Il ministro delle finanze svedese Anders Borg, conservatore, considerato da tutti un incapace, è riuscito nel miracolo di raggiungere il pareggio di bilancio e superare la crisi senza austerità. Ha solo ridotto le tasse, incentivato l’imprenditorialità e il merito. «Il nostro è il vero governo delle classi lavoratrici, perché aiutiamo i poveri e premiamo chi crea lavoro».

Mentre in Italia scompare il fondo taglia-tasse dall’ultima manovra presentata da Palazzo Chigi, in Svezia sono ormai parecchi anni che il paese va nella direzione opposta. Grazie a un tecnico. Sì, anche Anders Borg non era un politico, come Mario Monti e i suoi ministri, quando l’attuale premier Fredrik Reinfeldt lo volle suo braccio destro. Era il 2003 e nel partito conservatore, allora all’opposizione, il “Cameron svedese” Reinfeldt successe a Bo Lundgren alla guida del partito dopo un rimpasto generale. Borg, economista moderato con un passato da opinionista pro-drugs e un presente da analista bancario, accettò il ruolo. Tra i risultati più importanti: due vittorie elettorali consecutive nel 2006 e nel 2010, un tasso di crescita al 4,10 per cento e un innovativo sistema di riconversione della spesa pubblica in creazione di profitto. Tutt’altra cosa rispetto all’infruttuosa spesa pubblica italiana e al nostro stato di economia in recessione.

La Svezia ha brindato, all’inizio del 2012, a un’impresa della premiata ditta Reinfeldt-Borg, che è riuscita a raggiungere il pareggio di bilancio. I giornali inglesi titolavano la notizia del traguardo così: «La rivincita dei nerd». E a ragione. Se Reinfeldt non ha paura di comparire noioso, compassato, ingrigito, Borg è solito presentarsi al Parlamento europeo di Bruxelles con tanto di orecchino e capelli raccolti in una coda di cavallo. Un look che poco si addice a un quarantaquattrenne con importanti incarichi politici. Eppure, questi due “sfigati” hanno affrontato di petto la crisi dell’Eurozona evitando di affondare come i cugini che stanno più a Sud. Per ottenere questi risultati non hanno cambiato solo la loro politica ma anche la loro cultura. Il modello dello Stato sociale, del welfare assoluto, era l’ideologia dominante. Garantendo un’impressionante mole di servizi, lo Stato gravava pesantemente sulle imposte dei singoli. Era un «incauto connubio tra alta spesa pubblica e alte tasse», dice Oscar Giannino sul suoChicago Blog.

Borg, durante la campagna elettorale conservatrice, combatteva gridando due slogan. Il primo: «Il nostro è il vero governo delle classi lavoratrici». Infatti, le mosse di Borg partono da un semplice presupposto: abbassando le tasse, aumenta la liquidità e si accelera la ripresa. Abbassando le aliquote a tutti, Borg inizialmente indebitò la Svezia di un punto percentuale di Pil l’anno, ma ha garantito ai suoi lavoratori quasi un mese di salario in più. Sia per i “poveri” che per i “ricchi”. E questa sotterranea accondiscendenza verso i benestanti fu brandita come arma dall’opposizione socialdemocratica. A cui Borg rispose con uno slogan di successo: «Premiare gli imprenditori significa incoraggiare la ricchezza. Io credo che sia socialmente giusto ed economicamente vantaggioso, mentre abbasso le imposte a chi sta peggio, premiare il vero promotore della job creation».

Ma ciò che ha fatto più scalpore, valendo molte critiche a Borg, è stata una proposta che, a prima vista, sembra lontanissima dallo stretto dibattito economico. La creazione di “scuole a scopo di lucro”. Che servì a trasformare una pesante zavorra di spesa in una possibilità imprenditoriale. Le scuole, è la logica, devono essere in grado di raggiungere l’utile economico di gestione. La creazione di profitti avrebbe permesso alle scuole virtuose di espandersi e a quelle dannose di scomparire. Così facendo, la spesa per la pubblica istruzione diventa una possibilità imprenditoriale di assoluta rilevanza, alleggerendo l’imposizione fiscale sui cittadini.

Abbassare le tasse e valorizzare il merito non sono proprio due cardini della gestione mariomontiana. Lo stesso Borg, parlando a Bloomberg Tv della situazione economica di Spagna e Italia, ha affermato: «Sono stati ambiziosi (gli spagnoli, ndr) per quanto riguarda il mercato del lavoro, ma vorrei che entrambi cominciassero a pensare a un’alternativa per rafforzare la crescita». Abbassando le tasse, per esempio.

di Daniele Ciacci da Tempi.it