«I dominatori di questo mondo tenebroso» (Ef 6, 12). Il male, la storia, la Rivoluzione
Massimo Introvigne


Relazione alla 33° Conferenza Nazionale Animatori del Rinnovamento nello Spirito Santo – Rimini, 7 dicembre 2009

Benedetto XVI lo ha ripetuto più volte: preparata da una «dittatura del razionalismo» c’è oggi una «dittatura del relativismo» (Benedetto XVI 2009b). Questa dittatura c’impone di credere e di affermare che non esiste la verità. E che chi afferma che esiste una verità è fanatico, intollerante e fondamentalista. Se non esiste la verità, non esistono neppure le verità, tra cui le verità morali: non c’è dunque un vero criterio per distinguere il bene dal male. Discutere con i relativisti è molto difficile. Ci troviamo di fronte a una nuova cortina di ferro che è arduo perforare, perché il relativista ripete: certo, per te è così, ma tu hai la tua verità e io ho la mia. Qualcuno, con molta fatica, arriverà perfino a riconoscere che sì, la verità e il bene esistono. Ma la dittatura del relativismo è così forte che la stessa persona si ritirerà quando si renderà conto che se esiste la verità esiste anche l’errore, se c’è il bene c’è anche il male, e lo si deve combattere. Nell’enciclica Caritas in veritate Benedetto XVI ci ricorda la più antica delle verità: il male – anche il male sociale, che determina le crisi politiche ed economiche – ha sempre la sua origine nel peccato. «La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società» (Benedetto XVI 2009a, n. 34).
Quando entra nella vita sociale e nella storia il peccato originale si manifesta come peccato attuale. Nella storia dell’Europa si è manifestato nelle ideologie, che hanno progressivamente scristianizzato quello che era un mondo cristiano.
Una scuola di pensiero cattolica – che, certo accanto ad altre scuole, ha influenzato diversi documenti del Magistero sociale – è quella detta contro-rivoluzionaria. Ha questo nome perché nasce con la critica della Rivoluzione francese, anche se non cade in una sterile nostalgia del passato ma analizza in profondità le cause della crisi europea, che è ben più antica del 1789. In una classica formulazione – quella del pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) – questa scuola descrive la scristianizzazione dell’Europa come un processo, che chiama Rivoluzione, intendendo con questa parola non un evento storico specifico ma la rottura dei legami religiosi, politici, economici e morali che tenevano insieme l’Europa cristiana. Lo schema distingue quattro Rivoluzioni che attaccano l’ordine naturale e cristiano cercando di spezzare prima i legami religiosi con la Riforma protestante (I Rivoluzione), poi i legami politici con la Rivoluzione francese (II Rivoluzione), quindi i legami economici con la Rivoluzione comunista (III Rivoluzione), infine i legami micro-sociali della famiglia, quelli fra madre e figlio con l’aborto e perfino quelli dell’uomo con sé stesso e interni al corpo umano con la droga e l’ideologia di genere (IV Rivoluzione: cfr. Corrêa de Oliveira 2009). Il gesto del medico abortista che taglia il cordone ombelicale non per la vita ma per la morte simboleggia in un modo che più tragicamente eloquente non potrebbe essere l’opera della Rivoluzione, che non sopporta i legami e li distrugge.
Ritroviamo l’eco delle tesi degli autori contro-rivoluzionari in un celebre discorso di Pio XII (1939-1958) del 1952. Si tratta del discorso Nel contemplare agli Uomini di Azione Cattolica d’Italia, del 12 ottobre 1952, dove il Papa si serve di una formula che descrive la sequenza dell’allontanamento dell’Occidente dalla verità cattolica precisamente attraverso tre tappe che corrispondono alla negazione della Chiesa all’epoca della riforma, al deismo illuminista e massonico e all’ateismo marxista: «Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato» (Pio XII 1952).
«Cristo sì, Chiesa no» è inteso da Papa Pio XII con riferimento alla rottura protestante, che nega la continuità della missione di Gesù Cristo nell’unica Chiesa cattolica. Ma all’interno del mondo protestante ci sono gruppi radicali che vanno anche oltre. Vi è infatti chi sostiene che la Chiesa è talmente corrotta che non è più possibile riformarla ma soltanto rifondarla. In genere questa rottura ecclesiologica è accompagnata da innovazioni teologiche radicali rispetto alla tradizione cristiana. Gruppi come i mormoni o i Testimoni di Geova portano alle estreme conseguenze la rottura ecclesiologica, che diventa anche teologica, proponendo nuove dottrine e nuove scritture.
