In Pakistan scrivere il nome di Gesù Cristo in un messaggino telefonico sarà vietato, almeno se passerà una norma che andrebbe a colpire ancora una volta le minoranze, ma che preoccupa tutti.
La decisione di bandire dagli sms 1.695 vocaboli in lingua inglese e in urdu che non solo abbiano anche un lontano riferimento sessuale ma che si prestino, secondo le autorità, ad alimentare controversie di tipo religioso, è stata annunciata dall’Autorità per le telecomunicazioni pachistana e poi rinviata ieri in tarda serata («non era una scelta definitiva», è stato spiegato). Ma ha suscitato grave allarme, perché andrebbe ancora una volta a colpire soprattutto il diritto di espressione religiosa della minoranza cristiana. Il provvedimento dell’Autorità sanzionerebbe anche l’uso del nome «Gesù Cristo» nei messaggini, equiparandolo di fatto a termini «volgari, menzogneri, osceni o in contrasto con il senso del pudore» come «Satana», «idiota», «perdente», «seno», «lingua», «mestruazioni»; oppure a espressioni come «vai all’inferno», «piede d’atleta», «niente sesso».
Il decreto, promulgato il 14 novembre, dava sette giorni lavorativi ai gestori per bloccare i messaggi contenenti i termini proibiti. Le compagnie telefoniche hanno spiegato che, se il provvedimento diventerà effettivo, sarebbero costrette per legge all’obbedienza. Comunque ancora ieri non avevano introdotto alcun filtro ai propri servizi e hanno manifestato perplessità davanti a una misura escogitata in base a una legge censoria che risale al 1996.
Davanti a quello che è stato subito interpretato come un ulteriore atto persecutorio, Chiese cristiane e organizzazioni per i diritti civili hanno annunciato una campagna per ottenere la cancellazione definitiva del provvedimento. «Comprendiamo il desiderio di tutelare le menti dei giovani segnalando una lista di parole oscene. Ma perché includere il nome di Cristo? Bandirlo è una violazione del nostro diritto di evangelizzare e ferisce i sentimenti dei cristiani. Se il divieto venisse confermato, sarebbe davvero una pagina nera per il Paese, un ulteriore atto di discriminazione verso i cristiani e un’aperta violazione del Costituzione», ha fatto sapere attraverso l’Agenzia Fides padre John Shakir Nadeem, Segretario della Commissione per le Comunicazioni sociali della Conferenza episcopale pachistana. Padre Nadeem ha confermato che la Chiesa cattolica si oppone fermamente e chiederà formalmente la rimozione del nome di Cristo dalla lista proibita, un atto che quanto meno contrasta con la volontà continuamente espressa dal governo pachistano di garantire uguaglianza e sicurezza delle minoranze religiose e più in generale con i diritti e le libertà dei cittadini.
Diritti rispettati invece con l’inaugurazione qualche giorno fa, nell’enclave cristiana di Azam Basti a Karachi, della chiesa di San Pietro, capace di ospitare 5.000 fedeli in preghiera: il più capiente luogo di culto cattolico del Pakistan. Segnale positivo, anche la liberazione di Agnes Bibi, cattolica 50enne della città di Faisalabad, imprigionata il 19 febbraio scorso per blasfemia, accusa successivamente trasformata in «istigazione all’odio interconfessionale», reato che non contempla la condanna capitale. Giorni fa la scarcerazione su cauzione, possibile grazie al sostegno di molti, cristiani e musulmani, alla causa della donna ammalata. Una liberazione che padre Naveed Arif, sacerdote della chiesa del Santo Rosario a Faisalabad, intervistato da AsiaNews ha definito «un esempio di armonia interconfessionale».

Stefano Vecchia da Avvenire