La chiesa nel mondo
di Giampaolo Crepaldi*
Tratto da L’Occidentale il 29 agosto 2010

La casa editrice Cantagalli pubblicherà a breve il “Secondo Rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel Mondo” curato dall’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa. Anticipiamo un brano del Capitolo sul Magistero sociale di Benedetto XVI lungo l’anno 2009, in cui Monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste e presidente dell’Osservatorio, si sofferma sulle motivazioni degli “attacchi al Papa”. Il prossimo 9 Settembre, Monsignor Crepaldi terrà una Lectio Magistralis su “Il Cattolico in politica” presso la Summer School della Fondazione Magna Carta

Lungo il 2009 il papa Benedetto XVI ha subito numerose e vistose aggressioni, potenziate dai media internazionali. Queste critiche ideologiche al papa si sono manifestate soprattutto in due occasioni. La prima è stato quando il papa, intervistato sull’aereo che lo stava portando in Africa per il viaggio apostolico in Angola e Mozambico, ha negato che l’uso del preservativo possa essere una soluzione al dramma dell’Aids e che anzi, in quanto alimenta l’irresponsabilità dei comportamenti, può addirittura essere un alleato della malattia. La seconda occasione è stata quanto Benedetto XVI ha revocato la scomunica nei confronti dei quattro vescovi ordinati da Marcel Lefebrve. Proprio in quei giorni l’arcivescovo Williamson, uno dei vescovi interessati dalla revoca, si era lasciato andare a dichiarazioni antisemite. La stampa in quei giorni parlava di un “Papa solo”. Certamente il Papa non è mai solo, ma senz’altro è stato sotto attacco, da fuori e da dentro il mondo cattolico.

Contro le affermazioni del Papa sul preservativo sono intervenuti con tono accusatorio la Francia, la Germania, il Fondo Monetario Internazionale, il Parlamento del Belgio, oltre che la grande stampa internazionale, come per esempio “Foreign Policy”. Non sono mancati numerosi interventi, non solo di operatori e missionari cattolici, ma anche di studiosi, che hanno dimostrato la fondatezza anche scientifica, oltre che di buon senso, delle parole del Papa.

Non sono stati esempi di vera laicità. Questa, infatti, consiste nell’adoperare la ragione e gli argomenti di realtà, non l’ideologia, per accogliere o meno quanto dice la Chiesa. La politica non deve assumere categorie confessionali, però non deve essere indifferente o, peggio, antireligiosa, in quanto assumerebbe le vesti di una nuova religione. La laicità non deve essere una nuova religione dell’esclusione della religione dalla sfera pubblica. La laicità della politica non è neutralità ma imparzialità a garanzia del diritto alla libertà religiosa di tutti. Dire che non è indifferente alla religione significa affermare che con la ragione essa esamina quanto afferma la Chiesa a proposito dei grandi temi etici. La politica, infatti, è autonoma dalla religione ma non dalla morale, dato che dovrebbe occuparsi del bene dei cittadini. Esamina e valuta. Del resto il cristianesimo accetta di essere giudicato dalla ragione, sono piuttosto altre le religioni che non vogliono essere giudicate dalla ragione.

Il cristianesimo ha la pretesa di insegnare, per rivelazione, cose circa l’uomo che non configgono con la sua umanità e che non creano un dissidio tra essere uomo ed essere cristiano. Quindi è possibile sempre, anzi è richiesto dallo stesso cristianesimo, che la ragione verifichi questa corrispondenza e chiami la religione davanti al tribunale della ragione. Il cristianesimo non solo accetta, ma richiede e stimola la laicità, l’illuminismo della ragione che vuole “darsi ragione” anche delle proposte che provengono dalla fede. Altre religioni non lo fanno e su questo punto la politica è chiamata ad un discernimento: non tutte le religioni sono uguali, sia perché molte fanno proposte contrarie alla ragione, sia perché molte non accettano nemmeno – per integralismo – di essere giudicate dalla ragione.

Anche la ragione però può essere integralista e questo capita quando rifiuta l’invito della fede ad allargarsi e ad avere fiducia in se stessa. Solo una ragione che accetta di essere giudicata dal tribunale della fede religiosa può a sua volta ergersi a tribunale. Ci sono religioni che mortificano la ragione, ce ne sono altre che la spingono ad aprirsi. Benedetto XVI presenta il cristianesimo come la fede che aiuta la ragione a non fermarsi mai e a non limitarsi all’ambito del misurabile. E’ per questo che la religione cristiana sfida la ragione ad essere pienamente se stessa. La laicità della politica consiste nell’accogliere questa provocazione e sfuggire così al pericolo di un proprio integralismo. E ciò vale anche per Aids e preservativi.

La Lettera sul ritiro della scomunica ai vescovi lefebvriani. Per quanto riguarda invece la scomunica ai vescovi lefebvriani il Papa stesso si è visto costretto a scrivere una Lettera a tutti i vescovi cattolici per spiegare le ragioni del ritiro della scomunica. Si è trattato di un caso unico, mai capitato prima, e perciò di grande rilevanza. Evidentemente il ritiro non era stato compreso anche da parte di numerosi vescovi. Il testo di questa Lettera, per l’accoratezza pastorale che lo anima e per l’altezza delle considerazioni svolte, rimarrà senz’altro una pietra miliare in questo pontificato. Esso è di grande importanza anche per la Dottrina sociale della Chiesa, in quanto parla della principale preoccupazione di questo pontefice, preoccupazione che conferisce un senso anche alla proposta della Dottrina sociale.