«Dio sì, Cristo no» è propriamente lo slogan del deismo illuminista, che diventa rapidamente l’ideologia anche della massoneria moderna fondata a Londra nel 1717: un’ideologia che il solito Dan Brown esalta e propaganda nel suo romanzo Il simbolo perduto (Brown 2009). Dio c’è, ma ne sappiamo pochissimo e certamente non si è incarnato in Gesù Cristo. Questo deismo porta qualche volta a riscoprire culti dell’antichità pagana, «reinventati» in un modo più o meno fantasioso: egizi, greci, romani o celtici. Altre volte porta all’incontro con le religioni orientali e a clamorose conversioni d’intellettuali europei al buddhismo o all’induismo. La presenza di occidentali entusiasti dell’Oriente non sfugge a esponenti importanti delle religioni orientali, che – anche come reazione organizzata alle missioni cristiane nei loro Paesi – iniziano a promuovere vere e proprie «contro-missioni» che arrivano fino all’invasione di guru e maestri orientali che vediamo in America e in Europa ai nostri giorni. Questa religiosità che vorrebbe sostituire il cristianesimo non riesce peraltro a incidere sulla società e abbandona la politica alle ideologie. Ne nascono gli orrori della modernità, a partire dal Terrore della Rivoluzione francese in cui il filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant (1724-1804) – che pure di fronte agli avvenimenti di Francia si era inizialmente illuso – vedeva, in un brano ricordato da Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi, il regno dell’«Anticristo», «fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo», e «la fine (perversa) di tutte le cose» (Benedetto XVI 2007, n. 19).
«Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato». La Rivoluzione si disvela come ateismo nelle ideologie del XX secolo. Il comunismo, come ha ricordato Benedetto XVI nel suo viaggio del settembre 2009 nella Repubblica Ceca, instaura una «dittatura basata sulla menzogna» (Benedetto XVI 2009c), fa cadere l’Europa Orientale in un «lungo inverno» (Benedetto XVI 2009d), e « mostra a quali assurdità giunge l’uomo quando esclude Dio dall’orizzonte delle sue scelte e delle sue azioni» (Benedetto XVI 2009e). Questa ideologia senza Dio – ha detto il Papa il 4 dicembre 2009 parlando al concerto offerto in suo onore dal presidente della Repubblica Federale Tedesca in occasione dei vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino – ha determinato, negando la differenza essenziale fra il bene e il male, «una lunga e sofferta notte di violenza ed oppressione per un sistema totalitario che, alla fin fine, conduceva in un nichilismo, in uno svuotamento delle anime. Nella dittatura comunista, non vi era azione alcuna che sarebbe stata ritenuta male in sé e sempre immorale. Ciò che serviva agli obiettivi del partito era buono – per quanto disumano poteva pur essere» (Benedetto XVI 2009f).
Anche in Occidente, peraltro, non manca chi propone ideologie senza Dio, una cultura senza Dio e perfino religioni o spiritualità senza Dio come il New Age. E non mancano neppure cristiani, perfino teologi cattolici, sedotti dalle ideologie. Il 5 dicembre 2009 Benedetto XVI ha ricordato il venticinquesimo anniversario dell’istruzione Libertatis nuntius da lui firmata nel 1984 come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede in cui condannava la teologia della liberazione e l’«assunzione acritica fatta da alcuni teologi di tesi e metodologie provenienti dal marxismo. Le sue conseguenze più o meno visibili fatte di ribellione, divisione, dissenso, offesa, anarchia si fanno sentire ancora oggi creando […] grande sofferenza» (Benedetto XVI 2009g).
Cadute le ideologie che erano penetrate anche all’interno della Chiesa, come ricorda l’enciclica Caritas in veritate, non si arresta il processo di scristianizzazione e di corruzione che entra anzi in una nuova fase tramite uno stravolgimento della nozione dei diritti, che opera a due livelli. «Per un verso, si rivendicano presunti diritti, di carattere arbitrario e voluttuario» (Benedetto XVI 2009a, n. 34): diritti fasulli, «diritto al superfluo o addirittura alla trasgressione e al vizio» (ibidem). Per altro verso, mentre si chiedono diritti che non sono tali – come il «diritto» all’aborto o al matrimonio omosessuale – anche i veri diritti, quelli non inventati, sono deformati attraverso la separazione dai correlativi doveri. Ma, senza i doveri, i diritti «si trasformano in arbitrio» (ibidem): «svincolati da un quadro di doveri che conferisca loro un senso compiuto, impazziscono» (ibidem).
