di Vincenzo Faccioli Pintozzi
Tratto da cronache di Liberal del 17 giugno 2009

La carità nella verità. Dopo la speranza salvifica e l’anima intrinsecamente caritatevole di Dio, sarà questo il tema e il titolo della terza enciclica di papa Benedetto XVI.

Nella Caritas in veritate, infatti, il pontefice teologo affronta un testo economico-sociale che, da tempo in gestazione, dovrebbe contenere un attacco al capitalismo o quanto meno alle sue forme più spregiudicate. Il testo, dicono fonti informate, sarà firmato dal Papa il 29 giugno – festività dei ss. Pietro e Paolo – e diffuso all’inizio dell’estate. Quello che aggiungono coloro che si dicono a conoscenza della stesura aumenta la curiosità che sempre accompagna – fra cattolici e osservatori – la pubblicazione di un’enciclica. Si sa, ad esempio, che è passata attraverso vari rifacimenti e stesure, che fino all’ultimo hanno lasciato Benedetto XVI insoddisfatto. A differenza dell’enciclica sulla speranza, che il Papa aveva scritto personalmente dalla prima riga all’ultima, e dell’enciclica sulla carità, la cui prima metà è anch’essa tutta di scrittura papale, alla Caritas in veritate hanno lavorato molte menti e molte mani. Di esperti, probabilmente, ma anche di consiglieri non addetti alla materia ma particolarmente vicini alle corde del Pontefice. Benedetto XVI, com’è ovvio, non lascerà che siano queste voci a prendere il sopravvento, ma vi lascerà in ogni caso la sua impronta. Che, d’altra parte, è già chiaramente visibile nelle parole del titolo che coniugano indissolubilmente carità e verità. Su quale sarà questa impronta la curiosità è forte. Si conosce infatti molto poco del pensiero di Joseph Ratzinger in materia d’economia. In tutta la sua sterminata produzione di saggi, solo uno risulta dedicato espressamente a questo tema. È una conferenza in lingua inglese del 1985 dal titolo Market economy and ethics, di cui pubblichiamo un brevissimo sunto. In quella conferenza, Ratzinger sosteneva che un’economia che si priva di ogni fondamento etico e religioso è destinata al collasso. Parlando nel corso del simposio, che data ormai quasi 25 anni, l’allora cardinale dice: «La questione che lega mercato ed etica non è più da tempo un problema meramente teoretico. Dato che la presenza di varie zone economiche individuali mette in pericolo il libero mercato, si è cercato sin dagli anni Cinquanta di sviluppare nuovi progetti. Ma questo non è avvenuto».

Oggi che un collasso effettivamente c’è stato, si attendono quindi da Benedetto XVI analisi e proposte più circostanziate. Pochi mesi fa, rispondendo alla domanda di un sacerdote di Roma, il papa si espresse così: «È dovere della Chiesa denunciare gli errori fondamentali che si sono oggi mostrati nel crollo delle grandi banche americane. L’avarizia umana è idolatria che va contro il vero Dio ed è falsificazione dell’immagine di Dio con un altro Dio, Mammona. Dobbiamo denunciare con coraggio ma anche con concretezza, perché i grandi moralismi non aiutano se non sono sostenuti dalla conoscenza della realtà, che aiuta a capire che cosa si può in concreto fare. Da sempre la Chiesa non solo denuncia i mali, ma mostra le strade che portano alla giustizia, alla carità, alla conversione dei cuori. Anche nell’economia la giustizia si costruisce solo se ci sono i giusti. E costoro si formano con la conversione dei cuori». Era il 26 febbraio 2009 e l’enciclica era in fase di stesura. Quelle parole del papa ebbero l’effetto di accrescere la curiosità. Anche da poco, parlando ai membri della Fondazione Centesimus Annus, ha ricordato la prossima pubblicazione del testo. Che, quindi, è oramai pronto per essere presentato. Quello che non si capisce ancora, e che probabilmente verrà svelato soltanto dopo aver letto la Caritas in Veritate, è contro quale capitalismo – o sistema economico – Benedetto XVI punterà il dito per dare un volto a quello sviluppo finanziario che deve essere condannato.

Molti puntano sui modelli attualmente utilizzati all’interno dei nuovi giganti dell’economia mondiali, le tigri asiatiche rappresentate da Cina e India. Nei due Paesi, accomunati da una spaventosa marcia in avanti del Prodotto interno lordo (che sembra quasi inattaccabile) non esiste una concezione “morale” dell’economia. Pur se vessati da un governo estremamente repressivo, infatti, i cinesi poveri incolpano soltanto loro stessi della situazione in cui versano: non esiste un concetto di assistenzialismo statale o di carità privata. I casi che avvengono sono dettati dalla coscienza del singolo, mai da un modo di essere del sistema economico. Stessa concezione in India, dove la stragrande maggioranza della popolazione vive in un’indigenza sistematicamente ignorata dalle autorità. Parlando della questione in tempi non sospetti, il cardinale Ratzinger diceva: «Una politica economica che sia tesa non soltanto al bene di un gruppo, ma al bene dell’intera famiglia umana, richiede il massimo della disciplina etica e il massimo della forza religiosa. La formazione politica di un desiderio che regoli l’economia verso questo risultato appare, oggi, quasi impossibile». In un caso del genere, se veramente Benedetto XVI volesse indicare in Pechino e Delhi i modelli da non imitare, un punto – dicono alcune fonti – che verrebbe messo nel mirino è quello della crescita demografica. Delegittimando chi vuole vedere nei Paesi in via di sviluppo la necessità di un controllo della popolazione, il Papa ricorda come la famiglia – bene non negoziabile – sia il punto di svolta oltre al quale non c’è salvezza sociale e non può esserci sviluppo.

D’altra parte, sempre nel 1985, sosteneva: «Un modello economico corretto può essere realizzato soltanto se i poteri etici vengono lasciati completamente liberi. Una moralità che si crede in grado di supplire con la conoscenza tecnica alle sue mancanze si riduce a moralismo. L’antitesi della moralità». E questo, sottolinea il futuro vescovo di Roma, «non è corretto. Oggi abbiamo bisogno del massimo della conoscenza economica specifica, ma anche del massimo ethos a disposizione, in modo che quelle conoscenze vengano utilizzate per i giusti risultati. Soltanto in questo modo avremo una conoscenza in grado di essere sia politicamente praticabile che socialmente tollerabile». È sinceramente impossibile, anche dopo aver ascoltato diversi collaboratori – veri o presunti – della Santa Sede dire se questi temi verranno veramente analizzati nella Caritas in veritate. Così come vennero smentite le voci che volevano nella Centesimus Annus di Giovanni Paolo II una condanna netta del capitalismo americano a favore del socialismo imperante nei Paesi del blocco sovietico. Oggi i confini sono meno netti: non esiste più un sistema conosciuto o indicato come negativo, e le crepe del sistema finanziario internazionale hanno rischiato di seppellirci tutti. Quello che conforta è che si tratta di questioni di cui il Pontefice, nonostante la sua matrice più prettamente dottrinale, è perfettamente a conoscenza. E che sente il bisogno di affrontare anche e forse soprattutto in tempi di crisi – morale ed economica – come questi. D’altra parte, è da tempo che si attende la carità nella verità.