Mancò la fortuna, non il disonore. Con questo motto tatuato sulla coscienza, il governo italiano ha deciso di restituire all’India i due Marò che erano stati arrestati e tenuti sotto processo in Kerala con l’accusa d’aver ucciso due pescatori locali mentre difendevano una nave italiana da un attacco piratesco. I soldati erano rientrati in Patria per un permesso elettorale, ma poi il governo ha negato all’Alta corte di Nuova Delhi il loro ritorno, sul quale pende un impegno scritto del nostro ambasciatore (subito messo dagli indiani in libertà condizionata come forma di ritorsione). Su questo giornale abbiamo già fatto l’inventario degli errori governativi, in modo speciale quelli della fatua, pavida e lasca Farnesina guidata da un ministro, Terzi di Sant’Agata (e dal sottosegretario Staffan de Mistura), con più cognomi nel passaporto che coraggio nel petto.

Si doveva impedire all’imbarcazione scortata dai Marò di uscire dalle acque internazionali e farsi abbordare dalle autorità indiane; oppure si poteva intervenire con i corpi speciali per ottenerne il rilascio; si doveva coinvolgere la Nato da subito, e a maggior ragione dopo aver scelto di trattenere i nostri soldati contravvenendo alla parola data, una volta registrata la reazione esulcerante degli indiani che hanno tecnicamente arrestato il nostro capo diplomatico a Nuova Delhi. Il governo poteva fare molto, ha fatto poco e quel poco tutto sbagliato. In una nazione sovrana e dotata d’amor proprio, il capo delle Forze armate (Giorgio Napolitano) “imporrebbe” adesso a quel che rimane di un governo larvale l’immediata espulsione, con disdoro, di Terzi e De Mistura, nonché del titolare della Difesa Giampaolo Di Paola. “La parola data da un italiano è sacra: noi avevamo sospeso il rientro dei soldati in attesa che Nuova Delhi escludesse il rischio della pena di morte”, ha detto De Mistura. Possiamo solo sperare che queste parole siano state imposte all’imbelle Farnesina dai due Marò: la loro è la sola parola di cui fidarsi in questa penosa storia.

da Il Foglio