Dietro lo stravolgimento dei diritti si nasconde una manifestazione più profonda e radicale del peccato nella vita sociale: l’orgoglio dell’autodeterminazione assoluta. In preda a quest’orgoglio «l’umanità ritiene di potersi ri-creare», «pretende di essere l’unica produttrice di se stessa» (ibid., n. 68). Ma l’uomo e la società non si sono fatti da soli. Sono stati creati da Dio. La grande, la vera questione sociale, la «questione fondamentale» oggi è «se l’uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio» (ibid., n. 74).
La tentazione veramente anticristica dell’autodeterminazione assoluta non sorge spontanea nel cuore dell’uomo. È promossa e organizzata da «qualcosa» che si presenta sulla scenda della storia a «sostituire le ideologie» (ibid., n. 70) e pretende di avere una natura non ideologica ma che diventa l’ideologia peggiore di tutte: la tecnocrazia, l’«ideologia tecnocratica» (ibid., n. 14), l’«orizzonte culturale tecnocratico» (ibid., n. 70).
La tecnocrazia è la dottrina, e insieme la pratica culturale e politica, per cui «la tecnica [è] divenuta essa stessa un potere ideologico» (ibid., n. 70), anzi una forma di «assolutismo» (ibid., n. 77). Si afferma che la società dev’essere guidata da un’élite che non parla più a nome di un partito o di una classe sociale, e neppure di un mandato elettorale, ma pretende di dirigere i processi sociali in nome di un sapere tecnico superiore e più «moderno», più «scientifico», svincolato dai presunti limiti che la morale e la religione – giudicati residui di un vecchio mondo pre-scientifico – invano vorrebbero opporre alla «scienza».
Quando il Papa parla di tecnocrazia dobbiamo capire bene di che cosa si tratta. Ci viene subito in mente lo scienziato pazzo di qualche film americano: ma la tecnocrazia non si trova solo fra gli scienziati. Benedetto XVI lo dice: oggi la tecnocrazia opera anche nella politica, nella giustizia, nei media. Quando per esempio – contro l’opinione di un governo e di un Parlamento, per non parlare dell’opinione pubblica – si trovano giudici che in nome di un sapere superiore, ignorando l’opinione del popolo e dei rappresentanti che ha eletto, ordinano l’uccisione di malati in stato vegetativo persistente siamo di fronte a un caso particolarmente minaccioso di tecnocrazia, a poteri che pensano di saperne di più e di avere il mandato di educare il «popolo bue», per definizione ignorante e arretrato.
Con questi commenti non siamo passati dal magistero di Benedetto XVI all’attualità. Siamo ancora ben dentro l’enciclica Caritas in veritate. Questa afferma: «Campo primario e cruciale della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell’uomo è oggi quello della bioetica […] ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l’uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio » (ibid., n. 74). «Oggi occorre affermare che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica» (n. 75). È nel campo della bioetica che la tecnocrazia ci minaccia di «ingiustizie inaudite» (n. 75) di cui Benedetto XVI fa l’elenco: «la fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni, la possibilità della clonazione e dell’ibridazione umana […] la diffusa, tragica, piaga dell’aborto [cui] si potrebbe aggiungere in futuro, ma è già surrettiziamente in nuce, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite. Sul versante opposto, va facendosi strada una mens eutanasica, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe condizioni viene considerata non più degna di essere vissuta» (ibid., n. 75).
