di Giovanni Fighera da www.lanuovabq.it

Sisifo lungo

Troppo spesso si usano i termini in maniera errata, volontariamente o involontariamente. Qualcuno parla del cristianesimo o del cattolicesimo come di un’ideologia, mentre come ha ben sottolineato Papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est: «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».

Che cosa sono, invece, le ideologie e da cosa nascono? Perché da tre secoli stanno imperversando tanto che l’epoca contemporanea potrebbe essere definita come l’età delle ideologie? Il termine «ideologia» indica un pensiero o un sistema di pensiero pregiudiziale, senza un fondamento di verifica nella realtà. Quindi, lo sguardo ideologico è quella modalità di trattare il reale non partendo dall’osservazione e dal desiderio di conoscenza dello stesso, bensì dall’idea preconcetta che si possa già avere. Il sacerdote e filosofo Antonio Rosmini (1797-1855) scrive: «Non a torto l’italiano Napoleone se la prendeva con l’ideologia, quando intendeva con questa parola le teoriche di coloro che volevano regolare la società umana, escludendo tutte le condizioni reali e di fatto della medesima». Nella definizione di Napoleone l’ideologia ha, quindi, due caratteristiche: da un lato la sua presunzione di poter modificare, regolare, cambiare, violentare la realtà; dall’altro un tratto assoluto, ovvero svincolato dal reale, che non tiene conto della vera natura dell’uomo e della realtà. Il filosofo tedesco Karl Marx (1782-1838) considererà l’ideologia come una «dottrina o concezione (politica, morale, letteraria, ecc.) che nasconde sotto i propri princìpi ideali la difesa degli interessi della classe al potere (ed è completamente staccata da ogni preoccupazione di verifica obiettiva e storica)».

Qual è la madre di tutte le ideologie contemporanee del XIX e del XX secolo? La Rivoluzione francese, perché «lo scopo non solo dei fanatici, ma dei sommi francesi o precursori, o attori, o […] complici della rivoluzione era esattamente di fare un popolo esattamente filosofo e ragionevole» (Giacomo Leopardi). I teorici della rivoluzione credevano che «l’uso intiero, esatto e universale della ragione e della filosofia, dovesse essere il fondamento e la cagione e la fonte della vita e della forza e della felicità di un popolo» (Giacomo Leopardi). Tra i risultati prodotti dalla rivoluzione francese ci furono centinaia di migliaia di morti, una violenza inaudita nei confronti della tradizione cattolica francese, l’eliminazione della libertà di culto e di pensiero. Insomma vennero violati proprio quei principi a cui la rivoluzione si era ispirata a livello teorico.

La Rivoluzione è figlia di quella cultura illuministica francese in cui l’uomo e la cultura si affrancano dal Mistero e dalla dipendenza da Dio. Dimenticandosi dell’abisso di male cui può pervenire l’uomo, l’Illuminismo francese propone una visione positiva della storia e del mondo, scordandosi, però, della persona. La positività riguarda la società nel suo progresso, non il singolo. Tutta la vita del singolo deve impegnarsi nella realizzazione di questo ipotetico futuro, che non risponde alle domande di felicità del cuore del singolo. Ma la «perfezione di un governo umano è cosa totalmente impossibile e disperata, e in un grado maggiore di quello che sia disperata la perfezione di ogni altra cosa umana».
L’accesa reazione del Romanticismo all’Illuminismo francese non riuscirà a spegnere il materialismo e lo scientismo ormai imperanti, che si tradurranno a metà dell’Ottocento nel paradigma culturale positivista. Questa nuova cultura, oltre a radicarsi in una consolidata fiducia nella scienza e nel progresso, si rafforza nella convinzione che l’uomo possa finalmente realizzare un mondo perfetto senza Dio, confidando nelle «scienze positive» o nelle nuove dottrine politiche.

