di Don Antonello Iapicca
Altro che Sol Levante, il Giappone appare oggi come l’Impero del Sol Ponente, il Paese dove il sole della vita sembra tramontare inesorabilmente in una irrefrenabile spirale di suicidi.
Al proposito il vaticanista Sandro Magister presenta un’interessante inchiesta di Silvio Piersanti, giornalista italiano trapiantato a Tokyo dove ha sposato una giapponese. Introducendola Magister sottolinea che “la storia del cristianesimo in Giappone è una storia di martiri. Nessun’altra civiltà al mondo si è mostrata più impermeabile al cristianesimo della giapponese. In passato uccidendone gli annunciatori. In epoche più recenti ospitandoli cortesemente, ma senza mai farvi corrispondere ondate di conversioni”. Poi però si lascia andare ad un giudizio tranchant sull’opera dei missionari: “A loro volta, però, anche gli annunciatori del cristianesimo in Giappone non hanno saputo penetrare a fondo, finora, il mistero di quella civiltà, per “inculturare” il loro annuncio”.
Viene da chiedersi in base a quali elementi Magister affermi una cosa del genere. Probabilmente nelle parole di Mons. Mori, ex vescovo ausiliare di Tokyo, che appaiono nell’inchiesta: “In Giappone c’è in realtà un grande bisogno di valori religiosi, ci sono fedeli che praticano anche due diverse religioni. Ma la Chiesa non riesce a soddisfare questa sete di religiosità perche sbaglia strategia: la Chiesa non deve limitarsi a far conoscere la dottrina, la fede e le tradizioni cattoliche, ma deve trovare il modo di coniugarle con la cultura ed i problemi della vita quotidiana dei giapponesi, evitando la frattura tra l’insegnamento della dottrina e la quotidianità della vita in Giappone. Ovviamente è un compito difficilissimo, reso ancora più arduo dalla diminuzione di vocazioni e dall’invecchiamento dei preti locali”. Si tratta della solita musica ascoltata più volte. L’apparente fallimento della missione in Giappone sarebbe determinato da una strategia sbagliata che ha penalizzato l’inculturazione del Vangelo, pozione magica per la missione.
“Chi oggi evangelizza, innanzitutto ricercherà nella… cultura, ciò che in essa si apre al vangelo e si preoccuperà per così dire di sviluppare ulteriormente questi “semi del Verbo”. Prenderà in considerazione naturalmente anche i contesti sociologici e psicologici, che oggi si oppongono alla fede o viceversa possono divenire punti di incontro. Il cristianesimo in passato aveva avuto inizio in una cultura cittadina ed era riuscito solo lentamente ad interessare la campagna: gli abitanti della campagna rimanevano “pagani”. Si è poi associato alla cultura agraria ed oggi deve ritrovare nelle culture cittadine gli spazi, in cui poter porre la sua dimora. I ‘movimenti’, le nuove forme di itinerari alla fede nei pellegrinaggi, ecc., gli incontri nei santuari, le giornate della gioventù indicano dei modelli; su di ciò dovranno riflettere le Conferenze episcopali con i loro esperti. La fede conosce e ricerca i punti di contatto, recupera ciò che vi è di buono, ma è anche opposizione a ciò, che nelle culture sbarra le porte al vangelo. E’ un “taglio”… E’ quindi stata anche sempre critica delle culture e deve essere proprio anche oggi impavida e coraggiosa. Gli irenismi non aiutano nessuno. Hugo Rahner ha mostrato questo efficacemente nel suo lavoro sulla “pompa diaboli”: del rito battesimale fa parte infatti la rinuncia alla “pompa del demonio”. Che cosa è? da che cosa qui il cristiano si separava? Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell’uomo era il culmine dell’intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente tutto un tipo di cultura o detto meglio: la degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell’uomo un’immagine di Dio e a vivere come tale. Così questa rinuncia battesimale è espressione sintetica del carattere critico nei confronti della cultura che è tipico del cristianesimo ed un contrassegno per il “taglio”, che qui si rende necessario. Chi non potrebbe vedere le analogie con il presente e le sue degenerazioni culturali?”. La libertà dinnanzi alla cultura, resa possibile da una fede solida e chiara, capace di apprezzare e cogliere il bene che vi è seminato, è completamente assente nelle posizioni che assolutizzano il Giappone e le sue tradizioni. Tentare di aprire una via giapponese al cristianesimo suppone, implicito, il primato della cultura sul Vangelo che dovrebbe piegarsi ai modi e ai costumi locali, anche quando essi ne siano in aperto contrasto, a scapito della freschezza, dell’originalità e della radicalità che gli sono proprie.
