di Francesco Agnoli
Tratto da La Bussola Quotidiana

Tre anni fa moriva Eluana Englaro. Sembrerà pesante riprendere quel triste discorso, ma è necessario. Per ricordare due cose, una positiva ed una negativa.

La prima: per radicali e compagni l’eliminazione di Eluana doveva aprire le porte a chissà quale diluvio di suicidi assistiti nel nostro paese. Ci hanno sperato in tanti. Per il principio della diga: aperta una breccia, poi c’è l’inondazione. Per il principio di Werther: il suicidio genera suicidio, ancora oggi, come ai tempi in cui “I dolori del giovane Werther” di Johann Wolfgang Goethe scatenò una grande quantità di suicidi, per emulazione.

Invece l’Italia rimane una straordinaria eccezione. Il tessuto sociale si degrada sempre più, le chiese sono sempre più vuote, ma rimaniamo il paese in cui la tradizione cattolica fatica a lasciarsi sradicare del tutto. Ricordarlo, che siamo pur sempre il paese con più santi del mondo? Che siamo il paese di Roma, capitale della Cristianità? Che siamo la terra in cui sono nati i primi ospedali dell’Occidente e che ha mantenuto una “medical primacy”, come scriveva Lancet alcuni mesi orsono, sino al Settecento? Chi ricorda la lettura scolastica dei “Promessi sposi”, certamente rammenterà il lazzaretto di Milano, in cui morirono, per assistere i malati, cappuccini, camilliani, volontari provenienti da ogni parte del paese. Quella carità che ci proviene da secoli di storia, non è così facile da cancellare del tutto. Per questo, dopo Eluana nessuno ha ancora chiesto l’eutanasia, né per sé nè per un suo caro. I malati desiderano vivere e i loro cari vogliono dimostrare sino all’ultimo il loro amore. Alla faccia del numero incredibile di eutanasie “clandestine” (è lo stesso trucco, la stessa parola usata per legalizzare divorzio e aborto) che sarebbero emerse alla luce del sole, secondo i radicali, dopo Eluana. E’ una notizia straordinaria, questa, che dà fiducia. C’è ancora terreno buono, nel nostro paese, su cui lavorare.

Ma bisogna stare in guardia. E ricordare la seconda cosa, quella negativa: i fautori del suicidio assistito hanno mille e mille alleati, sono forti ed organizzati e cavalcano l’onda. Il loro primo alleato lo hanno causato loro stessi, con l’introduzione dell’aborto: l’invecchiamento generale della popolazione, unito alla crisi economica, porterà sempre più a ridurre anche le spese sanitarie e a lasciare le famiglie sempre più sole; l’individualismo incalzante, favorito dal disgregarsi delle relazioni sociali e della famiglia, farà il resto.

Anche questo governo, con l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne e l’idea sorosiana della assoluta mobilità in campo lavorativo (cambiare città e lavoro più volte nella vita, ha auspicato, più che paventato, Monti, per i nostri giovani), contribuirà a creare una società che va nella direzione dell’eutanasia. Quando i figli lavoreranno un anno a Napoli, un anno a Oslo e il successivo in un’altra città ancora, quanto sarà difficile mettere su famiglia? E chi si occuperà degli anziani genitori, magari malati? I figli un tempo erano anche un investimento per la vecchiaia: oggi non ci sono quasi più; domani quei pochi abiteranno lontano dai loro cari.

E qualcuno, negli ospedali intasati, ragionerà come il politico francese Jacques Attalì nel suo L’avenir de la vie: “Quando si sorpassano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e costa caro alla società…L’eutanasia sarà uno degli strumenti essenziali delle società future… Macchine per sopprimere permetteranno di eliminare la vita allorché essa sarà insopportabile o economicamente troppo costosa”.

Vita “economicamente troppo costosa”: ci siamo vicini. Vita “insopportabile”: lo diventerà non appena la cultura della morte diverrà ancora più forte, insieme alla solitudine e alla creazione di un concetto di pietas rovesciato. Allora vedremo che la gente si recherà nelle cliniche per il suicidio assistito, come in Svizzera, disposta a pagarle profumatamente, non solo in caso di gravi malattie, ma anche dinnanzi ad una depressione o a qualche altra sconfitta esistenziale. E morirà ascoltando la canzone preferita, ultimo desiderio di chi non ha più neppure l’idea che questa vita sia anche un compito, oltre che un dono, di cui ci sarà chiesto conto.

