Nel visitare l’Hospice Sacro Cuore al Gianicolo

ROMA, domenica, 13 dicembre 2009 (ZENIT.org).- I malati terminali non devono essere emarginati da una mentalità che mette al centro l’efficienza fisica. E’ questo in sintesi il messaggio lasciato questa domenica da Benedetto XVI nel visitare l’Hospice Sacro Cuore, al Gianicolo, un Centro di cure palliative gratuite per malati terminali, che si occupa anche di formazione e ricerca.

Il primo nucleo dell’Hospice è sorto nel 1998 all’interno della Casa di Cura Sacro Cuore, grazie al sostegno del Circolo San Pietro e della Fondazione Roma e con il supporto medico-scientifico del Polo Oncologico Regina Elena.

Secondo quanto riferito alla Radio Vaticana dal Direttore sanitario dell’Hospice Sacro Cuore, il dott. Italo Penco, attualmente nel centro i malati terminali sono 150 – per lo più affetti da infermità oncologiche -, di cui 30 in ricovero mentre 120 godono del servizio di assistenza domiciliare giornaliera.

“Nel 2002 – ha raccontato il dotto. Penco – abbiamo iniziato anche un’attività per i malati di Alzheimer – circa 20 persone – ed anche in questo ambito abbiamo iniziato una attività a domicilio, che prevede l’assistenza a 50 persone”. Per questa patologia degenerativa è stato creato il Centro Diurno Alzheimer per la riattivazione cognitiva, motoria e funzionale delle persone colpite.

“Nel 2008 – ha continuato – abbiamo inoltre iniziato un progetto di assistenza ai malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica e sono 9 malati, di cui tre in ricoveri e sei a domicilio. Il Sacro Cuore, quindi, oggi assiste circa 220-230 malati”.

Durante la sua visita il Papa ha incontrato, insieme ai pazienti, i medici, gli infermieri, il personale sanitario, il personale amministrativo e i volontari del Circolo San Pietro, che svolgono attività socio-assistenziale all’interno dell’équipe sanitaria tesa a lenire il dolore fisico e spirituale, a colmare la solitudine e l’abbandono. Essenziale anche il contributo offerto dalle Suore della Divina Volontà.

Il Papa è stato accolto, tra gli altri, dal Cardinale Vicario di Roma Agostino Vallini, dal Presidente del Circolo San Pietro, il duca Leopoldo Torlonia, e dal Presidente della Fondazione Roma, l’avv. Emmanuele Emanuele.

Nel suo Indirizzo di saluto il duca Leopoldo Torlonia ha ricordato che “i nostri pazienti, spesso, sono persone sole o con famiglie che non hanno la possibilità di potersi occupare di loro” e che “nel rispetto totale della libertà di ciascuno, la nostra assistenza si fa preghiera silenziosa e concreta e noi, insieme al personale medico, infermieristico e ausiliario, cresciamo nella fede e cerchiamo di donare speranza”.

“I nostri volontari, sempre presenti, sempre vicini a queste deboli vite, sono partecipi e testimoni del cambiamento delle persone”, ha continuato. E infatti “in quasi tutti avviene un progressiva crescita umana e spirituale, anche grazie all’affievolimento della sofferenza dovuto alle cure palliative”.

Dal canto suo l’avv. Emmanuele F.M. Emanuele ha affermato che “dagli insegnamenti di Sua Santità Pio XII contro l’accanimento terapeutico, siamo arrivati oggi a capire che la disperazione per il dolore che colpisce la persona è così grande da far desiderare che tutto finisca con la morte, con la morte provocata, con l’eutanasia”.

“La nostra esperienza – ha poi sottolineato – ci porta a poter dire che il controllo del dolore, senza la perdita della conoscenza, aiuta ad affrontare la morte con dignità, questo è ciò che si propongono le cure palliative ed è sicuramente una risposta concreta alla crescente ‘voglia’ di eutanasia che la società di oggi vuole imporci”.

Riallacciandosi a questo discorso, il Papa ha osservato che “oggi, la prevalente mentalità efficientistica tende spesso ad emarginare queste persone, ritenendole un peso ed un problema per la società”.

“Chi ha il senso della dignità umana sa, invece, che esse vanno rispettate e sostenute mentre affrontano le difficoltà e la sofferenza legate alle loro condizioni di salute”, ha sottolineato.

Il Pontefice ha quindi lodato l’utilizzo che il Centro fa delle cure palliative, “le quali sono in grado di lenire le pene che derivano dalla malattia e di aiutare le persone inferme a viverla con dignità”.

“Tuttavia, accanto alle indispensabili cure cliniche – ha precisato –, occorre offrire ai malati gesti concreti di amore, di vicinanza e di cristiana solidarietà per venire incontro al loro bisogno di comprensione, di conforto e di costante incoraggiamento”.

Nel suo discorso Benedetto XVI ha voluto offrire a ciascuno “una concreta testimonianza di vicinanza e di affetto”, assicurando la sua preghiera e invitando “a trovare in Gesù sostegno e conforto, per non perdere mai la fiducia e la speranza”.

“La vostra malattia è una prova ben dolorosa e singolare – ha detto –, ma davanti al mistero di Dio, che ha assunto la nostra carne mortale, essa acquista il suo senso e diventa dono e occasione di santificazione”.

“Quando la sofferenza e lo sconforto si fanno più forti, pensate che Cristo vi sta associando alla sua croce perché vuole dire attraverso voi una parola di amore a quanti hanno smarrito la strada della vita e, chiusi nel proprio vuoto egoismo, vivono nel peccato e nella lontananza da Dio”, ha continuato.

“Infatti – ha sottolineato –, le vostre condizioni di salute testimoniano che la vita vera non è qui, ma presso Dio, dove ognuno di noi troverà la sua gioia se avrà umilmente posto i suoi passi dietro a quelli dell’uomo più vero: Gesù di Nazaret, Maestro e Signore”.