E’ difficile questa terra. Accanto alle radici religiose più che millenarie, all’isolamento che ha caratterizzato il Giappone per molti secoli e ne ha marcato profondamente costumi e mentalità, v’è oggi un’indifferenza religiosa nelle nuove generazioni che lo accomuna all’Occidente. Il Papa conosce bene questa realtà. Nell’incontro di Honk Kong l’allora Card. Ratzinger scriveva: “In Asia e in Giappone le religioni tradizionali hanno prodotto sistemi filosofici che interpretano il mondo nel suo complesso e inquadrano razionalmente la religione nella struttura della vita e della cultura. Perciò qui il cristianesimo non ha potuto essere sperimentato come nel Mediterraneo o anche nell’Africa nera, come un nuovo passo avanti nel cammino di questi popoli, che già va in quella direzione. Invece, il cristianesimo è apparso più come una cultura e una religione straniera che si è collocata accanto a quelle asiatiche, minacciando di soppiantarle. Per questo motivo, le conversioni al cristianesimo sono rimaste largamente marginali nel quadro dell’intera società”. La Chiesa risente di questa condizione. E sembra come spenta dinnanzi all’urgenza missionaria. I fallimenti ne hanno fiaccato lo zelo, antropologia ed ecclesiologia sono state minate da tante influenze post-conciliari che, da una parte hanno soffiato sul fuoco del nazionalismo, dall’altra hanno come paralizzato ogni iniziativa di annuncio del Vangelo che possa arrivare al cuore dell’uomo. I suicidi non sono che la punta di un iceberg. La società giapponese, esattamente come quella occidentale, è avvelenata ed in veloce decomposizione. Eppure, come si evince dalle parole del Vescovo Mori, si continua a porre l’evangelizzazione sull’orizzonte di una risposta a vaghi bisogni religiosi, ben lontani dai veri bisogni che la Rivelazione e il Magistero ci hanno illuminato. “Il mondo contemporaneo ha bisogno soprattutto di speranza: ne hanno bisogno i popoli in via di sviluppo, ma anche quelli economicamente evoluti. Sempre più ci accorgiamo che ci troviamo su un’unica barca e dobbiamo salvarci tutti insieme. Soprattutto ci rendiamo conto, vedendo crollare tante false sicurezze, che abbiamo bisogno di una speranza affidabile, e questa si trova solo in Cristo, il quale, come dice la Lettera agli Ebrei, “è lo stesso ieri e oggi e per sempre” (13,8). Il Signore Gesù è venuto in passato, viene nel presente, e verrà nel futuro. Egli abbraccia tutte le dimensioni del tempo, perché è morto e risorto, è “il Vivente” e, mentre condivide la nostra precarietà umana, rimane per sempre e ci offre la stabilità stessa di Dio. E’ “carne” come noi ed è “roccia” come Dio. Chiunque anela alla libertà, alla giustizia, alla pace può risollevarsi e alzare il capo, perché in Cristo la liberazione è vicina (cfr Lc 21,28)… Possiamo pertanto affermare che Gesù Cristo non riguarda solo i cristiani, o solo i credenti, ma tutti gli uomini, perché Egli, che è il centro della fede, è anche il fondamento della speranza. E della speranza ogni essere umano ha costantemente bisogno”. Così si è espresso Benedetto XVI introducendo l’Angelus del 29 novembre 2009. La speranza è il reale bisogno di ogni uomo, ed essa coincide con la carne di Cristo che ha trapassato la morte e il peccato e che, nell’annuncio della Chiesa, si fa Buona Notizia per ogni uomo. Si tratta dunque soprattutto di una questione antropologica