di Andrea Sartori (Insegnante)
dal blog Protagonisti per l’Europa Cristiana.
Secondo fonti iraniane Yahoo! avrebbe fornito l’indirizzo mail di 200 mila dimostranti al governo di Teheran. Il colosso americano smentisce, ma ci sono precedenti, come gli ambigui accordi tra Google e Yahoo! e il governo cinese.

In questi giorni Cina e Iran, i due Paesi dove il boia lavora di più, hanno annunciato nuove condanne a morte. La Repubblica islamica manda al patibolo, per la quarta volta, un manifestante anti-Ahmadinejad, mentre in Cina vi sono state sei esecuzioni nella regione dello Xinjiang: e dietro le quinte si mormora di accordi tra i motori di ricerca e i governi totalitari.
Internet è una grande fonte di libertà, ma il rovescio della medaglia sta nel fatto che tale libertà può rivoltarsi e trasformarsi nel “Grande Fratello” di orwelliana memoria. I giornali, troppo occupati nelle liti da condominio tra Berlusconi e il centrosinistra, accennano appena al fatto che un quarto manifestante iraniano è stato mandato al patibolo. Lo rende noto il sito riformista Mowjcamp: il nome del condannato sarebbe Hamed Ruhinejad, e sarebbe addirittura un monarchico. E sempre dai dissidenti iraniani arriva un’accusa contro il motore di ricerca Yahoo!che avrebbe fornito agli ayatollah gli indirizzi di diversi manifestanti dell’ “onda verde”.
Secondo un post apparso sull’ Iranian Students Solidarity, blog iraniano in lingua farsi, il governo iraniano avrebbe trattato con due dei più grandi motori di ricerca mondiali, vale a dire Google e Yahoo!, per avere i dati dei mannifestanti pro-Mousavi. E mentre Google avrebbe negato di violare la privacy, Yahoo!, sempre secondo i bloggers iraniani, avrebbe regalato ai carnefici di Teheran più di 200 mila indirizzi a patto di non vedere oscurato il proprio sito.
Il colosso americano smentisce seccamente l’accusa degli studenti iraniani, negando qualsiasi incontro con le autorità di Teheran e ribadendo le proprie convinzioni in materia di privacy e libertà.
Però, purtroppo, non sarebbe la prima volta che, per denaro, grandi colossi si rendono colpevoli di atroci delitti nei confronti dei dissidenti. E nel caso dell’Iran nemmeno l’Italia ne esce pulita (d’altronde siamo uno dei principali partners commerciali della repubblica dei mullah). Sappiamo che l’Italia ha ceduto ad un ricatto di questo genere: dato che abbiamo contingenti schierati in Libano, ove sono presenti gli Hezbollah, la milizia libanese sciita fondata da Khomeini, Teheran ha pensato bene di dirci: voi ci date il know how per sorvegliare le comunicazioni, e noi vi mettiamo al riparo da attacchi terroristici. Mentre è noto l’accordo che nel 2008 ha portato la joint-venture Siemens-Nokia (Nsn) a mettere a punto un centro di monitoraggio all’interno della Telecom iraniana. La Siemens, come Yahoo!, ci tiene a smentire tali notizie.
Oltre al capitolo Iran, bisogna anche aprire il capitolo Cina, dove appunto sono avvenute delle esecuzioni nello Xinjang, la regione occupata dai cinesi Han ma abitata dagli uiguri, di stirpe turca e religione musulmana che stanno subendo, esattamente come i buddhisti tibetani, un genocidio etnico e culturale. Nuove esecuzioni sono avvenute in questi giorni. E anche qui abbiamo un precedente: i grandi motori di ricerca hanno concluso un patto con Pechino, mai smentito. Sia Google che Yahoo! hanno accettato di far filtrare i proprio siti per mettere le mani sul mercato cinese. E su Yahoo! grava una colpa simile a quella che gli viene rinfacciata dai ragazzi iraniani, e stavolta mai smentita nemmeno dai diretti interessati: anni fa il colosso statunitense aveva infatti contribuito all’imprigionamento dei due dissidenti Wang Xiaoming e Shi Tao, giustificando l’operato con la frase “agiamo nei limiti della legge locale”.
Internet potrebbe essere un’incredibile strumento di libertà. Ma se per soldi ci si  mette al servizio del Diavclo, allora può trasformarsi nel peggiore degli incubi distopici di George Orwell.