sentire la speranza di Roberto Mancini
Tratto da Avvenire del 19 maggio 2009

L’ uomo può perdere la capacità di presenza al­la realtà. O non matu­rarla mai. La storia insegna che, se un’ampia fascia di popolazio­ne si addormenta in uno stato di irresponsabilità, costruito dall’u­so politico della paura e dall’an­goscia per la crisi economica, so­no imminenti le catastrofi socia­li.

Allora succede che – dice una canzone di De André – «la mag­gioranza sta come una malattia, come una sfortuna, come un’a­nestesia, come un’abitudine». Essere davvero presenti alla vita del mondo è un traguardo cui può portarci solo un cammino educativo, spiri­tuale, etico. I cinque sensi e l’in­telletto non bastano, servono ‘virtù’ cognitive specifiche. La prima è l’ascolto, la facoltà di at­tenzione al senso del reale, do­vunque ci interpelli. Nell’anima, nell’incontro con gli altri, nella vita della natura, nel silenzio di Dio. Il criminale, nota Hannah Arendt, non sa più ascoltare, la sua coscienza si spegne nella ba­nalità causata dalla mancanza di dialogo interiore. La seconda virtù è l’integrità, cioè l’armonia in noi tra l’essere, il sentire, il ve­dere e l’agire. Il contrario è la stu­pidità, «un difetto – scrive Dietri­ch Bonhoeffer – che interessa non l’intelletto ma l’umanità di una persona». Il suo sintomo ti­pico è l’identificazione idolatri­ca con il capo, che infatti si van­terà di avere il popolo dalla sua: «la potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri». La terza virtù sta nel senso etico, che si sperimenta come la visione di u­na linea interiore che ci fa co­gliere il confine del bene. Se per­diamo di vista quella linea e la superiamo, finiamo per collabo­rare al male.

Non è solo una questione di ‘i­per- realtà’, come dicono alcuni, ossia di una mera esagerazione dei problemi esistenti, ma di a­desione all’irrealtà. Il male sorge da una distorsione completa del­la percezione e implica la perdi­ta dell’ascolto, dell’integrità e del senso etico. L’irrealtà diviene concreta a partire dalla contrad­dizione per cui siamo sì relazio­ne con il bene, con gli altri, con noi stessi e con Dio, eppure vi­viamo contro la relazione, fidan­doci della violenza, del cinismo, dell’indifferenza. Allora il rap­porto tra le parole e le cose si per­verte. La guerra diventa ‘porta­re la pace’. Gli esseri umani so­no definiti dalle categorie del di­sprezzo: ‘esuberi’, ‘nemici’, ‘stranieri’. La persecuzione dei deboli, capro espiatorio della no­stra disumanità, viene chiamata ‘politica della sicurezza’.

Ha scritto Elsa Morante che se gli uomini vengono ridotti «alla e­lementare paura dell’esistenza, nell’evasione da se stessi e quin­di dalla realtà, come chi ricorre alla droga, si assuefanno all’ir­realtà, che è la degradazione più squallida». Deriva da qui quella ‘cultura del diniego’ che consi­ste nel non voler vedere la soffe­renza e il male che gli altri subi­scono. In essa, spiega il sociolo­go Stanley Cohen, le facoltà di contatto con la realtà sono usa­te per negare un’evidenza imba­razzante: «il diniego comporta cognizione (non riconoscere dei fatti), emozione (non provare sentimenti), moralità (non rico­noscere ingiustizia o responsa­bilità) e azione (non agire in ri­sposta alla conoscenza)». Allor­ché la banalità, la stupidità, la droga dell’irrealtà e il diniego de­terminano il clima di una società, chiunque conservi le virtù del­l’ascolto, dell’integrità e del sen­so etico deve agire con coraggio. E con la memoria del dato stori­co per cui, proprio quando i po­tenti sono certi del loro dominio sulle coscienze, anche se intan­to tutti li applaudono, per loro è l’inizio della fine.