di Filippo Passantino
Tratto da Rai Vaticano – il blog il 13 novembre 2010

I media internazionali l’hanno definita la “Sakineh cristiana”. Comune la loro sorte, ma differenti le ragioni per cui le loro vite, secondo la giustizia islamica, sono destinate a terminare con la pena capitale.

Una donna cristiana, Asia Bibi, 45 anni e cinque figli, è accusata di aver insultato il profeta Maometto. Un reato per il quale è stata condannata a morte da un giudice del distretto di Nankana, nella provincia centrale del Punjab. Eppure in Pakistan finora non è stata mai eseguita pena di morte per un capo di imputazione come la blasfemia.

La donna avrebbe avuto un diverbio con altre contadine durante l’orario di lavoro in una fattoria. Lei ha raccontato al tribunale Sheikhupura, vicino a Lahore, che un giorno le fu chiesto dalle compagne di andare a prendere dell’acqua da bere. Quando è tornata al campo, però, le donne la respinsero dicendo che l’acqua di una cristiana è ‘sporca’. Qualche giorno dopo, la polizia fu costretta a intervenire per sedare una rissa in cui la cristiana rischiava di essere uccisa dalla compagne. Le stesse che hanno raccontato in sede di giudizio che Asia avrebbe insultato Maometto. Un’accusa che nessuna fonte indipendente sembra avere confermato. Nonostante questo “la polizia – come rivelano alcune ong – è stata obbligata dalla folla e da alcuni religiosi, che chiedevano di poterla uccidere, ad accusarla di blasfemia. Ma nel corso del processo è emerso con chiarezza che Asia non ha mai pronunciato insulti contro Maometto”.

L’attesa del giudizio è durata un anno. Periodo che Asia ha vissuto in carcere, in isolamento. Suo marito, Ashiq Masih, ha affermato pubblicamente di non aver avuto ‘il coraggio’ di dare ai due dei figli la notizia della sentenza: “Mi hanno chiesto tante volte della madre”. Intanto, sia il mondo laico che quello cattolico si sono mobilitati contro la sentenza. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, al termine di un incontro a Islamabad con l’omologo Shah Mahmood Qureshi ha ribadito che “abbiamo voluto mettere in chiaro che non deve esserci la possibilità di abusare della legge sulla blasfemia per discriminare la comunità cristiana del Pakistan”. Frattini incontrerà anche il ministro per le Minoranze, il cattolico Shahbaz Bhatti, col quale vuole “approfondire il caso a fondo per capire a che punto si trova il processo”, dal momento che quest’ultimo ha ribadito che la vicenda non è stata ancora presentata al giudizio dell’Alta Corte.

I vescovi del Pakistan hanno invocato direttamente il Pontefice. “Rivolgiamo un accorato appello al Santo Padre perché possa pregare, intercedere, spendere parole in favore di Asia Bibi. Chiediamo che le venga garantito il perdono e sia liberata”. I prelati ricordano che “la legge pakistana non prevede l’onere della prova a carico di chi accusa: basta quindi una testimonianza o una dichiarazione per essere incriminati. La Chiesa ne chiede da tempo l’abrogazione visto il proliferare di false accuse, che sempre più spesso colpiscono i cristiani, ma anche i cittadini musulmani”.