Papa Benedetto torna a parlarci del purgatorio
di Marina Corradi
Tratto da Avvenire del 13 gennaio 2011

Benedetto XVI ha parlato del purgatorio.

Di come secondo la mistica santa Caterina da Genova sia non un fisico luogo di tormenti, ma piuttosto un fuoco interiore: la sofferenza dell’anima che percepisce quanto è lontana da Dio. Non uno spazio dunque, ma una condizione. Qualcosa di simile all’immagine di Platone, ricordata dal Papa nella Spe salvi, secondo la quale un giorno le anime staranno nude davanti al giudice.

Prima che condanna, il giorno del primo giudizio, quello della morte, sarebbe un vedersi finalmente, crudamente, per ciò che si ‘è‘.

Ci vuole un certo coraggio, per parlare di queste cose agli uomini del 2011. Perfino nelle chiese se ne predica spesso sottovoce, quasi si trattasse di miti arcaici. E chi segue una scolaresca in visita alla Cappella degli Scrovegni o davanti agli affreschi che costellano le nostre antiche chiese, potrebbe notare la curiosità quasi divertita con cui guarda alle scene di anime del purgatorio, e di bilance gravi sotto al peso dei peccati, e di oscuri demoni ansiosi di impadronirsene. Forse nulla, della tradizione cristiana, appare a noi del terzo millennio tanto irreale quanto quello scenario severo e possente, che era l’orizzonte dell’umanità medioevale.

Lo ha detto apertamente lo stesso Benedetto in ‘Luce del mondo’: a noi, oggi, queste cose appaiono irreali. Abbiamo da secoli nel sangue l’eredità positivista che ha sostituito la fede nel Giudizio, inteso come giorno di giustizia e di salvezza, con quella nel progresso. E, a livello individuale, siamo da almeno una generazione figli magari inconsapevoli di un’altra rivoluzione, quella freudiana, che ha sostituito il concetto di peccato con il ‘senso di colpa’; che è soggettivo, labile, ed eliminabile – ci promettono – con adeguata terapia. Insomma, che davvero il giorno della morte ci si presenti un bilancio, che ci venga chiesto conto di male fatto e talenti sprecati, facciamo fatica a crederlo.

Figli di padri permissivi e distratti, tendiamo a pensare che anche Dio – se poi c’è – sia di manica larga, e di memoria corta. Su questo punto il Papa, nell’intervista a Seewald, mette gentilmente in guardia: dice che «effettivamente la possibilità di essere cacciati via» c’è, e che dovremmo prendere molto sul serio il male. Niente dell’anatema; ma un punto fermo, e una svolta. Qui come nelle frasi di ieri sul purgatorio, si coglie nel Papa un disegno mite nella forma ma audace, e netto nel porsi contro lo ‘spirito del tempo’. Lui stesso ha parlato di «realismo escatologico»: cioè di riportare i novissimi, le cose ultime, nella dimensione della realtà. Ha detto che la Chiesa deve condurre le persone a guardare «oltre le cose penultime, e a mettersi alla ricerca delle ultime». Ma «con parole e modi nuovi, per sfondare il muro del suono del finito».

Già, quel ‘finito’ in cui siamo immersi e rischiamo di annegare, presi nella trama di necessità, urgenze, ambizioni, avidità. Attenti a tutto fuorché a ciò che è l’essenziale: cioè che la morte, nostra, e dei nostri figli e di chi amiamo, non sia per sempre. Ci importa, di questo? Presi dagli affanni quotidiani, a questa domanda ritorniamo spesso solo da vecchi, o malati, o quando un lutto lacerante strappa via tutto ciò di cui vivevamo.

Normalmente parlando, la vita eterna e dunque il giudizio sono lontani dai nostri pensieri. Insomma, ci diciamo, in ogni caso, quel giorno non sarà poi così terribile. Infantile per noi, l’armamentario dell’iconografia medioevale di bilance, e diavoli punzecchianti. Ci occorrono altre parole. Il purgatorio come percezione della verità su di sé. Come le anime nude di Platone, o il «fuoco interiore» di Caterina – o la salvezza descritta da Paolo ai Corinzi, che verrà «come attraverso il fuoco». E sembra che il Papa faccia un grande sforzo da padre per dirci ancora, in modo a noi comprensibile, ciò che è vero da sempre. Per dirci, lui vecchio, lui ex ragazzo cresciuto nel nazismo, di prendere sul serio il male di cui, da uomini, siamo capaci; e il desiderio grande che, da uomini, ci portiamo dentro.