Dopo gli scontri avvenuti in via Padova bisogna interrogarsi su quale possa essere il miglio modello per l’integrazione degli stranieri: è il “modello romano” fondato su ciò che Alexandre Del Valle chiama “patriottismo integratore”
Andrea Sartori (Insegnante)

Gli scontri avvenuti in via Padova a Milano tra nordafricani e sudamericani hanno messo in luce un qualcosa che gli italiani, che non hanno avuto esperienze coloniali e sono tendenzialmente provinciali, non hanno capito: gli immigrati non sono un blocco unico, ma sono costituiti da una varietà di culture ed etnie diverse e non di rado ostili tra di loro. Eppure abbiamo in casa un modello culturale per cercare di governare la multiculturalità: il “modello romano” basato su ciò che il geopolitico francese Alexandre Del Valle definisce “patriottismo integratore”.

LA DIVERSITA’ DI ETNIE

L’italiano medio ha un’idea molto stereotipata dell’immigrato: o delinquente o fanatico islamico. E li mette in un claderone unico. Questo è un grave errore, in quanto abbiamo una diversità di etnie incredibili:romeni, albanesi, arabi, africani, cinesi… E tutti appartengono ad un mondo loro, per cultura, tradizioni, religione. Un marocchino è diversissimo, per cultura, religione e modo di comportarsi, da un cinese. Ambedue sono poi molto diversi da un immigrato dell’Europa dell’Est o da un sudamericano. Poi non bisgna credere che tra le persone originarie di uno stesso continente corra sempre buon sangue: il nordafricano arabo solitamente detesta il nero dell’Africa sub-sahariana, sia esso di religone cristiana o musulmana. Questo lo si vede in Darfur dove gli arabi del Nord stanno commettendo un genocidio razziale dei neri, siano essi cristiani, animisti o musulmani (nel Rumbek la maggioranza è cristiana o animista, in Darfur la maggioranza è musulmana).

E’ sufficiente anche parlare con un qualsiasi immigrato, che confermerà la sua diffidenza verso altri immigrati: il sottoscritto ha avuto diversi modi di vederlo: una ragazza romena mi parlò con astio dei musulmani, una gelataia albanese invece era più ostile verso i romeni, una signora egiziana mi palesò la sua ostilità verso i cinesi. Uno studente che per arrotondare è andato a fare la vendemmia mi confermò che i lavoratori marocchini portavano larghi cappelli per non abbronzarsi e rischiare di assomigliare ai senegalesi. Anche all’interno stesso del mondo arabo sussistono rivalità: tra egiziani e marocchini, ad esempio, non corre buon sangue. Queste sono le prime avvisaglie di una guerra interetnica: la ex Jugoslavia è qui di fianco, e abbiamo visto quello che è accaduto tra serbi, croati ed albanesi, purtroppo.

IL “MODELLO ROMANO”

Eppure abbiamo un modello che può essere seguito: il modello romano. L’Impero Romano è stato il primo impero multiculturale realmente riuscito, in quanto fu basato su ciò che il geopolitico Alexandre Del Valle chiama “patriottismo integratore”. Roma schiacciò la libertà di un grande numero di popoli, ma perseguì anche una saggia politica di integrazione basata su un connubio tra i valori romani e i valori dei vari popoli. Prima di cadere in un’assurda statolatria dovuta al culto imperiale, Roma diede ai suoi “immigrati” la possibilità di divenire romani, e di esserne fieri, senza per questo tagliare le proprie radici. E’ il meccanismo che il politologo francese Alexandre Del Valle definisce come “patriottismo integratore”.

Gli esempi di tale patriottismo integratore sono molteplici nella storia romana, fin dai suoi esordi. I padri della letteratura latina furono stranieri: da Livio Andronico, greco, che tradusse in latino l’Odissea, a Quinto Ennio, di Rudiae, che proclamò orgogliosamente “Nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini “. Giulio Cesare nelle Gallie commise certamente un genocidio, ma integrò anche diversi Galli nel suo esercito e nominò senatori di origine celtica. I più celebri esempi di patriottismo integratore romano li abbiamo in epoca imperiale, e provengono dal mondo giudaico.

La zona giudaica fu una delle zone calde dell’Impero, altrimenti Tito prima e Adriano poi non avrebbero preso decisioni tanto drastiche riguardo Gerusalemme. Ma bisogna dire che l’ostilità romana verso il mondo giudiaco non aveva nulla di religioso o razziale: era l’ostilità del mondo occidentale, religiosamente tollerante, verso un popolo percepito come invasato dalla religione. E se i giudei avevno giuste rivendicazioni territoriali (i romani erano pur sempre degli oppressori violenti), dal punto di vista culturale e religioso non si può dire che Roma avesse torto (il terrorismo religioso fu inventato in quel contesto dalla setta degli Zeloti. I maestri giudei disprezzavano la cultura greca).