Perché questo non avvenga, c’è una sola speranza: tornare a costruire famiglie vere, indissolubili nel rapporto tra genitori, aperte alla vita quanto ai figli. Dove c’è famiglia solida, lì c’è senso di responsabilità, capacità di sacrificio, di amore, legame indissolubile di carità tra i membri…Nessuno allora viene lasciato solo, e nessuno ritiene di essere il custode di suo fratello o di suo figlio, di sua madre o di suo padre…uccidendoli…

Nel frattempo, chi ha il compito di contribuire ad una cultura della vita, ricordi a tutti questi fatti, perché la falsificazione mediatica li ha fatti dimenticare e li ha occultati: Beppino Englaro si è battuto quasi 17 anni, cioè sin dal principio della disgrazia, per ottenere di poter lasciar morire sua figlia; 17 anni in cui Eluana è stata servita e accudita con amore, non da lui, ma dalle suore misericordine; in quei 17 anni, Eluana non ha sofferto affatto, mentre è morta sola e sofferente.

Rileggiamo i quotidiani di quei giorni: il neurologo Carlo Defanti, uno dei medici che ha seguito Eluana negli ultimi giorni di vita, decise di darle “farmaci sedativi per evitare spasmi o reazioni muscolari”, una “terapia sedativa e antidolorifica anche pesante” (Corriere 4/2/20009).

Perché, evidentemente, Eluana soffriva. L’ultimo giorno della sua vita, ricordava sempre il Corriere, “si incomincia a compilare il registro della sofferenza. Dopo 24 ore le prime complicazioni: sabato pomeriggio Eluana respira a fatica, le mucose sono asciutte. Gli infermieri nebulizzano acqua. Domenica la situazione si complica: gli infermieri la girano ogni due ore, le nubulizzano acqua sulle mucose. Una cronista che la vede, Marinella Chirico, racconta che “è irriconoscibile, le sue orecchie hanno delle escoriazioni”. Eluana è già sedata. Il farmaco è il Delorazepam, iniettato sottocute. Lunedì le sue condizioni precipitano. Il registro della sofferenza parte all’una di notte… la sedazione prosegue. Nel pomeriggio la febbre sale. Eluana è debole, respira malissimo, è sempre sedata. Le urine sono scomparse. Alle 19. 35 il cuore si ferma”. (Corriere, 11/2/2009).

Accanto il padre non c’è, da giorni ormai… Forse perché per lui era già morta 17 anni prima; forse perché ha già la testa nei libri e nelle conferenze, che tiene numerose, ogni anno, per ricordare quell’evento. Quasi fosse una vittoria della civiltà. Ricordiamolo anche noi, nel modo giusto, per ristabilire la verità dei fatti e la pietas.

E ricordiamo quei malati che non interessano nulla ai media, ai radicali, agli eutanasisti, e che reclamano solo di non essere soli. Come i malati di Sla o di altre terribili morbi, riuniti nel club “L’inguaribile voglia di vivere” di Massimo Pandolfi, Mario Melazzini, Giovanni Battista Guizzetti…, che hanno scritto: “Qualcuno di noi è malato. Gravemente malato. Qualcuno di noi è disabile. Gravemente disabile. Qualcuno di noi è sano. Gravemente sano. Ma siamo tutti uguali. Vivi. E felici di essere vivi. Vi confidiamo un piccolo-grande segreto: vogliamo amare ed essere amati. Chiediamo solo di amare e di essere amati. Certo, la fatica pesa, la sofferenza angoscia, il mistero turba. Ma se c’è amore, la vita è bella: sempre. Questo vuole essere il club dell’allegria. Il club che tutela la vita, col sorriso. Il club che vuole abbattere tutte le barriere, a cominciare da quelle culturali.

Il club che si batte affinché si faccia qualcosa di più, molto di più, per chi è solo. Per chi è malato. Per chi è disabile. Per chi è anziano. Per chi è in difficoltà. Per… tutti noi. Perché tutti noi, prima o poi, saremo in difficoltà. Perché tutti noi, già ora, abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Sani o malati, giovani o anziani, atleti o disabili. La nostra mascotte è una coccinella blu. La coccinella è il simbolo della fortuna, della speranza, della vita. Però la coccinella vera è rossa, non blu. Sapete perché la nostra è blu? Perché dimostra che, anche se la vita assume i colori che nessuno di noi vorrebbe, la speranza non muore mai.. ” ( www.inguaribilevogliadivivere.it ).