di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana il 30 aprile 2011

Una denuncia è presentata al Tribunale Internazionale dell’Aja contro il Papa per crimini contro l’umanità.

Una serie di personalità e organizzazioni omosessuali denuncia le sue parole sull’AIDS e afferma che il Pontefice, mettendo in dubbio l’efficacia del preservativo come mezzo di contrasto alla malattia, è un criminale personalmente responsabile della morte di milioni di africani.

Il lettore penserà che stiamo parlando di Benedetto XVI e delle polemiche seguite alle sue dichiarazioni sul volo che lo portava in Africa nel 2009. La tesi del Papa sul preservativo che non ferma l’AIDS era scientificamente fondata, ma non è questo ora il punto. La denuncia all’Aja fu proposta, in effetti, nel novembre 2004 contro Giovanni Paolo II (1920-2005). È difficile oggi immaginare l’autentica offensiva d’insulti che colpì il Pontefice polacco quando ripeté le condanne contro la contraccezione artificiale e riaffermò che gli atti omosessuali costituiscono un disordine oggettivo, come quando prese posizione contro la teologia della liberazione d’ispirazione marxista. Fu contro Papa Wojtyla che il movimento radicale transnazionale promosse le sue più grandi manifestazioni anticlericali e coniò lo slogan «No Taliban no Vatican». Trasformatisi rapidamente in teologi – ma anche sostenuti da teologi veri, cattolici dell’ala più progressista -, molti esponenti del sistema dei media laicisti c’intrattenevano su come il Papa venuto dalla Vistola, con il suo rozzo anticomunismo, stesse smantellando il Concilio Vaticano II e tramasse nell’ombra per una restaurazione anticonciliare.

E molti rimpiangevano Paolo VI (1897-1978). Papa Montini, si diceva, con la sua sapienza bresciana e democristiana e il lungo dialogo dell’Ostpolitik con l’Unione Sovietica avrebbe evitato le ingenue intemperanze di Giovanni Paolo II. Celebrare Paolo VI significava per molti, ogni volta che Giovanni Paolo II disturbava i manovratori dell’opinione pubblica su temi morali o politici, contestare la vera o presunta «restaurazione» wojtyliana e dare un brivido ai teologi progressisti nostalgici dei (per loro) gloriosi anni 1970. La nostalgia di Paolo VI era sorprendente: contagiava persone che nel 1968, dopo l’enciclica Humanae vitae e la rinnovata condanna della contraccezione artificiale, avevano attaccato Papa Montini con parole raramente usate nel XX secolo contro un Pontefice. Ma Paolo VI aveva soprattutto un grande pregio per i laicisti e i progressisti che attaccavano Papa Wojtyla: era morto. Per i nemici del Papato e del Magistero, infatti, da molti anni il Papa buono è sempre il Papa morto.

Oggi sappiamo – dalle memorie dei più conseguenti animatori della fazione ultraprogressista al Concilio Ecumenico Vaticano II come il vescovo brasiliano Hélder Câmara (1909-1999) – che la contrapposizione del Papa morto al Papa vivo non è un semplice fenomeno psicologico. Per qualche verso, fu studiata a tavolino. Quando apparve chiaro che sugli anticoncezionali, il celibato dei sacerdoti, la guida collegiale della Chiesa e l’ordinazione delle donne la frangia ultraprogressista avrebbe trovato in Paolo VI un ostacolo invalicabile, fu messa in atto una vera e propria strategia per contrapporre a Papa Montini, il Papa «che frenava il Concilio», il mito di Giovanni XXIII (1881-1963), il «Papa buono».

Un Papa molto amato, certo, ma che fu ricordato – sia durante il Concilio, sia ai tempi della polemica sull’Humanae vitae – con chiassose manifestazioni che costituivano un attacco neppure troppo velato al suo successore. Convenientemente, si dimenticava che in materia morale Papa Roncalli non era certamente un progressista, e che nel 1959 aveva approvato e sottoscritto un documento del Sant’Uffizio che dichiarava illecito per i cattolici «dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano».

Nulla di nuovo, dunque, quando vediamo celebrare Giovanni Paolo II come un “Papa buono” per contrapporlo al “Papa cattivo” Benedetto XVI. La logica è sempre quella di opporre il Papa morto al Papa vivo, un escamotage nei cui confronti i cattolici dovrebbero essere ormai vaccinati da decenni. Purtroppo non è sempre così, e ci sono anche oggi cattolici che cadono facilmente in trappola. Le lodi interessate e pelose a Giovanni Paolo II hanno influenzato anche alcuni “tradizionalisti” che – cambiando semplicemente di segno lo schema dei media laicisti – contrappongono il buon «conservatore» Benedetto XVI al cattivo “progressista” Giovanni Paolo II, di cui contestano la beatificazione. Costoro insistono sulla presentazione mediatica del primo incontro di Assisi o sulla politica della distensione con Cuba praticata in una certa stagione dalla diplomazia vaticana, dimenticando completamente le encicliche e i discorsi fermissimi sul piano dottrinale del Papa polacco e il suo contributo decisivo – riconosciuto ormai anche da storici insospettabili – alla caduta dell’impero sovietico.

Che cosa si debba pensare di chi contrappone un Pontefice all’altro allo scopo di creare confusione e divisioni tra i cattolici ce lo insegna Benedetto XVI al numero 12 della sua enciclica Caritas in veritate, con parole riferite a chi contrappone il Magistero sulla politica e l’economia di Paolo VI a quello dei suoi predecessori, e che non valgono solo per la dottrina sociale: «Non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all’insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo. È giusto rilevare le peculiarità dell’una o dell’altra Enciclica, dell’insegnamento dell’uno o dell’altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell’intero corpus dottrinale».