di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli del 15 marzo 2010
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Fra poco, a San Giuseppe, si festeggerà la «Festa del papà».

Le maestre, che constatano quotidianamente i guai prodotti nei figli   dall’assenza del padre, di rado si azzardano a proporre pensierini o lavori sul tema, per non allargare la ferita di chi il papà non ce l’ha. Le mamme, quando tutto funziona in famiglia (ma è raro), a volte un po’ di festa la preparano, se riescono a farcela stare tra lavoro, cura dei figli, casa. Ma, festa a parte, che succede oggi a padre e paternità? Sono in molti a celebrare la prossima estinzione del padre.

È di pochi giorni fa la notizia che alla Clinica Mangiagalli di Milano, punto di osservazione significativo delle tendenze nelle nascite e nelle relazioni familiari, l’otto per cento dei neonati risulta senza papà, il quale non viene dichiarato in alcun modo.

Elena Rosci, docente di psicologia della coppia, ha spiegato che «può essere un modo scelto dalle donne per liberarsi dal compito della mediazione spesso faticosa con il partner»: espressione forbita per dire che in questo modo una mamma deve perdere meno tempo a discutere con il padre.

Il bambino, però, ci guadagna qualcosa, da questa eliminazione di una figura paterna con la quale la madre possa confrontarsi su tutta una serie di decisioni e proposte di vita che lo riguardano direttamente, e che condizioneranno fortemente la sua esistenza? Non sembra proprio, e del resto la stessa docente riconosce che così il bimbo «nasce senza un paracadute familiare, e dunque rischia di essere meno protetto, anche economicamente».

Ma il padre non è solo un portafoglio, anche se sotto questo aspetto tende a vederlo, in Italia, la giurisdizione familiare, soprattutto in caso di conflittualità tra i genitori.

A differenza della madre, nella quale il bimbo si è formato, e con la quale ha vissuto per nove mesi in una simbiosi che continua a livello psicologico per molti anni dopo la nascita, il padre è, da subito, quell’«altro da sé» col quale il bambino sperimenta il difficile esercizio del confronto e della differenza, faticoso ma indispensabile nella formazione della personalità.

Il papà è la prima persona che possa al momento giusto aiutarti ad uscire dalla fusionalità con la madre: una separazione, questa, alla quale il figlio si oppone a lungo, aiutato dalla fisiologica fatica della mamma a lasciarlo andare.

Per il figlio maschio poi, il padre è anche la non sostituibile figura che consente l’identificazione col proprio sesso e col proprio genere. Un passaggio chiave per l’equilibrio fisico e psichico, qualsiasi orientamento il figlio scelga poi per la propria sessualità.

L’irrilevanza paterna è stata accelerata dallo sviluppo economico, dalla maggiore autonomia raggiunta dalle donne attraverso il lavoro, e dallo sbiadimento di modelli maschili precedenti, spesso autoritari.

Mentre però sviluppo, lavoro femminile e abbandono dell’autoritarismo sono fenomeni positivi, la «società senza padri» (come è stata chiamata dagli anni ’70 in poi la società occidentale), non funziona.

Lo stesso italianissimo fenomeno del bamboccismo (di cui questa rubrica si è occupata anche recentemente), è strettamente legato alla fatica dei giovani di uscire dalla simbiosi con la madre e dal principio dominante del materno: la soddisfazione dei bisogni del figlio.

In tutto l’Occidente, inoltre, vediamo che i figli cresciuti in case senza padri guidano purtroppo il gruppo di testa in tutte le devianze: dalle tossicomanie ai suicidi, agli atti di violenza.

Il fatto è che il padre è indispensabile. Questa recente scoperta, statistica, è il miglior regalo per la sua festa.