«Il martirio di Rolando Rivi riscrive la storia. Quella storia nella quale tanta parte di cultura cattolica ha preferito non entrare». Il vescovo di San Marino mons. Luigi Negri spiega il significato dell’ormai imminente beatificazione del seminarista di Castellarano (Reggio Emilia), ucciso il 13 aprile 1945 a soli 14 anni in odium fidei da due partigiani comunisti.

Nel suo ruolo di presidente del Comitato Amici di Rolando Rivi, che da 6 anni promuove la causa di beatificazione del seminarista di San Valentino, Negri parla di Rolando come di un martire, il cui sacrificio è in grado di dare verità storica ad una pagina oscura della nostra storia.

Un martirio che arriva agli onori degli altari dopo decenni di oblio, con un ricordo coltivato negli anni bui del dopoguerra soltanto in ambito familiare, ma che col tempo si è trasformato in una vera e propria devozione e che farà di Rolando Rivi il primo seminarista di un seminario minore diocesano dichiarato beato. Ma soprattutto il primo martire ucciso dalla violenza partigiana comunista che la Chiesa riconosce beato.

Il giovane Rolando, da poco entrato in seminario venne prelevato da una formazione
partigiana e sequestrato in montagna. Lì, dopo due giorni di torture e sevizie, viene giustiziato perché si rifiutò di togliersi la veste talare che indossava. Morì gridando: “Io sono di Gesù”. (cfr. Emilio Bonicelli “Rolando Rivi, seminarista martire”. Ed. Shalom)

La causa, che ha già superato a tempo di record la fase della positio, ribadisce che in quegli anni si moriva in odio alla fede e, da parte della Chiesa, certifica che nel corso della guerra civile post bellica era in atto una sistematica caccia ai cristiani, sorattutto sacerdoti, considerati di ostacolo all’ormai imminente rivoluzione comunista.

Ecco perché con la sua beatificazione, è come se la Chiesa riconoscesse
il martirio dei tanti sacerdoti uccisi dalla violenza della guerra civile, soprattutto nel Triangolo della morte. Una beatificazione nella quale non mancano testimonianze di devozione che travalicano spesso i confini nazionali.

Intervistiamo mons. Negri pochi giorni dopo la notizia, data dal comitato, che la causa di beatificazione presso la Congregazione per le cause dei Santi, è uscita dal limbo dell’indeterminatezza per entrare in quella delle date certe.

Eccellenza, il 5 giugno prossimo la commissione teologica si pronuncerà sul martirio. Da lì la causa procederà in discesa, con la firma dei cardinali e quella del Papa. Siamo in un momento decisivo.  Evidentemente in questo momento la Chiesa ha deciso di dare una considerazione precisa a questo cammino che sarà molto veloce. Quanto veloce?
Per quello che risulta a me, non ci sono da leggere testi o da analizzare documenti, che nelle altre cause dilungano i tempi. Rivi è una figura ancora sconosciuta alle masse… E’ una figura di straordinaria fedeltà alla Chiesa e ala presenza di Cristo nella storia. Ha preferito in modo eroico la fedeltà a Dio rispetto a tutto il resto.

Com’è possibile a soli 14 anni accettare un martirio?
Spesso mi immedesimo in lui. Credo che non sia stato semplice per lui, come non è semplice per nessun uomo e non lo è stato per Cristo, vedere la violenza che si accanisce contro l’uomo. Avrà avuto sicuramente paura, come Gesù, e che abbia pianto, ma è proprio questa normalità, questa familiarità con la quale ha affrontato il martirio che si iscrive nella storia di oggi come una pagina insuperabile per l’attualità della Chiesa, soprattutto nell’impatto con i giovani.

Che cosa dice oggi Rolando all’uomo moderno?

Rolando è il capofila di quei giovani che incontrando la Chiesa, hanno trovato se stessi. Leggevo qualche giorno fa sul Foglio del martirio di un giovane copto, che si era rifiutato di togliersi il crocifisso al collo su istigazione dell’insegnante: è stato massacrato. Ecco, la storia di Rolando si ripete anche oggi.

Ai giovani, specchio di una società ormai scristianizzata?
Siamo abituati, perché ci fa comodo, a giudicarla una generazione disincagliata dalla realtà e perduta dietro i deliri consumistici, ma non ci rendiamo conto che se sono così molti giovani, una grave responsabilità è anche da parte della realtà adulta, che non ha saputo proporre una ragione adeguata di vivere. Invece le risorse di tanti giovani sono un grande aiuto del Signore in questo momento di passaggio nella società e nella vita della Chiesa.

Come viene recepita la figura di Rivi in un contesto di lettura della storia della Resistenza?          Spesso la sensazione è che ci siano morti di serie A e morti di serie B. Nel caso di Rivi, derubricato dalla vulgata a semplice omicidio “non politico”. addirittura di serie C…  Ha un indubbio vantaggio culturale. Con questa causa di beatificazione abbiamo ulteriormente sollevato il velo dell’omertà, del silenzio e della viltà con cui tanta cultura, forse anche quella cattolica, preferiva non riaprire queste questioni.

Vale anche oggi? A quasi 70 anni di distanza?

Ancor di più. Una volta un ecclesiastico molto in vista, quando ero ancora a Milano, mi mostrò il suo stupore: “Ma come? Ormai con i comunisti stiamo così bene, che bisogno c’è di aprire questa vecchia storia?”

Invece c’è ancora bisogno?
Certo. Lo dimostra il fatto che gli amici di Rolando Rivi hanno favorito in tutt’Italia una ripresa della verità storica contro la viltà dell’omertà e dell’omologazione.

E la chiesa come ha recepito questo ripresa di verità?
Con la più grande disponibilità. Dall’arcivescovo di Modena Benito Cocchi al suo attuale successore, passando per il vescovo di Reggio Caprioli, la Chiesa come istituzione ha ha manifestato la medesima sensibilità, si è fidata di me senza un minimo di perplessità. Un atteggiamento comprensivo da parte della Chiesa, che ha percepito questa grande possibilità educativa che si apre davanti a lei.

di Andrea Zambrano da La Bussola Quotidiana