Nel dicembre del 1637 circa trentasettemila kirishitan, cioè cristiani, si asserraglia­rono nel castello di Hara, nell’allora provincia di Hizen, nell’Isola di Kyu­shu, la più a sud dell’arcipelago nip­ponico. Ventimila tra contadini e commercianti, inquadrati militar­mente da seicento ronin, samurai decaduti, più diciassettemila donne e bambini al seguito, decisi a resi­stere fino alla morte per rivendicare la libertà di culto e sfidare un pote­re feudale giunto a livelli di tor­chiatura fiscale e di crudeltà i­nauditi.

A guidarli era un giova­ne di soli sedici anni, Amakusa Shiro, figlio di un samurai cri­stiano e creduto – per il suo ca­risma e una serie di miracoli che gli furono attribuiti – l’«in­viato dal cielo» citato in una misteriosa profezia attribuita a San Francesco Saverio, ri­trovata nel testo lasciato dietro di sé da un gesuita in fuga dal­la persecuzione anticattolica. Era un popolino proveniente dalle isole Amakusa e dalla penisola di Shimabara, co­stretto a professare la fede nel segreto, pena la morte, odiato dai bonzi buddisti quanto dallo shogunToku­gawa Ieyasu, che vedeva in ogni presenza cristia­na un cavallo di Troia de­gli imperi marittimi di Portogallo e Spagna.

Un popolino che, abituato a tirar di roncola più che di spada, aveva però scelto di uscire dalle ca­tacombe e sfidare in ar­mi le autorità locali: pri­ma aveva tentato di as­saltare i castelli di Hondo e Tomioka, poi aveva resisti­to alle rappresaglie, infliggendo pesantissime perdite alle spedizioni dei daimyo, i feudatari locali, poi e­ra arrivato vicino all’inaudito, cioè la presa della fortezza principale della zona, quella di Shimabara, del daimyo Matsukura Katsuie. Infine, impossibilitato a continuare lo scon­tro in campo aperto contro un eser­cito via via sempre più imponente, grazie ai rinforzi provenienti dal re­sto del Giappone, si era rifugiato in un grande fortilizio abbandonato, a ridosso dell’oceano.

Sapendo che da lì, salvo miracoli, non sarebbe più u­scito più vivo. Le navi che erano servite per appro­dare al castello furono distrutte e il legno fu usato per rinforzare le mu­ra diroccate. Sui bastioni furono in­nalzate grandi bandiere bianche cro­ciate e i kirishitan si apprestarono a combattere invocando l’aiuto di Ie­su Kirisuto (Gesù Cristo), di Mariya e dei santi. Niente messe, perché di missionari o sacerdoti autoctoni per celebrarle non ne erano rimasti – quelli che non erano riusciti a la­sciare il Paese erano stati trucidati – , solo rosari ed esortazioni mistiche dell’Inviato del Cielo. Per cinque me­si i ribelli resistettero all’impossibi­le, anche alle cannonate di una na­ve olandese guidata dal calvinista Ni­colas Koekebakker, che aveva mes­so a disposizione per l’annienta- mento dell’insurrezione papista le sue bocche da fuoco.

Fino alla capi­tolazione, per sfinimento, mancan­za di viveri, munizioni, sabotaggi in­terni, il 12 aprile del 1638. I kirishi­tan furono massacrati e tutti deca­pitati. La spianata attorno al castel­lo fu disseminata di pali con le loro teste mozzate, come un immenso campo di macabri girasoli. La testa di Amakusa Shiro fu portata a Naga­saki come trofeo e avvertimento per i restanti seguaci di Iesu Kirisuto e del gran regnante di Roma. Per raccontare la vicenda della ri­bellione di Shimabara, la Masada della Chiesa giapponese, poco conosciuta in Occidente, Rino Cammilleri, saggista prolifico e di lungo corso, ha scritto quello che probabilmente è il più bello tra i ro­manzi storici che finora ha firmato: Il Crocifisso del Samurai (Rizzoli, pa­gine 276, euro 18,50).

Lo ha fatto mi­scelando una trama di fantasia che vede protagonisti tre seguaci di A­makusa Shiro – il giovane Kato, la sua amata Yumiko, prelevata dalle guar­die di un daimyo e torturata pubbli­camente con l’unica colpa di essere figlia di Kayata, samurai cattolico che non aveva potuto pagare le tasse al­le autorità – e un racconto degli ac­cadimenti di quel 1637 di sangue e della grande persecuzione dei de­cenni precedenti. Un’immersione in un Giappone ar­caico e feroce, dove sulla fiorente Chiesa nata dalle missioni gesuiti­che e francescane si abbatté una vio­lenza che ha avuto pochi uguali nel­la storia.

E dove gli shogun della di­nastia Tokugawa, dopo aver preso il potere nel 1603 chiusero sempre più il proprio impero ai rapporti con gli stranieri – dopo la ribellione di Shi­mibara per oltre duecento anni il Giappone divenne sakoku, quasi to­talmente blindato e autarchico – e i cristiani si eclissarono. Riemersero alla luce, come per miracolo, alla fi­ne di un tunnel plurisecolare, solo nel 1865, quando i missionari tor­narono in quella lande.


Andrea Galli da Avvenire