Non a caso proprio l’affrancamento dal Mistero e da Dio ora descritto porta all’imperversare delle ideologie nel XIX e nel XX secolo. Pur essendo, in parte, espressione di un desiderio buono, quello di realizzare una giustizia già su questa Terra, di trovare una salvezza di fronte all’esperienza del limite della nostra società e del sistema, le ideologie nella storia hanno mostrato l’inanità dello sforzo umano di poter costruire un mondo migliore senza Dio ricorrendo sempre alla violenza e alla sopraffazione.
La teoria del politologo Charles Fourier (1772-1837) proporrà un modello societario nuovo, fondato sulla base abitativa del falansterio, costituita da circa quattrocentocinquanta famiglie (mille cinquecento/duemila persone) che mettono in condivisione le proprietà. Educazione in comune, libertà sessuale, fine della famiglia monogamica, passaggio dall’esperienza capitalistica che non ha eliminato le ingiustizie sociali ad una fase economica e produttiva nuova, che eliminerà la sperequazione sociale e ridurrà l’alienazione nel lavoro: sono questi alcuni degli obiettivi che si prefigge il falansterio. Alcune esperienze concrete di falansteri nasceranno nel XIX secolo in Francia, negli Stati Uniti e in Brasile e mostreranno il loro completo carattere utopistico.

Allo stesso modo si paleserà come utopia l’ideologia marxista, che diventerà modello politico imperante in molti stati nel mondo assumendo denominazioni diverse, ma con una costante: l’abolizione della libertà e l’imposizione con la forza e la violenza di un modello nuovo in cui la persona non conta più. Il pensiero di Marx, come è noto, propone l’abolizione della realtà statuale, sovrastruttura non necessaria che garantiva l’ingiustizia borghese. La rivoluzione operaia deve passare solo attraverso uno stadio transitorio statale. I fatti andarono, poi, diversamente. Tutte le esperienze di rivoluzioni comuniste si concretarono in esperienze di regimi dittatoriali in cui il potere assoluto venne conferito al partito o al capo del partito. Ovviamente la realtà venne edulcorata e pubblicizzata con la creazione di miti umani che avallassero il sistema. In Unione Sovietica si sarebbe diffuso il mito di Stakanov, minatore realmente esistito che aveva ideato un modo per estrarre quantità di carbone addirittura quattordici volte superiori al previsto. L’uomo ideale diventa colui che si assoggetta al sistema, non si oppone, non si ribella, ma coopera per la grandezza della rivoluzione, del partito, dello stato. Inutile sottolineare che l’efficientismo e l’accresciuta produttività non rendono l’uomo più lieto. In Unione sovietica molti si opporranno allo stacanovismo, allo sfruttamento e alla dimensione di una vita condotta alla stregua delle bestie da soma.
In Occidente l’ideologia marxista non tramonterà neanche dopo che alla morte di Stalin (1953) vennero alla luce i milioni di morti di cui si era macchiato o ancora dopo i fatti di Budapest (1956) oppure dopo la primavera di Praga (1968). Anzi, il giudizio sui milioni di morti dell’URSS di Stalin e della Cina di Mao Tse Tong si tradusse spesso nella convinzione che il vero comunismo non era ancora stato realizzato storicamente. Insomma il comunismo era una conquista da raggiungere, piuttosto che un’ideologia che aveva mostrato il suo fallimento in tutto il mondo.

In questo XXI secolo in cui sembrano tramontate tutte le certezze e tutte le ideologie politiche, si può dire che sia finita l’epoca delle ideologie? Il «deserto» del mondo d’oggi, deprivato di un senso e di un Creatore, sempre più è invaso da ideologie che hanno la presunzione di costruire la nuova città, di creare l’oasi, di fondare il mondo nuovo sulle ceneri del vecchio, che avrebbe palesato tutta la propria insufficienza. Che si chiamino scientismo, relativismo, progressismo o ecologismo le nuove ideologie mostrano sempre la medesima presunzione che l’uomo possa prendere il posto non più occupato da Dio e finalmente, lontano da ancestrali fantasie religiose e superstiziose, realizzare il mondo giusto, equo, fondato sul diritto e su una morale al passo con i tempi.