che sorge dalla fede cattolica e che appare non risolta, camuffata con il problema dell’inculturazione. Dietro alla cultura vi è l’uomo, ed esso è primordialmente uguale in ogni luogo. I bisogni sono gli stessi a prescindere dalla razza, come sono identici i peccati. Ma di questo non si parla mai, anzi, tutto è diluito in una sorta di pseudo-ottimismo che vede nella realizzazione dell’inculturazione del Vangelo in Giappone la risoluzione ad ogni difficoltà dell’evangelizzazione. Il risultato è la totale anestetizzazione d’ogni pulsione realmente missionaria.Al proposito ho scoperto un breve saggio dell’allora Card. Ratzinger
nel quale, partendo da un’analisi sull’ottimismo post-conciliare, scriveva che “L’ottimismo poteva essere semplicemente una copertura, dietro la quale si nascondeva proprio la disperazione che si cercava in tal modo di superare. Ma poteva trattarsi anche di peggio: questo ottimismo metodico veniva prodotto da coloro che desideravano la distruzione della vecchia Chiesa,e che, senza tanto rumore con il mantello di copertura della riforma, volevano costruire una Chiesa completamente diversa, di loro gusto, che però non potevano iniziare per non scoprire troppo presto le loro intenzioni. Allora il pubblico ottimismo era una specie di tranquillante per i fedeli, allo scopo di creare il clima adatto a disfare possibilmente in pace la Chiesa ed acquisire così dominio su di essa”.E’ un articolo che, anche se si interessa più direttamente delle derive rivoluzionarie della Teologia della liberazione, è, per il Giappone di un’attualità impressionante. La deriva post-conciliare infatti si è esplicitata in Giappone soprattutto nell’ inculturazione e nel dialogo interreligioso. Per questo le parole del Card. Ratzinger sono illuminanti.
“Il fenomeno dell’ottimismo… consiste in una consapevole strategia per un cambiamento della Chiesa in cui nessun’altra volontà superiore – volontà di Dio – ci disturba più, nè inquieta più la coscienza, mentre la nostra propria volontà ha l’ultima parola. L’ottimismo sarebbe alla fine la maniera di liberarci della pretesa, fattasi ormai ostica, del Dio vivente sulla nostra vita. Quest’ottimismo dell’orgoglio, dell’apostasia, si sarebbe servito dell’ottimismo ingenuo dell’altra parte, anzi l’avrebbe alimentato, come se quest’ottimismo altro non fosse che speranza certa del cristiano, la divina virtù della speranza, mentre era in realtà una parodia della fede e della speranza”.San Massimo il Confessore scriveva che “Tutti i predicatori della verità, tutti i ministri della Grazia divina e quanti sino ad ora ci hanno parlato della volontà salvifica di Dio, dicono che nulla è tanto caro a Dio e conforme al suo amore quanto la conversione degli uomini mediante un sincero pentimento dei peccati”. A Dio è caro l’uomo, a Dio interessa l’uomo, non un’idea astratta di cultura, solo Lui può salvarlo. Non prendere in considerazione il cuore e lo sguardo di Dio rivelati in Cristo è fare del cristianesimo una parodia, e disegnare
qualcosa di assolutamente diverso, pur con argute riflessioni che fanno della cultura e della religiosità degli idoli cui piegare il Vangelo e lo stesso Cristo Gesù. Il Card. Ratzinger terminava lo studio scrivendo: “Io credo che è possibile comprendere la vera essenza della speranza cristiana e riviverla solo se si guarda in faccia alle imitazioni deformative che cercano di insinuarsi dappertutto. La grandezza e la ragione della speranza cristiana vengono in luce solo quando ci liberiamo dal falso splendore delle sue imitazioni profane”. Inculturazione non significa dunque l’imitazione profana della speranza cristiana.Il 3 dicembre 2007 la Congregazione per la Dottrina della fede ha pubblicato una
Nota su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, nella quale al n.3 si legge: “Si verifica oggi … una crescente confusione che induce molti a lasciare inascoltato ed inoperante il comando missionario del Signore (cf. Mt 28, 19). Spesso si ritiene che ogni tentativo di convincere altri in questioni religiose sia un limite posto alla libertà. Sarebbe lecito solamente esporre le proprie idee ed invitare le persone ad agire secondo coscienza, senza favorire una loro conversione a Cristo ed alla fede cattolica: si dice che basta aiutare gli uomini a essere più uomini o più fedeli alla propria religione, che basta costruire comunità capaci di operare per la giustizia, la libertà, la pace, la solidarietà. Inoltre, alcuni sostengono che non si dovrebbe annunciare Cristo a chi non lo conosce, né favorire l’adesione alla Chiesa, poiché sarebbe possibile esser salvati anche senza una conoscenza esplicita di Cristo e senza una incorporazione formale alla Chiesa“. Qui si tocca il cuore del problema. In Asia ed in Giappone le derive mondane e relativistiche denunciate dalla nota sono all’ordine del giorno. Esse tradiscono uno sbiadimento della coscienza della propria identità, un’incertezza circa la salvezza preoccupante. Non è il peccato che tiene schiavo l’uomo e lo rende infelice? Non sono la liberazione dal peccato, il perdono e la vita nuova ed eterna in Cristo la salvezza che annuncia la Chiesa, sapendo che essa è l’unica che davvero ogni uomo cerca e spera? Purtroppo il relativismo che sta avvelenando la Chiesa in Asia evidenzia invece una preoccupazione latente, quella di essere accolti, compresi, di essere sintonizzati sulle onde delle religioni e delle culture. Emerge una sorta di complesso, un’ansia di mea culpa per quello che, numericamente, risulta un fallmento. Il punto è proprio qui: il fallimento. Ma quello che ad alcuni sembra un fallimento, non è piuttosto un successo? E lo scandalo e l’incomprensione che gli uomini proverebbero in Asia e nel mondo dinnanzi alla Chiesa e al suo annuncio non è forse lo scandalo portato dentro, quello vero e reale che si accompagna alla stoltezza della Croce, materializzata nell’insuccesso numerico della missione in Asia? Ma la Croce appare luminosa e gloriosa proprio nell’evangelizzazione, quando l’annuncio illumina il cuore dell’uomo, il peccato e la sofferenza e la morte che ne derivano, sui quali splende la Gloria di Cristo risorto. Il Kerygma produce sempre cuori trafitti, dalla compunzione o dallo sdegno. E’ lo splendore della Verità, altra parola aborrita dai cultori dell’inculturazione. La verità crocifissa, scandalo e stoltezza, anche in Giappone. Le riunioni e i seminari sull’inculturazione, gli incontri interreligiosi che spesso si risolvono in festival sincretistici sono come silenziatori applicati allo zelo per l’annuncio del Vangelo. La paura di essere rifiutati e poter così prendere su di sè il peccato di questa generazione tarpa le ali all’annuncio del Vangelo. Ne facciamo esperienza quasi quotidiana.
