di Andrea Zambrano
Tratto da La Bussola Quotidiana il 4 aprile 2011

Ci sono proprio tutti. Dall’onniscente Piergiorgio Odifreddi all’onnipresente Beppino Englaro, passando per Gianni Vattimo, Margherita Hack, Carlo Flamigni, Roberta de Monticelli e Giulio Giorello solo per citare i più ascoltati nei salotti e nelle redazioni di giornale. Ma ci sono anche i cattolici del dissenso Raniero La Valle e don Giovanni Franzoni.

Sono i gran sacerdoti del pensiero ateo scientista, che “celebreranno” dal 15 al 17 aprile “Le giornate della laicità”. La location non è casuale. Reggio Emilia. Qui c’è lo spirito giusto per parlare di anticlericalismo senza scomodare più di tanto la sensibilità religiosa del popolo italiano. Qui i Comuni più amici, pronti a mettere a disposizione teatri e aule universitarie. E sempre qui, in questo pezzetto di Emilia rossa, la disposizione d’animo migliore per ascoltare in gran silenzio chi, vedi Odifreddi, dà di cretino al cattolico, il quale, essendo adulto, puntualmente non solo lo applaude, ma addirittura lo ringrazia per il contributo proficuo al dialogo.

L’evento parte con le migliori propensioni al confronto. Ma c’è chi non ci casca. E alle critiche che in questi giorni la diocesi locale, alcuni esponenti del Pdl e della Lega e uno solo del Pd, hanno rivolto agli organizzatori, si risponde che «chi ci critica è il solito integralista: non ci vuole ascoltare. Abbiamo invitato ben 12 cardinali e tutti hanno rifiutato». E ti credo, chissà perché? È come giocare in trasferta con il campo in salita per tutti e due i tempi: vai a consultare sul sito il programma e la mission e si scopre che ancora una volta l’obiettivo di tutto questo parlare di elogio del relativismo e di pensiero laico, altro non è che un’abusata formula per attaccare la Chiesa e i cattolici.

I soliti cliché del Vaticano oscurantista, i soliti riti, buoni per anni in cui il mondo era diviso dalle ideologie. Ma evidentemente l’unica arma spuntata a disposizione dopo decenni di lotta (inutile) dura e senza paura. D’altra parte gli organizzatori, da Micromega che ne rappresenta il think tank più accreditato all’Arci, che offre il giusto bacino di spettatori pronti a pagare il biglietto, lo dicono chiaro e tondo: «I laici tendono a difendersi, è tempo di attaccare», si legge sul sito “giornatedellelaicità. com”. Dunque un attacco e una difesa, ma da chi? Eppure i relatori sono gli stessi che occupano lenzuolate di giornali che contano, ospiti delle più sofisticate trasmissioni televisive per evangelizzare il popolo (ultima di una lunga serie la fazio-savianesca “Vieni via con me”).

Ma hanno anche a disposizione cattedre universitarie e riviste influenti. E ancora: libri lautamente pubblicizzati e ben piazzati sugli scaffali. Insomma, si lamentano che devono difendersi e non si accorgono che hanno già ottenuto il massimo della visibilità possibile dal media system, gli ingrati. Sempre sul sito si legge anche che «la verità consiste nello scambio amichevole di argomenti e nella lealtà reciproca. Chi accetta questo ragionamento è laico». E che amicizia! Ve lo diamo noi il cortile dei gentili! Sembrano ribadire come una litania. Infatti loro sono stati davvero amichevoli con la curia reggiana che aveva criticato l’iniziativa perché a senso unico. Sulla Gazzetta di Reggio ad esempio, il gran cerimoniere Flores D’Arcais ha parlato di “anatema maldestro” del portavoce del vescovo.

Ma c’è di più: il dibattito in questi giorni si è focalizzato esclusivamente sul “povero” consigliere regionale del Pd Beppe Pagani, il quale, dopo aver taciuto sull’approvazione del registro per il testamento biologico in alcuni comuni della provincia che rappresenta a Bologna, ha detto basta. Così si è scagliato contro l’ultima conferenza, quella con Sergio Luzzatto, intitolata “L’Italia senza crocefisso sarebbe migliore” definendo il tutto “anticlericalismo da bar”. Non l’avesse mai detto: gli è stato riservato un trattamento peggiore che al vescovo: la reazione più tenera è stata “Pagani è sconcertante” mentre il Pd lo ha prima criticato e poi abbandonato al suo destino di voce “dissidente”. Lui, terziario francescano e dossettiano della prima ora, che adesso, forse, si sta chiedendo se è questo il tanto agognato dialogo che sta come base identitaria del suo partito.

Tornando ai relatori lo spettatore, già entusiasta in fila nei giorni scorsi nelle biglietterie per accaparrarsi, pagandoli bene, i posti migliori, (evidentemente non bastano i fondi elargiti dalla Regione Emilia Romagna) potrà scegliere a la carte l’insulto al cristianesimo che meglio gli calza: dalll “Elogio del relativismo” di Franco Cordero, a “Senza Dio” di Giulio Giorello”. Per sapere poi se “La dottrina cattolica è compatibile con la democrazia” non è stata scomodata la buon anima di De Gasperi e nemmeno quella di Togliatti, ma ci saranno D’Arcais e don Carlo Molari. Vuoi sapere se sei “Infinitamente uomo?” Ecco il matematico impertinente Odifreddi, che violentando la logica tenderà a spiegare che l’uomo non è altro che un accidente della storia. Di certo un accidente nel suo portafogli non è la quantità di bigliettoni che incassa ogni volta che apre bocca.

Non poteva mancare la “badessa” della compagnia. E’ Margherita Hack che parlerà di “Amica Veritas”.

Speriamo soltanto che utilizzi il senso dell’intervista che le fece Vittorio Messori nell’87 in cui rigettava qualunque ipotesi creazionista sul mondo quando diceva che “se ammettiamo l’esistenza di Dio tanto vale chiudere il libro e lasciare a lui il compito di dare risposte”. Perché se invece dicesse le cose che ha scritto nel 2004 nel libro Dove nascono le stelle e cioè che «sull’origine del cosmo la scienza non riesce a dare una risposta totale: quindi un mistero c’è certamente», il rischio è che i fedeli accorsi ad ascoltarla in ginocchio si alzino indignati e chiedano indietro i soldi del biglietto. Perché il succo di questo caravanserraglio anticlericale e stantio deve essere per forza uno: convincere e convincersi senza il beneficio del dubbio che il Papa è cattivo e i cattolici dei pecoroni.

Così, come in una riedizione del festival dell’Unità dei bei tempi andati e terminata la stagione televisiva, gli epigoni del pensiero laicista si danno appuntamento per tornare a riparlare delle questioni urgenti della vita, della morale, del sesso e della morte e di come queste si possono declinare a proprio piacimento: unico denominatore comune? L’attacco alla fede cattolica e la granitica certezza che “non c’è bisogno di dogmi, nè di Chiesa, né di una Verità nel mondo”. Firmato: i sacerdoti della Chiesa positivista, secondo i quali il relativismo è dogma e che non cercano una sola verità, ma sono gelosi interpreti di una verità sola: la loro.