di Antonio Giuliano
Tratto da La Bussola Quotidiana l’11 aprile 2011

Dalla Nigeria al Brasile, dall’Iraq all’Indonesia, un filo rosso lega il pianeta da un capo all’altro: il sangue dei martiri cristiani del XXI secolo.

«Da almeno due decenni il cristianesimo è la religione più perseguitata del mondo» sostiene un’organizzazione tutt’altro che confessionale come Amnesty International. Eppure è un martirio che avviene ancora nel silenzio e nell’indifferenza mondiale, testimonia Francesca Paci, inviato de La Stampa, nel suo libro Dove muoiono i cristiani (Mondadori, pp. 190, euro 17, 50).

Una raccolta di pregevoli reportage dai luoghi della persecuzione che accende i riflettori su storie e volti che in prima pagina non finiscono mai. «Viviamo in Occidente – spiega la giornalista – in stati democratici dove il cristianesimo è ancora maggioranza. Non siamo abituati all’idea che altrove questa è una piccola minoranza di fedeli che fanno fatica anche ad andare a messa. Per questo, da non credente, sono rimasta sbalordita dalle aggressioni in Nigeria, dall’assalto alle chiese in Iraq, dalle stragi di cristiani copti in Egitto a quelle dei fedeli dell’Orissa (India). Per non parlare del Pakistan… Una persecuzione che non fa notizia, specie se le discriminazioni non mietono vittime. Sono stata per anni corrispondente da Gerusalemme e ho visto l’esodo tuttora in corso dei cristiani dalla Terra Santa».

Spesso al silenzio contribuisce, paradossalmente, anche la strategia del dialogo: «Credo – continua – che nessuno come la Chiesa cattolica si stia impegnando nel creare ponti piuttosto che muri, con incontri e seminari di ogni genere. E condivido questo impegno. Purtroppo però a volte si rischia di tacitare le situazioni di oppressione. Spesso i copti in Egitto mi dicono è “colpa vostra, perché a furia di insistere sul dialogo non capite che i Fratelli Musulmani non vogliono il dialogo e faranno di tutto per schiacciarci”. Dopo aver contribuito alla caduta di Mubarak, ora temono di non poter ancora accedere a cariche pubbliche. La verità è che nei paesi musulmani la divisione tra religione e politica non c’è mai stata. E non posso che essere favorevole anch’io all’istituzione del Christian Rights Watch, un osservatorio a difesa dei diritti dei cristiani».

Ci sono Paesi, come l’India, l’Iraq o la Nigeria, in cui alla base c’è un esplicito odio religioso, come quello dei fondamentalisti di altre islamici o indù. E altri come la Cina, il Vietnam o la Corea del Nord, dove lo Stato comunista non ammette nessun credo. «Però da laica – sottolinea l’autrice – mi son sempre chiesta qual è la matrice comune della massiccia persecuzione anticristiana ai giorni nostri nelle diverse zone del mondo. Ho capito che il cristianesimo sin dalle origini sovverte l’ordine costituito non attraverso la spada, ma promuovendo la dignità dell’uomo: con largo anticipo su qualunque dottrina liberale o illuminista. Ovunque la dignità dell’uomo è calpestata, il cristianesimo mette in campo la sua carica rivoluzionaria. Penso ad esempio all’India, dove i cristiani sono gli unici ad accogliere i più emarginati, i “dahlit”, quelli senza casta. Oppure all’Amazzonia dove non ci sono fondamentalisti eppure sacerdoti e missionari perdono la vita per difendere gli ultimi e i poveri». Ritratti che spingono l’autrice ad affermare sicura: «La fede è un pretesto, le persecuzioni nascondono disuguaglianze economiche per tagliar fuori le minoranze».

In realtà insistendo sulle ragioni sociali dell’oppressione dei cristiani, la giornalista non fa altro che affermare come la fede non sia soltanto una dottrina, ma si incarni nella vita concreta dei credenti che ha incontrato. «Mi ha colpito – rivela – la testimonianza dei fedeli della Corea del Nord, un mondo ancora inaccessibile. Un eroismo che ricorda quello dei primi cristiani. Ho incontrato uno di loro ad Amsterdam e mi raccontava che per anni i suoi genitori cristiani nascondevano il libro di preghiere in una giara seppellita in giardino: la tiravano fuori solo durante la notte. Qualcuno però ha fatto la spia e i suoi familiari furono torturati e uccisi. E un altro coreano, riuscito a fuggire dai campi di concentramento dove finiscono anche tanti dissidenti cristiani, mi ha confidato che ha sempre tenuto nascosto ai suoi figli la propria fede. “Mi pento – mi ha detto, ma non potevo parlare. Una volta tentavo di spiegare ai miei bambini il Natale, la nascita di Gesù. E mio figlio mi chiese: “Ma chi era il bimbo di Betlemme, il caro leader?”. In Corea del Nord infatti i cristiani sono considerati dissidenti perché hanno un altro “dio” rispetto al leader del partito comunista e il lavaggio del cervello comincia già nelle scuole».

Una tenacia che non conosce confini: «Mi ha impressionato – conclude Francesca Paci – il coraggio di una donna cristiana in Indonesia. Nonostante le percosse subite continuava a ripetermi: “Non ho paura di morire se si tratta di difendere Gesù”».