“Vorrei proporre … un’immagine, che ho trovato in Basilio il Grande (+ 379), il quale nel confronto con la cultura greca del suo tempo si vide posto davanti ad un compito assai simile a quello che è posto a noi. Basilio si riallaccia all’autopresentazione del profeta Amos, il quale diceva di sé: “Pastore sono e coltivatore di sicomori” (7,14). La traduzione greca del libro del profeta, la LXX, rende in modo più chiaro nel seguente modo l’ultima espressione: “Io ero uno, che taglia i sicomori”. La traduzione si fonda sul fatto che i frutti del sicomoro devono essere incisi prima del raccolto, poi maturano entro pochi giorni. Basilio presuppone nel suo commentario ad Is. 9, 10 questa prassi, infatti egli scrive: “Il sicomoro è un albero, che produce moltissimi frutti. Ma non hanno alcun sapore, se non li si incide accuratamente e non si lascia fuoriuscire il loro succo, cosicché divengano gradevoli al gusto. Per questo motivo, noi riteniamo, (il sicomoro) è un simbolo per l’insieme dei popoli pagani: esso forma una gran quantità, ma è allo stesso tempo insipido. Ciò deriva dalla vita secondo le abitudini pagane. Quando si riesce a inciderla con il Logos, si trasforma, diviene gustosa e utilizzabile”. Christian Gnilka commenta così questo passo: “In questo simbolo si trovano l’ampiezza, la ricchezza, la fastosità del paganesimo… ma anche si trova qui il suo limite: così come è, è insipido, inutilizzabile. Necessita di un cambiamento totale, ma questo cambiamento non distrugge la sostanza, ma le dà la qualità che le manca… I frutti restano frutti; la loro abbondanza non viene diminuita, ma riconosciuta come pregio… D’altra parte la trasformazione necessaria non potrebbe essere sottolineata in modo più forte dal punto di vista dell’immagine se non proprio dicendo che si rende commestibile, ciò che prima non era fruibile. Nella ‘fuoriuscita’ del succo inoltre sembra alludersi al processo di purificazione”. Ancora una cosa si deve notare: la trasformazione necessaria non può derivare da una proprietà dell’albero e del suo frutto – è necessario un intervento del coltivatore, un intervento dall’esterno. Applicando questo al paganesimo, a ciò che è proprio della cultura umana, ciò significa: il Logos stesso deve incidere le nostre culture ed i suoi frutti, cosicché ciò che non era fruibile venga purificato e non divenga soltanto fruibile, ma buono. Osservando attentamente il testo e le sue affermazioni, possiamo aggiungere un’ulteriore considerazione: si, ultimamente è solo il Logos stesso, che può condurre le nostre culture alla loro autentica purezza e maturità, ma il Logos ha bisogno dei suoi servitori, dei “coltivatori di sicomori”: l’intervento necessario presuppone competenza, conoscenza dei frutti e del loro processo di maturazione, esperienza e pazienza. Poiché Basilio parla qui dell’insieme dei pagani e delle loro abitudini, è evidente che in questa immagine non si tratta semplicemente della guida individuale delle anime, ma della purificazione e della maturazione delle culture, tanto più che la parola “abitudini” (mores) è una delle parole, che corrispondono presso i padri più o meno al nostro concetto di cultura. Così in questo testo è rappresentato esattamente ciò, su cui ci stiamo interrogando: il percorso dell’evangelizzazione nell’ambito della cultura, il rapporto del vangelo con la cultura. Il vangelo non sta accanto alla cultura. Non è rivolto semplicemente all’individuo, ma alla cultura, che plasma la crescita ed il divenire spirituale del singolo, la sua fecondità o infecondità per Dio e per il mondo. L’evangelizzazione non è neppure un semplice adattarsi alla cultura, ovvero un rivestirsi con elementi della cultura nel senso di un concetto superficiale di inculturazione, che ritiene siano sufficienti un paio di innovazioni nella liturgia e espressioni linguistiche cambiate. No, il vangelo è un taglio – una purificazione, che diviene maturazione e risanamento… Nessuno vive solo. Il richiamo al rapporto fra vangelo e cultura vuole mettere in luce questo. Divenire cristiano necessita un rapporto vitale, nel quale si possano realizzare risanamento e trasformazione della cultura. L’evangelizzazione non è mai soltanto una comunicazione intellettuale, essa è un processo vitale, una purificazione ed una trasformazione della nostra esistenza, e per questo è necessario un cammino comune. Perciò la catechesi deve necessariamente assumere la forma del catecumenato, nel quale si possano compiere i necessari risanamenti, nel quale soprattutto viene stabilito il rapporto fra pensiero e vita“.