Ecco il passo più significativo della Lettera: “Ora però rimane la questione: Era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorità? Non ci sono forse cose molto più importanti? Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti. Penso di aver evidenziato le priorità del mio Pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: ‘Tu… conferma i tuoi fratelli’ (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: ‘Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi’ (1 Pt3, 15). Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi Dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr. Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l´umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo”.

“Rendere Dio presente in questo mondo”. All’interno di questa missione noi leggiamo anche il ruolo della Dottrina sociale della Chiesa, poiché “con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento”. Da cui tutti i mali della società. La Lettera di Benedetto XVI può sembrare un segno di debolezza e quindi sconcertare, ma è un segno di forza, se si crede veramente che la verità e la carità siano la vera forza. Non era mai successo che un papa parlasse pubblicamente di cattolici che “hanno pensato di doverlo colpire con una ostilità pronta all’attacco”. Ostilità che ha preso spunto dalla questione del ritiro della scomunica, ma che “rivelava ferite risalenti al di là del momento”. Non era mai successo che un pontefice denunciasse pubblicamente di essere stato “trattato con odio senza timore e riserbo”, senza che gli fosse concessa nemmeno la tolleranza che solitamente non si nega a nessuno.

E’ chiaro che la Lettera non parla tanto ai Lefebvriani, né agli Ebrei. Il papa si lamenta del comportamento dei “suoi”, non degli altri. Certamente deplora il caso Williamson, che “si è sovrapposto alla remissione della scomunica” e afferma che la Fraternità San Pio X ha fatto sentire “molte cose stonate, superbia e saccenteria”. Quanto agli ebrei, addirittura li ringrazia, perché hanno capito che nella remissione della scomunica non c’era nessun ritorno indietro rispetto ai passi di riconciliazione tra cattolici ed ebrei fatti dopo il Concilio, passi che – ci tiene a dirlo il Papa – “fin dall’inizio sono stati un obiettivo del mio personale lavoro teologico”. Negando questi passi egli negherebbe non solo l’operato dei suoi predecessori, ma anche il suo personale lavoro di teologo.

Il problema è dentro la Chiesa e non fuori. Dentro la Chiesa troppi aspettavano il momento opportuno per scagliarsi contro di lui ed accusarlo di voler tornare indietro a prima del Vaticano II o di occuparsi di cose marginali anziché dell’evangelizzazione. “Mordere e divorare” sono le parole adoperate da San Paolo per descrivere la deplorevole situazione presso la comunità cristiana dei Galati. Benedetto XVI confessa, da esegeta, di aver sempre inteso quelle parole di Paolo come enfatiche e retoricamente eccessive, ma di essersi ora accorto che rappresentano invece l’attuale realtà dentro la Chiesa.

Il fatto è che questo Papa ha tracciato una linea molto precisa. Anche in questa Lettera di denuncia egli precisa che se sbagliano i Lefebvriani a non accettare il magistero dei pontefici successivi al 1962, sbagliano anche quanti pensano che il Vaticano II sia stato un nuovo inizio, dato che invece “porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa”. Il punto, in fondo, è uno solo: se Dio debba avere un posto in questo mondo. Se la natura e la ragione umana siano ordini di per sé sufficienti o se abbiano bisogno di speranza e di salvezza, se la vita “senza elemento religioso” divenga “come un motore che non ha più olio” (Guardini) oppure no.

Benedetto XVI ha tracciato la linea che no, il mondo non ce la fa da solo e il cristianesimo non può rinunciare ad essere una forza che anima la storia, presente nell’ambito pubblico e, soprattutto, i cristiani devono riprendere la consapevolezza che professano la religione “vera”. Il cristianesimo pone alla ragione (al mondo) il problema della sua verità, la aiuta a chiarirsene l’idea e la rende quindi capace di capire la verità stessa del cristianesimo. Questo papa ritiene che il cristianesimo e solo il cristianesimo faccia sì che il mondo si riappropri di se stesso e si renda pienamente conto della propria verità. Non è integralismo, perché non appiattisce i due livelli l’uno sull’altro, ma toglie definitivamente spazio ai sottili distinguo dei cattolici della carità senza verità.

Nella Lettera Benedetto XVI nota che molte critiche gli sono state lanciate perché si sarebbe occupato di cose marginali come la Fraternità di Lefebvre e non della evangelizzazione. Sono pretesti, perché quanti criticano su questo punto il papa vorrebbero una “Chiesa minima” che accompagna e non annuncia. Per questo egli nella Lettera rende noto di sapere bene cosa sia la priorità del Successore di Pietro: “rendere Dio presente in questo mondo”. Proprio quello che molti critici, con ogni probabilità, guardano con sospetto, segno, secondo loro, di un ritorno indietro contrario allo “spirito” del Concilio.

La Lettera del papa sconcerta, ma solo a prima vista. Poi vi si nota la forza della verità, la capacità di riconoscere addirittura errori procedurali della curia e soprattutto la rivendicazione della vera forza del cristiano, la carità: “Non dovrebbe la Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede?” Il papa della Verità è anche il papa della Carità.

* Monsignor Giampaolo Crepaldi è arcivescovo di Trieste e presidente dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa.