Intervista a don Silvio Longobardi, direttore del periodico “Punto Famiglia”

ROMA, giovedì, 22 aprile 2010 (ZENIT.org).- “L’uomo dinanzi al dolore. La sofferenza nella vita e nelle parole di Giovanni Paolo II” è il titolo del libro scritto da don Silvio Longobardi, direttore del periodico “Punto Famiglia”, che mira a gettare nuova luce sulla sofferenza e sull’esempio dato a questo proposito da Papa Karol Wojtyła.

Il testo verrà presentato a Ravello (Salerno) questo sabato 24 aprile alle 19.00 presso il Santuario di SS. Cosma e Damiano. Accanto a don Silvio, interverranno padre Gianfranco Grieco, capo Ufficio del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e monsignor Giuseppe Imperato, parroco del Duomo di Ravello.

Il ricavato della vendita del libro sarà destinato alla costruzione del Centro Jean Paul II per i giovani in Burkina Faso.

Don Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera-Sarno, è l’ispiratore della Fraternità di Emmaus, una realtà ecclesiale nata negli anni Novanta che si propone, attraverso itinerari di fede, di aiutare battezzati, vergini e sposi ad accogliere la vocazione alla santità.

Licenziato in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana di Roma, ha conseguito il diploma di perfezionamento in Bioetica presso l’Università Cattolica di Roma ed è Direttore del Centro Diocesano di Formazione Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, della Diocesi di Nocera Inferiore – Sarno.

Nel 1993 ha promosso la Federazione Progetto Famiglia onlus, che si impegna a favore della famiglia e dei minori. Nel 2006 ha fondato la rivista “Punto Famiglia”, che si occupa di tematiche familiari e che egli stesso dirige. Ha pubblicato diversi testi, tra cui “Sulle orme di Nazaret” (EDB, 1999), “Famiglia piccola Chiesa, appunti di pastorale familiare” (Gaia, 2008), “Sulla strada di Emmaus” (Gaia 2009).

In questa intervista concessa a ZENIT, spiega il perché di un libro sulla sofferenza e come Giovanni Paolo II sia riuscito a imprimere un senso nuovo a questa realtà.

Si prova sempre un certo imbarazzo a parlare del dolore, eppure questa esperienza è connaturale all’esistenza dell’uomo. Qual è la motivazione che l’ha spinta a scrivere un libro sulla sofferenza?

Don Silvio Longobardi: Ognuno di noi porta con sé un carico di dolore. Avvolgere di silenzio questa esperienza contribuisce ad aumentare la solitudine dell’uomo e rende ancora più insolubili quelle ineludibili domande sul senso della vita che nascono quando il dolore mette radici nell’esistenza. Nella mia vita c’è un’esperienza significativa: dieci anni fa, ho dovuto accompagnare mio nipote Antonio, di soli 4 anni, colpito da un male incurabile, nel calvario che nel giro di pochi mesi lo ha consumato fino alla morte. Questa esperienza, e in seguito tante altre di persone care, mi ha fatto guardare in modo nuovo l’abisso del dolore nel quale ogni giorno è immersa tanta parte dell’umanità. Una di queste esperienze riguarda Simone, un giovane chiamato troppo presto a scontrarsi con il dolore e che mi ha posto molti interrogativi sul perché della sofferenza. A lui ho voluto dedicare queste pagine.

Un libro che nasce dall’esperienza …

Don Silvio Longobardi: Sì, e difatti oltre alla testimonianza di Giovanni Paolo II ho voluto riportare altre esperienze – tra cui quella bellissima e poco conosciuta del Cardinale americano Joseph Bernardin, morto alcuni anni fa. Quando scoprì di essere ammalato, ebbe l’impressione di restare come schiacciato dal dolore. Poi iniziò a guardare quell’esperienza con gli occhi della fede, ebbe il coraggio di comunicarlo alla sua Diocesi, tanti ammalati gli scrissero lettere commoventi in cui chiedevano preghiere. Ed egli comprese così che la sofferenza era per lui un altro e più fecondo ministero che il Signore gli aveva affidato.

Il libro parla anche di un film…

Don Silvio Longobardi: Si tratta di un film piuttosto recente – “Lo scafandro e la farfalla” –, che pochi forse conoscono. Racconta la storia vera di un uomo, un giornalista di successo, che si ritrova d’improvviso in ospedale; tutte le sue funzioni sono bloccate, può muovere solo un occhio e con quello impara a comunicare, fino al punto da scrivere un libro, quello da cui è stato tratto poi il film. Una vicenda bellissima e controcorrente rispetto alla vulgata attuale che presenta l’eutanasia nella lista delle istruzioni per la vita, una scelta inevitabile quando la malattia imprigiona la libertà.

Nel suo libro lei tocca il rapporto dell’uomo con il dolore, pone una riflessione che chiama in causa anche Dio. La sofferenza suscita turbamento e paura, ribellione e chiusura. Come vivere tutto questo?