Si potrebbe pensare che la cultura è un problema della storia di ogni singolo paese (Germania, America, Francia, ecc.), mentre la fede per parte sua è alla ricerca di un’espressione culturale. Le singole culture dovrebbero quindi fornire alla fede un corpo culturale per esprimersi. Di conseguenza, la fede dovrebbe sempre vivere in culture imprestate che rimangono alla fine in qualche modo esterne e corrono il rischio di essere gettate via. Soprattutto, una forma culturale imprestata non potrebbe parlare a chi vive in un’altra cultura. Così l’universalità diventerebbe alla fine fittizia. Questo modo di pensare è, alla sua radice, manicheo. La cultura è svilita, diventa un guscio intercambiabile, e la fede è ridotta ad uno spirito disincarnato, ultimamente privo di realtà. Una simile visione è tipica della mentalità post-illuministica. La cultura è ridotta ad una pura forma e la religione a mero sentimento inesprimibile o puro pensiero. Si perde la feconda tensione che dovrebbe caratterizzare la coesistenza di due soggetti”.
b) L’esistenza cristiana comincia con questa decisione fondamentale e si fonda sempre su di essa. Quando scompare la differenza fra adorazione e idolatria, il cristianesimo è distrutto. La Bibbia e il linguaggio dei Padri chiamano “conversione” (metanoia) la necessaria decisione. Una teologia che omettesse il concetto di conversione trascurerebbe la categoria decisiva della religione biblica. La fede cristiana è un nuovo inizio, e non semplicemente una nuova variante culturale di una strutture religiosa sempre in via di svolgimento. Per questo motivo i Padri sottolineavano con enfasi la novità del cristianesimo. L’atto della conversione è essenziale alla speciale comprensione della verità dei cristiani. In un grande numero di religioni, come abbiamo visto, la realtà del Dio unico non è certamente sconosciuta, ma questo Dio unico è troppo distante. Il suo mistero è inaccessibile. Così i contenuti concreti della religione possono essere solo di natura simbolica. Essi non sono la verità, ma manifestazioni parziali al di là delle quali sono possibili altre manifestazioni. La fede cristiana riconosce nel Dio di Israele, nel Dio di Gesù Cristo, l’unico vero Dio, la verità stessa che si manifesta. Pertanto la conversione cristiana è nella sua essenza fede nel fatto della rivelazione di sé che la verità attua. Mentre il mistero non è per questo abolito, il relativismo è senza dubbio escluso, poiché esso separa l’uomo dalla verità facendone uno schiavo. La reale povertà dell’uomo consiste nell’oscurità rispetto alla verità. Egli diventa libero per la prima volta quando è obbligato a servire la sola verità. Tuttavia un altro punto è importante in questa riflessione. I Padri hanno anzitutto enfatizzato con molto vigore il carattere della conversione come decisione e di conseguenza il carattere della fede come esodo. Una volta garantito questo punto, hanno sempre più sottolineato il secondo aspetto, cioè che la conversione è trasformazione, non distruzione. La conversione non distrugge le religioni e le culture, ma le trasforma. Sulla base di questa intuizione, i Padri giunsero sempre più a opporsi all’iconoclastia di fanatici cristiani dalla visuale ristretta. I templi non furono più smantellati, ma trasformati in chiese. La profonda continuità fra le religioni e la fede cristiana divenne visibile. Essa condusse alla resurrezione del meglio delle antiche religioni. Non fu una filosofia della religione relativistica che diede ad esse esistenza continuata; in realtà, proprio questa filosofia in un primo momento le aveva rese inutili. La fede diede alle religioni lo spazio in cui la loro verità potè svilupparsi e dare frutti. Entrambi gli aspetti dell’atto di conversione sono importanti, ma solo dopo che è stato compiuto il primo passo, cioè la svolta decisiva verso l’unico Dio, può seguire il secondo, la conservazione trasformante.