Però anche nel difficile caso giudaico si ebbero due clamorosi casi di patriottismo integratore. Il più noto fra tutti è quello di San Paolo, ebreo di Tarso di estrazione faisaica e cittadino romano. Celebre l’episodio dell’appello a Cesare fatto da Paolo in presenza del procuratore Festo e al quale aveva diritto in qualità di cittadino romano, anche se non romano per nascita e religione: “Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai” (Atti 25,11-12), risponde il procuratore all’Apostolo. L’altro caso è quello di Flavio Giuseppe, testimone della distruzione di Gerusalemme da parte di Tito nel 70 d. C. Lo scrittore ebreo entrò fu adottato dalla famiglia imperiale (la gens Flavia di Vespasiano, Tito e Domiziano), scrisse in lingua greca Le Antichità Giudaiche e La guerra giudaica, rimase ebreo, ma fu anche un leale cittadino romano, addirittura membro della famiglia imperiale.

Addirittura vi sono stati “barbari” che hanno fatto carriera all’interno dell’Impero Romano: basti pensare a Tiberio Giulio Alessandro, ebreo alessandrino che ricoprì le cariche di prefetto d’Egitto e procuratore di Giudea, o addirittura ad alcuni imperatori, quali Settimio Severo, originario di Leptis Magna, in Libia, a suo figlio Caracalla, che con la Constitutio Antoniniana concesse la cittadinanza romana a tutti gli abitanto dell’Impero, a Filippo l’Arabo, probabilmente di religione cristiana, a Massimino il Trace. Ma anche Traiano e Adriano, spagnoli e non romani, così come il filosofo e precettore imperiale Seneca di Cordova  rappresentavano già un esempio di patriottismo integratore. Per non parlare, in epoca già cristiana del vescovo nordafricano Agostino d’Ippona.

Nessun impero ebbe mai questo patriottismo. L’impero islamico, spesso elogiato come aggregatore di popoli, non era razzista, conosceva comunque un razzismo religioso sconosciuto a Roma: i cristiani e gli ebrei (Ahl al-Kitab, gente del Libro) avevano lo status di dhimmi cioé di cittadini di serie B sottoposti al cosiddetto patto di Omar e costretti  a vestire fogge diverse da quelle dei musulmani (la striscia gialla per gli ebrei, la striscia rosa per i cristiani: sinistra prefigurazione di pratiche novecentesche) e a non esporre i loro simboli sacri. Ai politeisti (mushrikin) Si può obiettare che anche Roma fu intollerante verso i cristiani. Ciò è senz’altro vero in alcune fasi (non tutti gli imperatori furono persecutori: le grandi persecuzioni avvennero sotto Nerone, Domiziano, Traiano, Marco Aurelio, Settimio Severo, Massimino il Trace, Decio e Diocleziano. Ma le persecuzioni che ebbero un carattere giuridico di “ufficialità” furono solo tre: quelle di Marco Aurelio, Decio e, soprattutto, Diocleziano), ma questo fu dovuto ad ignoranza e anche ad uno dei punti più disumani di Roma: la “statolatria”. Ma Roma fu, in materia di religione, unod egli imperi più tolleranti in assoluto prima dell’età moderna: sicuramente più tollerante degli imperi musulmani.

L’Impero Cinese invece si è fondato sul razzismo. Anche alla Cina popolare il razzismo non fa difetto: basti pensare al modo con cui si stanno consumando i genocidi di tibetani e uiguri per far posto all’etnia Han. In passato anche altre etnie imposero un razzismo di Stato quando presero il potere: basti pensare ai mongoli della dinastia Yuan e ai manciù della dinastia Qing. In questi casi furono gli Han a farne le spese. Gli occidentali come Marco Polo o i gesuiti venneri accolti per le loro conoscenze scientifiche dalle quali gli imperatori avevano capito che si poteva imparare.

L’impero americano, in epoca moderna, risulta essere il caso più interessante di patriottismo integratore, pur se macchiato di casi di razzismo superati, almeno a livello ufficiale, solo negli anni Sessanta.

LE DIFFICOLTA’ DEL PATRIOTTISMO INTEGRATORE

Gli stranieri appartengono a culture differenti, e non tutti hanno riescono ad integrarsi bene allo stesso modo.

