di Vincenzo Andraous

Sono bambini che hanno messo sotto quel nero sulla spiaggia, non razzisti, non delinquenti, non violenti e non intolleranti di professione.

Semplicemente bambini al mare a ridere, a divertirsi, a fare quello che sentono a casa, a scuola, tra una giostra e un panino al McDonald’s, senza fretta di risultare protagonisti in qualche isola dei famosi,  bambini dentro un silenzio mai stato vigile su quella spiaggia.

Bambini mettono a soqquadro la calma piatta del bagnasciuga, usano parole vetuste, incompatibili con la liquirizia che sporca le labbra, scalciano come si fa a un pallone tra i piedi, fanno male a chi è nel mezzo, diverso nel colore, distante nell’avere, differente nell’onorare una gratitudine che non ci sarà.

Lanciano addosso all’intruso parole dure, aspre, gravide di dolore, lo fanno con il sorriso immacolato, ricercando approvazione e merito per quel che sentono a pranzo, alla televisione, e mettono in pratica con qualche difficoltà.

D’improvviso la metastasi mai salutare averci a che fare, tra gli sguardi disattenti degli adulti voltati da un’altra parte, in fin dei conti non è successo nulla, poco più di una ragazzata, che non è il caso di esagerare, amplificare, per di più il nero disturbava, recava danno, costringeva a una fastidiosa sopportazione.

Su quel fazzoletto di sabbia dorata è accaduto qualcosa di ben peggio di una sperimentazione gruppettara tra minori annoiati, c’è il sentore strisciante di una pochezza educativa che espande una specie di tirannide rovesciata, e imputarla a dei bambini in vacanza è solamente un esempio brutale e completamente sbagliato.

Il nero accerchiato, umiliato, percosso, è il segnale ripetuto, ma costantemente rimosso, del continuo degrado senza ritorno, una demenza senile di partenza, una prepotenza intellettuale e culturale, che fa mancare una vera alleanza, una condivisione, una strategia e una passione, per riuscire a mettere un freno al disastro che minaccia soprattutto i più giovani.

E’ una scommessa educativa che non prende quota, un salto qualitativo che non si realizza nonostante il decennio si concluda in maniera impietosa.

Il rischio è di rotolare in una deresponsabilizzazione che non è di pochi, non è di qualcuno, ma di quanti scambiano il dovere del rispetto per se stessi e gli altri, per il diritto di poter sopraffare: aggirando e manipolando la giustizia, che è condizione inappellabile per perseguire il benessere delle persone, della collettività, è punto di partenza per schierarsi dalla parte di chi non vede riconosciuti i propri diritti fondamentali, di più, dalla parte di chi è calpestato nei propri diritti di vivere e non sopravvivere.

Quei bambini non sono gli uomini che hanno opposto la disattenzione alla educazione, disarticolando il valore delle parole, per rendere quella differenza di pelle, di stato, di ruolo, un punto di arrivo per scacciare ciò che è diverso, ridotto a un non valore.

Stiamo parlando di bambini assediati dai gesti e dagli atteggiamenti di un pianeta adulto ben più irresponsabile dei Peter Pan in calzoncini corti, ma che farà pagare a caro prezzo  come sempre ai più giovani il pizzo per il futuro che scappa via.