c) Il mistero di Gesù Cristo può essere compreso solo in questo contesto del primo comandamento e dell’atto di conversione che esso esige. Per Gesù, che non abolì il Vecchio Testamento ma lo portò a compimento, il primo comandamento rimase il fondamento di ogni cosa ulteriore; rimase il contenuto che sta alla base della fede: “Ascolta, Israele: il Signore nostro Dio è un solo Signore”. Oso sostenere che la centralità di questo passo per tutta la letteratura dell’Antico Testamento è anche la ragione essenziale del posto unico che l’Antico Testamento tiene nella fede cristiana. Poiché l’intero Antico Testamento è costruito attorno a questa singola frase, per questo motivo esso rappresenta un “canone” per i cristiani, quindi Sacra Scrittura. Solo per questa ragione esso rende testimonianza a Gesù e viceversa. Gesù è la chiave all’Antico Testamento perché egli rende concreta questa frase nella Sua stessa carne.
Sfortunatamente, la mancanza di tempo non ci permette di presentare la questione cristologica come meriterebbe. Per questo motivo mi piace tanto più rimandare all’enciclica Redemptoris Missio, in cui gli argomenti essenziali sono esposti in maniera vivida e chiara. Questa enciclica deve costituire il modello per ogni ulteriore ricerca di Teologia delle religioni e della missione. Non sarà mai studiata e accolta abbastanza intensamente. La fede in Gesù Cristo diventa un nuovo principio di vita e dischiude un nuovo spazio di vita. Il vecchio non è distrutto, ma trova la sua forma definitiva e il suo pieno significato. Questa conservazione trasformante, praticata dai Padri in modo splendido nell’incontro fra la fede biblica e le sue culture, è il contenuto reale dell’”inculturazione”, dell’incontro e dell’interfecondazione di culture e religioni sotto il potere di mediazione della fede…. la conoscenza della dipendenza dell’uomo da Dio e dall’eternità, la conoscenza del peccato, della penitenza e del perdono, la conoscenza della comunione con Dio e con la vita eterna, e infine la conoscenza dei precetti morali fondamentali come hanno preso forma nel decalogo, tutte queste conoscenze permeano le culture. Non è certo il relativismo a trovare conferma. Al contrario, è l’unità della condizione umana, l’unità dell’uomo che è stata toccata da una verità più grande di lui”.
Il Grande e amato Papa Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai giovani pellegrini convenuti sul Monte delle Beatitudini nell’Anno Santo de 2000, diceva: “Al momento della sua Ascensione, Gesù affidò ai suoi discepoli una missione e questa rassicurazione: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni… ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 18-20). Da duemila anni i seguaci di Cristo svolgono questa missione. Ora, all’alba del terzo millennio, tocca a voi. Tocca a voi andare nel mondo e annunciare il messaggio dei Dieci Comandamenti e delle Beatitudini. Quando Dio parla, parla di cose che hanno la più grande importanza per ogni persona, per le persone del XXI secolo non meno che per quelle del primo secolo. I Dieci Comandamenti e le Beatitudini parlano di verità e di bontà, di grazia e di libertà, di quanto è necessario per entrare nel Regno di Cristo” (Giovannni Paolo II, Omelia sul Monte delle Beatitudini, Israele, 24 marzo 2000)
Il resto sono parole, sentieri della mente per eludere, impauriti e confusi, la missione che il Signore ha affidato alla sua Chiesa.
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