Don Silvio Longobardi: L’immagine di Dio che la cultura odierna spesso amplifica è quella di un padre ingiusto e crudele, che pone sulle spalle degli uomini pesi insopportabili. In tal modo dimentichiamo che la specificità della rivelazione cristiana consiste proprio nel presentare il volto di un Dio che ha indossato i panni dell’uomo e ha condiviso la sua condizione di fragilità, accettando anche la sofferenza, fino alla morte. Ma la sofferenza non genera necessariamente una rivolta contro Dio. La fede apre il credente alla fiducia, egli sa che Dio non rimane indifferente al dolore dell’uomo. Come un beduino nel deserto raccoglie l’acqua in un recipiente, così Dio raccoglie le lacrime dei poveri. Evidentemente sono preziose ai suoi occhi. Nella fragilità l’uomo sperimenta la misericordia di Dio, comprende che può sempre contare su di Lui.

Quali sono i passi per avvicinarsi a una persona che soffre? Come aiutarla a vivere il dolore in una prospettiva di fede?

Don Silvio Longobardi: La sofferenza resta uno scandalo anche per i credenti, per dirla con Santa Teresa, alza un muro che spesso impedisce di vedere il cielo, un interrogativo al quale non è facile rispondere. È una realtà difficile da vedere e da comprendere. Eppure tanti credenti sono passati per questa via stretta senza perdere la gioia e senza cadere nella rassegnazione. Anzi, alcuni hanno vissuto questa esperienza come una grazia speciale. Hanno attinto forza dalla parola del Vangelo che invita a vedere nella sofferenza una partecipazione alla redenzione del mondo. È questo il cammino che ha percorso anche Giovanni Paolo II. Anzi, devo dire che la sua testimonianza mi ha fatto comprendere in modo nuovo quell’oscuro capitolo della vita che si chiama sofferenza.

Quale luce nuova getta questo libro su Giovanni Paolo II?

Don Silvio Longobardi: Il modo in cui Papa Wojtyła vive il suo dolore è forse l’elemento più sorprendente di un’esistenza vissuta interamente nella logica del dono di sé. La progressiva debolezza non ferma la sua volontà di annunciare il Vangelo. Non è stato facile per lui accettare la sua infermità, farsi vedere con i segni di una debolezza fisica sempre più devastante. Non era facile mostrarsi così davanti a tutti: i gesti diventavano sempre più lenti, le parole più stentate, a volte perfino la bava alla bocca. Ha accettato tutto questo per amore del Signore, ha messo da parte ogni interesse personale per dare spazio unicamente all’annuncio del Vangelo.

Qual è il messaggio che Papa Wojtyła ha lasciato sulla sofferenza?

Don Silvio Longobardi: Presentandosi al mondo con la sua infermità e continuando a svolgere fino in fondo il suo ministero, nonostante il male che devastava e progressivamente imprigionava il suo corpo, egli ha testimoniato fedelmente quella verità che negli anni precedenti aveva saputo annunciare attraverso i suoi scritti. La riflessione sulla sofferenza non ha sempre trovato ampio e adeguato spazio nel magistero. Nei documenti del Vaticano II, ad esempio, il tema è appena accennato. La Lettera Salvifici doloris del 1984 di Giovanni Paolo II è il primo documento pontificio che offre una riflessione sistematica sulla sofferenza e invita tutti gli uomini a ripensare il significato e il valore di questa esperienza. La Lettera è destinata alla comunità ecclesiale, ma il tema che essa affronta è così universale da interpellare tutti.

Uno degli aspetti peculiari, su cui Giovanni Paolo II ritorna nella sua Lettera, riguarda il ruolo degli ammalati. Qual è questo ruolo, e come restare accanto a chi soffre?

Don Silvio Longobardi: È vero che gli ammalati devono essere oggetto di cura premurosa e costante, ma è vero anche che nella prospettiva evangelica essi sono soggetti di una feconda e misteriosa azione salvifica. È questo il punto più originale e qualificante della proposta evangelica e deve perciò diventare il cuore di tutta la pastorale sanitaria: comunicare e far crescere nei malati la consapevolezza di essere chiamati a prendere parte alla sofferenza stessa di Cristo e quindi alla sua stessa missione salvifica. Inoltre stare accanto ai malati non significa solo esercitare una doverosa compassione, richiesta dalla carità, ma anche aprire loro gli orizzonti di una missione che non viene intessuta di opere, ma ricamata con l’offerta quotidiana della sofferenza.

Il ricavato della vendita del libro sarà destinato alla costruzione del Centro Jean Paul II del Burkina Faso. Qual è la sua missione?

Don Silvio Longobardi: Studiare è un diritto, è la premessa per conoscere la realtà e apprendere quelle competenze che sono fondamentali per diventare adulti e protagonisti. Per la maggior parte dei giovani, in Burkina Faso, questo diritto è negato. Per dare una risposta concreta, l’associazione Progetto Famiglia – Cooperazione, che opera in Burkina Faso da alcuni anni, sta realizzando il Centro Jean Paul II. Questa struttura intende offrire ai giovani la possibilità di acquisire una buona formazione scolastica e, più ampiamente, una capacità di elaborazione culturale e imprenditoriale. Il progetto non si basa su una prospettiva di tipo assistenziale (donare le spese di scolarità), ma intende offrire spazi e mezzi di formazione e nello stesso tempo coinvolgere gli stessi giovani in un processo educativo che li rende protagonisti e si apre sul mondo del lavoro.

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