di Massimo Viglione *
Tratto da Il Giornale del 31 marzo 2011

Mario Cervi cita in maniera critica il mio libro – appena edito dalle Edizioni Ares – 1861. Le due Italie. Identità, unificazione, guerra civile, con accuse di genere («papalinismo», neoborbonismo, antimassonismo, antiunitarismo) che potrebbero però in realtà essere affibbiate a decine di altri studi – scientifici o meno – senza alcuna distinzione di sorta.

Intendo dire che, sebbene l’autore riporti una mia citazione, è assente qualsiasi specifico approfondimento di quanto io narro e valuto in 420 pagine di studio riportando decine e decine di indicazioni bibliografiche.

In realtà in questo studio io – lungi dal mettere minimamente in dubbio il valore odierno dell’unità nazionale e soprattutto il mio profondo e vivo amore verso l’Italia e la mia adesione completa e decisiva alla nostra 27 volte secolare civiltà – approfondisco tutte le principali tematiche e problematiche del movimento unitarista, dalle origini dei decenni del dispotismo illuminato fino al disastro della Seconda Guerra Mondiale.

È curioso notare che a distanza di 150 anni dall’unificazione, non si abbia ancora il diritto a essere considerati storici seri solo perché si ricorda agli italiani che vi furono 300. 000 loro antenati che presero le armi contro Napoleone e la Rivoluzione Francese, che decine di migliaia di italiani dopo il 1860 presero poi le armi nel Meridione perché non acconsenzienti con la forzata e fulminea piemontesizzazione e che milioni di loro furono poi costretti a emigrare (rendendo ricca e potente la criminalità organizzata), che il movimento unitario condusse di fatto un processo di scristianizzazione della Nuova Italia per decenni, che il Regno delle Due Sicilie non era esattamente una fucina di mali e barbarie, che non vi fu alcuna vera partecipazione popolare al movimento risorgimentale (Gramsci lo disse 70 anni fa e nessuno storico di quelli seri cui fa riferimento Cervi ha mai potuto negare ciò), che Garibaldi, Mazzini, il Re e Cavour non furono esattamente degli eroi senza macchia che si immolarono per l’ideale, che l’accentramento amministrativo imposto all’Italia appena fatta è stato una rovina per l’intera nazione, che vi furono ben tre guerre civili fra il 1796 e il 1945 (per non parlare del terrorismo), che ancora oggi siamo un popolo diviso e astioso e fazioso.

È davvero così riprovevole raccontare a tutti tali ormai acquisiti assunti storici e rifletterci sopra al fine di denunciare le cause remote dei mali odierni che attanagliano il nostro amato Paese? Ma gli italiani ormai iniziano sempre più a capire che il valore dell’unità nazionale e l’amore sincero per l’Italia, quella vera, sono disgiunti dalla passiva adesione a una «vulgata» mitologica dai toni sempre più mesti e lontani. I tricolori che abbiamo visto in queste settimane sventolare in molte piazze d’Italia non parlavano di Garibaldi e Mazzini, esprimevano l’amore e l’orgoglio di un popolo per la propria millenaria civiltà. Uniti, sì, da 150 anni, ma italiani da sempre.

* docente di Storia moderna e Storia del Risorgimento presso l’Università europea di Roma