Le etnie che danno problemi di microcriminalità sono quelle più facilmente integrabili. Sembra un paradosso, ma è così. Il problema più forte è rappresentato dalle resistenze culturali.

Lo vediamo col caso albanese. Gli albanesi, visti vent’anni fa come potenziali criminali, sono ora tra gli stranieri più integrati. Su questo tipo di stranieri bisogna agire mediante una politica di inserimento nel tessuto della società. Noi italiani dovremmo saperlo bene: il nostro primo arrivo in America ha portato mafia, mano nera e molti anarchici. Pian piano gli italiani si sono integrati e hanno dato alcuni fra i più grandi registi e attori di Hollywood, quali Scorsese, Coppola e De Niro, e anche qualche grande sindaco di New York.

L’immigrazione cinese rappresenta un secondo, più difficile da integrare. Si tratta di una comunità molto chiusa, che si crea un mondo a parte impenetrabile: e questo mondo è fatto di contraffazione, pirateria commerciale, lavoratori schiavi, bambini sfruttati, laboratori lager e anche di Triadi, la mafia cinese. Vi sono quartieri interamente in mano loro, come via Paolo Sarpi a Milano. E guai a toccare le Chinatown: si sono viste reazioni violente da parte cinese.  la percezione comune è quella di immigrati che “fanno un sacco di porcherie, ma si limitano a farle tra di loro”. Sulla carta sono più integrabili dei musulmani, avendo una cultura non aggressiva dal lato religioso (molti anzi sono cristiani!), ma la loro impenetrabilità li rende particolarmnte difficili, epalesa una tendenza a costruire un piccolo stato dentro lo Stato.

L’immigrazione musulmana è la più difficile, perché spesso (ma non sempre) fatta di fanatismo religioso. Se la chiusura cinese è basata sull’impenetrabilità e sull’espansione economica, la “chiusura” islamica è più aggressiva e aperta. Ed è anche la più difficilmente integrabile. Anche dietro il “musulmano onesto lavoratore che paga le tasse” può nascondersi un potenziale terrorista. Lo abbiamo visto nei casi di Mohammed Atta e Umar Farouk Abdulmutallab, se vogliamo degli stessi Osama bin Laden e Ayman al Zawahiri. Tutti provenienti “dalla buona borghesia” eppure tutti invasati. Ciò che dsitingue l’immigrato musulmano fanatico dagli altri è il pretendere: il musulmano fanatico, anche istruito, pretende che il Paese che lo ospita “per rispetto” rinunci alle proprie radici: pretesa che non vediamo né nei rumeni né nei pur chiusissimi cinesi. Il musulmano fanatico è disposto anche ad azioni violente. Il pericolo è che mentre il microcriminale romeno o albanese è riconoscibile come il mafioso italiano, ma da un lavoratore albanese o romeno è lecito aspettarsi trasparente (non dal lavoratore cinese, ma per altri motivi), anche dietro il musulmano apparentemente più “onesto” può nascondersi un fanatico, che magari pretende che lo Stato italiano adotti la sharia, la legge islamica, e rinunci al diritto romano.

Questo ovviamente senza fare di tutt’erba un fascio. Vi sono musulmani perfettamente integrati, e soprattutto musulmane che per cercare di integrarsi rischiano di essere uccise da padri-padrone e mariti-padrone. Bisogna aiutare questa gente. Dire loro: voi potrete essere italiani senza rinunciare alla vostra cultura e alla vostra religione.

