di Renzo Puccetti da www.lanuovabq.it

Mercanti di bambini

La storia che si legge sui giornali racconta di una ragazza minorenne che si sarebbe rivolta a un ginecologo campano per abortire. Secondo la ricostruzione degli inquirenti la gravidanza è avanzata e i termini previsti dalla legge sono abbondantemente superati, ma questo non scoraggia il sanitario che propone alla giovane la soluzione: un aborto clandestino. Il prezzo? Seimila euro.

La ragazza però non ha quei soldi e allora scatta il piano B: nessun aborto, ma al suo posto la vendita del bambino appena nato a una coppia che aveva consegnato al medico venticinquemila euro. Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi, così avviene che la giovane si ritrova il bambino che aveva partorito sul suo stato di famiglia, così scatta la segnalazione e le relative indagini che hanno portato all’arresto del medico e la denuncia per i falsi genitori.

Al di là dei risvolti legali, questa storia mostra alcune cose che vale la pena evidenziare. La recente campagna orchestrata contro i medici obiettori di coscienza sentenziava: “Il buon medico non obietta”. Dai promotori di quello sgangherato e offensivo attacco contro i medici obiettori di coscienza all’aborto vorrei sapere se anche quel medico arrestato (che pure dovrebbe piacere perché non obiettava e anzi era un punto di riferimento importante per l’attività abortista nell’area campana) sia un buon medico.
Forse qualche operatore dell’aborto che accusa i medici obiettori di avere una morale farisaica favorente l’aborto clandestino, farebbe cosa saggia se guardasse con un pizzico più di attenzione in casa propria, magari, com’è avvenuto in questo caso, gli potrebbe capitare di scoprire che qualcuno l’aborto lo pratica non solo alla luce del giorno.

Ma ancora più interessante è riflettere su come certi laureati in Medicina considerano l’essere umano all’alba della sua esistenza: si può ucciderlo, si può venderlo, si può trattare come una cosa. Ecco che sale prepotente un pensiero: anche sugli schiavi dell’antica Roma pendeva lo ius vitae ac necis da parte del padrone, il dominus, che aveva su di loro anche il diritto di commercio. Anche per la suprema corte americana del caso Scott vs Sanford lo schiavo fuggito era una merce di cui potere rivendicare la proprietà. Oggi ci sono altre schiavitù: le donne sfruttate per la prostituzione, gli immigrati fatti lavorare con turni massacranti, sono queste forme ben visibili di violazione della dignità umana, incapaci però di nascondere la truculenza del proprio volto; ma accanto a queste altre, più subdole, culturalmente seducenti forme di schiavitù colpiscono l’essere umano indifeso all’alba della sua esistenza riuscendo a trasformare la belva di Thomas Hobbes in un perfetto gentiluomo.

Ricordo il 2008 quando a Firenze l’ospedale pediatrico Meyer, l’ordine dei medici di Firenze, la Consulta Bioetica presieduta dal professor Mori organizzarono un convegno; una relazione aveva per titolo “Il neonato è persona?”. E la risposta del relatore fu che “I feti, i neonati, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in uno stato vegetativo permanente, cioè senza speranza, costituiscono esempi di non persone umane. Tali entità fanno parte della specie umana, ma non sono persone”.

L’anno scorso due autori italiani pubblicarono su una rispettabile rivista internazionale di bioetica la tesi che, non essendoci differenza tra bambino prima e dopo la nascita, poiché si ritiene lecito l’aborto su semplice richiesta della donna, allora si dovrebbe parimenti ritenere lecito sopprimere anche il neonato dietro semplice richiesta della donna. Lo chiamarono “aborto post-nascita”. In questi giorni la stessa rivista ha dedicato un intero numero a quel tema e il professor Mori, nel descrivere le reazioni in Italia a quell’articolo, conclude scrivendo che “il concetto di aborto post-nascita può essere scartato immediatamente come un mero ossimoro, ma potrebbe essere anche interpretato come una richiesta di un nuovo modo di concettualizzare la nostra opinione sull’argomento”.

Ecco, di concetto in concetto, si giunge all’accerchiamento totale della realtà, vi partecipano non-cognitivismo, costruttivismo, nominalismo, tutti insieme vogliono mettere al centro un idealizzato soggetto umano, ma finiscono per spazzare via l’essere umano in carne e ossa insieme alla sua umanità. Come disse infatti quell’adorabile geniaccio di Clive Staple Lewis, «l’uomo che vuole concepirsi come materiale grezzo, materiale grezzo diventa».