di Don Antonello Iapicca

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“In particolare il Decalogo – le “Dieci Parole” o Dieci Comandamenti (cfr Es 20,1-17; Dt 5,1-21) – che proviene dalla Torah di Mosè, costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei Cristiani. Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana. Gesù stesso lo ha ripetuto più volte, sottolineando che è necessario un impegno operoso sulla via dei Comandamenti: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19,17). In questa prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di testimonianza…. Come insegna Mosè nello Shemà (cfr. Dt 6,5; Lv 19,34) – e Gesù riafferma nel Vangelo (cfr. Mc 12,19-31), tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo….Nella tradizione ebraica c’è un mirabile detto dei Padri d’Israele: “Simone il Giusto era solito dire: Il mondo si fonda su tre cose: la Torah, il culto e gli atti di misericordia” (Aboth 1,2). Con l’esercizio della giustizia e della misericordia, Ebrei e Cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al Regno dell’Altissimo che viene, e per il quale preghiamo e operiamo ogni giorno nella speranza. (Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma, 17 gennaio 2010)

Il cuore del Papa, in sintonia e continuità con quello di Giovanni Paolo II e degli altri Pontefici, batte con il ritmo del Decalogo. Il suo pontificato, anche se è un aspetto non sottolineato, spesso pregiudizialmente e ad arte, affonda le radici nella tradizione ebraica. Per chi ha familiarità con i suoi scritti non è una sorpresa. Non solo per quel che si riferisce alla Scrittura, ma anche per quanto riguarda la liturgia – sì, proprio la liturgia ed in essa l’eucarestia…. – e l’evangelizzazione, missione precipua della Chiesa. Vengono in mente le parole pronunciate a Ratisbona, quelle ripetute innumerevoli volte sull’intriseca unità di fede e ragione, e quelle di qualche giorno fa sul “cortile dei Gentili“. E’ in questa visione aperta all’evangelizzazione e all’annuncio della Verità capace di salvare la vita degli uomini che sono fondati il pensiero e il pontificato di Benedetto XVI. Ed il cortile dei Gentili è oggi il vero punto d’incontro con l’ebraismo, al di là delle sterili polemiche. Gentili sono tutti coloro che hanno smarrito o non conoscono Dio. Ebrei e cristiani costituiscono, l’uno innestato sull’altro, il Popolo eletto che proclama la presenza di Dio lungo tutta la storia. E’ il Popolo che, con modalità differenti secondo l’insondabile disegno di Dio, che, unico e diverso da tutti i popoli, apre giorno dopo giorno, in ogni piega della storia e in ogni agolo dl mondo, il cortile atravers il quale Dio stesso vuole raccogliere ogni uomo. Le Beatitudini, traduzione neotestamentaria del Decalogo, sono la luce del Dio vivo fatto carne in questo Popolo. Viverle è la questione decisiva per la Chiesa, come, da sempre, lo è stato il Decalogo per Israele. In questa Parola, in questo cammino di vita, molto più incisivamente e fecondamente, cristiani ed ebrei possono incontrarsi. Anzi, si incontrano, come testimoniano il Cammino Neocatecumenale e la Domus Galilaeae. In esso le radici ebraiche trovano lo splendore del compimento, e giungono, quali testimonianze vive, ad ogni fratello, in ogni parte del mondo. L’incontro di ieri nella Sinagoga di Roma avvine, quodiniamente, elle comunità del Cammino, in Europa come in Africa, in Oceania, come in Asia, sino al piuù remoto villaggio. Dio è fedele alle sue promesse, le stesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza, e, attarverso di essa, cortile dei Gentili sempre aperto, a tuti i popoli della terra.