IL MODELLO ROMANO IN EPOCA MODERNA

In epoca moderna già Napoleone si richiamò al modello romano, quando arrivò in Egitto, in un famoso proclama ai suoi soldati: “I popoli con i quali avremo a che fare sono maomettani. Il loro primo articolo di fede è questo: “Non c’è altro dio che Dio, e Maometto è il suo profeta”. Non contradditeli; comportatevi con loro come abbiamo fatto con gli ebrei, con gli italiani; abbiate riguardo per i loro muftì e i loro imam, come ne avete per i rabbini e per i vescovi. Le legioni romane proteggevano tutte le religioni”. Ma non si può ancora parlare di patriottismo integratore. Fu più Napoleone che cercò di integrarsi nella società egiziana, mostrandosi ossequiente verso l’islam cercando di integrare la religione musulmana coi principi rivoluzionari francesi. Uno dei suoi generali, Menou, si convertì sinceramente alla religione musulmana. Sul momento l’operazione non ebbe granché successo, nonostante l’entusiasmo di alcuni musulmani colti quali Abdel Rahman al Gabarti. il generale Kléber fu assassinato da un fanatico. Ma in seguito il condottiero albanese Mehmet Ali, divenuto padrone d’Egitto sotto il nome di Muhammad Ali Pasha, riprese l’esperienza napoleonica fondando l’Egitto moderno proprio sull’eredità del Bonaparte. Un discorso simile va fatto per l’Impero Britannico, che ebbe un vantaggio su Napoleone: gli inglesi abolirono la schiavitù, Napoleone reintegrò la schiavitù abolita dalla Francia rivoluzionaria. Gli inglesi, come Napoleone, cercarono di comprendere le culture con le quali vennero a contatto: basti pensare all’avventura di T.E. Lawrence “d’Arabia”. Gli inglesi diedero l’ooportunità ai sudditi dell’Impero di fare una certa carriera: basti pensare a Gandhi, avvocato indiano laureato a Londra. Ma nell’Impero Britannico fu forte anche il razzismo, sconosciuto a Roma: basti pensare sempre a Gandhi, sbattuto giù dal treno in Sudafrica, e all’apartheid.

In epoca contemporanea bisogna citare, pur tra mille contraddizioni, l’Impero americano. Gli Stati Uniti ottennero alcuni dei più grandi successi in materia di patriottismo integratore, successi non ottenuti dagli inglesi nè tantomeno da Napoleone. L’esempio italiano è quello più notevole.

Gli italiani portarono molta criminalità negli Stati Uniti: la Mano Nera, la mafia. Alcuni dei nomi italiani più famosi in America sono quelli, tristemente noti, di Al Capone e Lucky Luciano. Però l’America diede agli italiani possibilità di riscatto: un italiano fu uno dei più grandi sindaci di New York, e sto pensando a Fiorello La Guardia, che resse la Grande Mela dal 1933 al 1945. Ma New York ebbe anche altri sindaci italiani, come Vincent Impellitteri e Rudolph Giuliani, mentre Mario Cuomo fu addirittura governatore dello Stato di New York. E la stessa mafia ( o meglio la Mano Nera) fu combattuto da un italiano divenuto americano: Giuseppe “Joe” Petrosino.

Il limite americano non tanto verso gli stranieri, ma verso altri americani. In primis i pellerossa, abitanti originari, ancora oggi confinati nelle disumane riserve e che aspettano ancora giustizia (non basta certo qualche mea culpa hollywoodiano, anche se è già molto, specie se raffrontato ai silenzi anche culturali turchi sugli armeni e cinesi sui tibetani, dove cineasti e scrittori disposti a fare operazioni analoghe sono puniti e incarcerati) e verso gli afroamericani, che fino agli anni Sessanta soffrirono di un’autentica segregazione. Cosa piuttosto inconcepibile, se si pensa che i neri arrivarono negli Stati Uniti assieme ai bianchi, anche se come schiavi, che gli afroamericani, per la maggior parte, hanno la stessa cultura e religione dei “Wasp”. Inoltre la stessa cultura americana ha un grosso debito contratto con la cultura degli schiavi venuti dall’Africa: il blues e il jazz, alcuni degli aspetti più originali della cultura statunitense, sono neri.

Oggi tutto questo è superato, e gli Stati Uniti sono davvero una nazione basata sul patriottismo integratore. L’elezione di Barack Hussein Obama ne è la prova non tanto in quanto nero, poiché nel sangue di Obama non scorre una goccia del sangue degli schiavi, ma in quanto straniero, appartenente ad una cultura diversa, quella della tribù kenyota dei Luo, ora fieramente americano e orgoglioso di rappresentare gli Stati Uniti nel mondo.

Anche la Francia ha imboccato la strada del patriottismo integratore: Nicolas Sarkozy, ungherese ebbe tra i suoi ministri la franco-marocchina Rachida Dati. le franco-algerine Fadela Amara e Nora Berra e la franco-senegalese Rama Yade.

Francia e Stati Uniti hanno ripreso il modello romano. Adattandolo ai tempi, eliminando quelli che erano i  grandi limiti del modello romano, mancanza di democrazia, statolatria esasperata e oppressione di altri popoli, che invece furono conservati da Napoleone e, seppure in misura minore,  dall’Impero Britannico. Noi, che siamo i discendenti dei romani, non riusciamo ad imparare.

Questo conferma la lapidaria definizione di Ugo Ojetti sugli italiani: “L’Italia è un Paese di contemporanei senza antenati né posteri perché senza memoria di se stesso”.