Benedetto XVI incontra i vescovi riuniti in assemblea e chiede loro di puntare all’essenziale della fede cristiana per evangelizzare nuovamente il Paese

di Andrea Tornielli
Tratto da Vatican Insider

Non ha citato le emergenze etiche, non ha ripetuto l’appello per una nuova generazione di cattolici in politica, non ha commentato la situazione sociale ed economica del Paese: si è concentrato sulla fede. Anzi sulla mancanza di fede e sul processo di secolarizzazione sempre più evidente anche in Italia, «in un tempo nel quale Dio è diventato per molti il grande Sconosciuto e Gesù semplicemente un grande personaggio del passato».

È un discorso che punta all’essenziale quello che a mezzogiorno di oggi, nell’aula del Sinodo, Benedetto XVI ha rivolto ai vescovi italiani riuniti in assemblea generale. Il Papa ha ricordato innanzitutto il cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio, invitando ad «approfondirne i testi». Ha ribadito le intenzioni di Giovanni XXIII, che voleva «trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti, ma in modo nuovo» e ha definito «inaccettabile» la chiave di lettura che presenta il Vaticano II «discontinuità» «rottura» con la tradizione precedente, affermando che grazie al Concilio «la Chiesa può offrire una risposta significativa alle grandi trasformazioni sociali e culturali del nostro tempo».

Benedetto XVI ha quindi messo in guardia dalla «razionalità scientifica» e dalla «cultura tecnica» che travalicando i loro ambiti pretendono «di delineare il perimetro delle certezze di ragione unicamente con il criterio empirico delle proprie conquiste, e ha citato l’emergere «a volte in maniera confusa», di «una singolare e crescente domanda di spiritualità e di soprannaturale, segno di un’inquietudine che alberga nel cuore dell’uomo che non si apre all’orizzonte trascendente di Dio».

La secolarizzazione avanza e «anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale e il buon seme di venire soffocato, calpestato e perduto. Ne è un segno la diminuzione della pratica religiosa, visibile nella partecipazione alla liturgia eucaristica e, ancora di più, al sacramento della penitenza». Tanti battezzati, continua il Papa «hanno smarrito identità e appartenenza: non conoscono i contenuti essenziali della fede o pensano di poterla coltivare prescindendo dalla mediazione ecclesiale. E mentre molti guardano dubbiosi alle verità insegnate dalla Chiesa, altri riducono il Regno di Dio» solo ad alcuni grandi valori.

Il cuore dell’annuncio cristiano, ha ripetuto Ratzingter citando le parole di Papa Wojtyla «non è un concetto, una dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione, ma è innanzi tutto una persona che ha il volto e il nome di Gesù di Nazareth, immagine del Dio invisibile». Purtroppo, ha aggiunto, «è proprio Dio a restare escluso dall’orizzonte di tante persone; e quando non incontra indifferenza, chiusura o rifiuto, il discorso su Dio lo si vuole comunque relegato nell’ambito soggettivo, ridotto a un fatto intimo e privato, marginalizzato dalla coscienza pubblica». Da qui deriva la «crisi che ferisce l’Europa, che è crisi spirituale e morale».

Per far fronte a questa situazione, ha detto ancora il Papa, «non bastano nuovi metodi di annuncio evangelico o di azione pastorale». I padri conciliari del Vaticano II «da Dio, celebrato, professato e testimoniato» e non a caso approvarono come prima costituzione conciliare quella sulla liturgia. Benedetto XVI ha indicato ai vescovi italiani la necessità di «un rinnovato impulso, che punti a ciò che è essenziale della fede e della vita cristiana», spiegando che «non ci sarà rilancio dell’azione missionaria senza il rinnovamento della qualità della nostra fede e della nostra preghiera; non saremo in grado di offrire risposte adeguate senza una nuova accoglienza del dono della grazia; non sapremo conquistare gli uomini al Vangelo se non tornando noi stessi per primi a una profonda esperienza di Dio».

Ratzinger ha ricordato che per questo scopo ha indetto l’Anno della Fede, che inizierà l’11 ottobre, e ha citato nuovamente il precedessore per affermare che la nuova evangelizzazione «deve essere, come insegna questo Concilio, opera comune dei Vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici, opera dei genitori e dei giovani». Il Papa ha concluso: «Dio è il garante, non il concorrente, della nostra felicità, e dove entra il Vangelo – e quindi l’amicizia di Cristo – l’uomo sperimenta di essere oggetto di un amore che purifica, riscalda e rinnova, e rende capaci di amare e di servire l’uomo con amore divino».

Al termine del suo discorso, Benedetto XVI ha recitato una sua preghiera allo Spirito Santo, nella quale tra l’altro si afferma: «Spirito di Vita, che in principio aleggiavi sull’abisso, aiuta l’umanità del nostro tempo a comprendere che l’esclusione di Dio la porta a smarrirsi nel deserto del mondo, e che solo dove entra la fede fioriscono la dignità e la libertà e la società tutta si edifica nella giustizia».