difesa della famiglia «fondata sul matrimonio e aperta alla vita», il diritto dei genitori «alla libera educazione e formazione dei figli». Lo stato non rende giustizia alla famiglia «se non sostiene la libertà di educazione per il bene comune dell’intera società».

Lo stato laico, insiste il Papa, esiste «per i cittadini». A esso la Chiesa non si oppone, ma offre collaborazione «con la sua esperienza, la sua dottrina, la sua tradizione, le sue istituzioni e le sue opere con cui si è posta al servizio del popolo». Ritorna l’idea della politica per il bene comune, per la gente. E Milano sa bene che cosa abbiano fatto tanti santi «della carità, della scuola, della cultura, della cura degli infermi e degli emarginati».

L’operosità dei cristiani lombardi oggi è «forse ancora più significativa che in passato». Essi agiscono «non per supplenza ma come gratuita sovrabbondanza della carità di Cristo». Dalle parole di Benedetto XVI non esce una volontà egemonica, un desiderio di conquistare spazi o guarentigie, ma uno spirito di collaborazione che già era palese nel discorso di venerdì in piazza Duomo. Una partecipazione che nasce «dall’esperienza totalizzante della fede».

«Il tempo di crisi che stiamo attraversando – dice Ratzinger – ha bisogno, oltre che di coraggiose scelte tecnico-politiche, di gratuità, di misericordia, di comunione». Per questo chi vuole fare politica deve farsi amare. «Niente è così utile come farsi amare», scriveva sant’Ambrogio. Una lezione per i governanti, a cominciare da quelli seduti in prima fila