In questa Rivoluzione che va oltre le ideologie c’è anche un aspetto inquietante, di cui si parla di meno ma che è insieme importante e sintomatico:il ritorno di un vecchio nemico della religione, la magia, con cui gli apostoli hanno avuto a che fare fin dal conflitto con Simon Mago nel libro degli Atti. Questo vecchio mostro, che il cristianesimo aveva incatenato – contrariamente a quanto si pensa, nel Medioevo c’erano meno maghi di oggi -, ritorna nella nostra epoca postcristiana. La magia si differenzia precisamente dalla religione per essere – più che un’esperienza del Divino – un’esperienza del potere. Se le tappe che abbiamo fin qui esaminate del processo rivoluzionario sembrano progettate da un’intelligenza deviata che toglie di volta in volta qualcosa all’esperienza religiosa cristiana – la Chiesa, Gesù Cristo, Dio, la morale – il progetto magico va ascritto, più che all’intelligenza, a una volontà deviata che intende appropriarsi e possedere quello che nell’esperienza cristiana può essere concepito soltanto come dono. Così nella storia dei gruppi magici c’imbattiamo per prima cosa in movimenti che non rispondono alla formula «Chiesa no» ma piuttosto ad un’altra: «voglio essere la Chiesa». E’ questa la mentalità di tipo iniziatico, che deriva dalle correnti più occultiste e magiche delle massonerie (divenute minoritarie a partire dal secolo scorso, quando nella massoneria maggioritaria ha prevalso il razionalismo): ordini ispirati al mito dei Rosacroce, massonerie «di frangia» occultiste, Chiese gnostiche, e così via. L’iniziazione diventa qui un sostituto magico della successione apostolica per cui – inserendosi nella catena iniziatica – si ritiene di poter possedere e manipolare quella stessa unica continuità storica di cui la Chiesa, che l’ha ricevuta da Gesù Cristo, è testimone nella storia degli uomini.
Una seconda ondata di gruppi magici, anziché «Cristo no», propone la formula: «voglio essere il Cristo». Di Gesù Cristo, di cui il pensiero magico capisce ben poco, qui interessano i poteri. E il potere di Gesù Cristo che più affascina è quello di comandare agli spiriti. Gesù Cristo diventa allora, semplicemente, una sorta di medium, e la sua presunta imitazione diventa paradossalmente contatto con gli spiriti nei numerosi nuovi movimenti magici di tipo spiritista. Lo spiritismo, «religione» della borghesia laica e anticlericale europea dell’Ottocento, vive oggi più come fenomeno giovanile (assai più diffuso di quanto non si creda) che nella forma organizzata delle società spiritiche. Ma non è certo scomparso.
Una terza ondata di gruppi magici,piuttosto che negare Dio, parte dal desiderio di essere Dio. I movimenti di magia cerimoniale – che praticano la teurgia (cioè l’evocazione di spiriti celesti e «spiriti della natura»), l’alchimia «di laboratorio» e l’alchimia «interna» (dove il laboratorio è il corpo umano, spesso con pratiche di magia sessuale) – mirano tutti all’auto-redenzione, alla creazione da parte dell’uomo della propria immortalità. Secondo questa prospettiva non tutti gli uomini hanno un’anima immortale: riescono a costruirsela soltanto gli iniziati e i maghi. L’aspetto più caratteristico – e insieme inquietante – di queste tecniche, molte delle quali sono passate per Giuseppe Balsamo, detto Cagliostro (1743-1795), consiste nel fatto che l’uomo pretende di diventare padrone e signore della vita, di costruire da solo senza aiuti esterni né grazia la propria anima. In altre parole, pretende di diventare Dio. In questa pretesa di essere come Dio – più ancora che nell’offesa ai buoni costumi (che pure, dove c’è, merita di essere denunciata) – consiste il pericolo maggiore dei gruppi che fanno appello alla magia sessuale, anch’essi molto più numerosi di quanto non si creda, se appena si ha cura in molti movimenti apparentemente dediti a cerimonie del tutto simboliche e innocue, di risalire dagli insegnamenti semi-pubblici dei gradi più bassi a quelli segreti dei gradi superiori della scala iniziatica.
Se si procede oltre nell’itinerario del «ritorno della magia» si apre anche una voragine, in cui qualcuno rischia di cadere. Quando chi ha voluto essere come Dio si guarda allo specchio – dopo anni di pratiche e di tentativi – e non vede Dio, ma soltanto un pover’uomo, le reazioni possibili sono due. Non manca chi si converte e ritrova quel Dio che follemente aveva voluto sostituire. Altri, purtroppo, rovesciano l’impossibilità di essere Dio in un odio metafisico per Dio e cadono negli abissi dell’autentico satanismo consapevole e per così dire meditato, distinto dal satanismo d’imitazione delle bande giovanili il quale ultimo tuttavia, come mostra la tragedia delle Bestie di Satana di Varese del 2004, non è a sua volta innocuo. Sono pochi a seguire l’itinerario fino alla fine, ma la loro avventura è comunque eloquente e dimostra come la parabola di chi si avvia per le vie dell’occulto non contempli nessun lieto fine.
Il titolo che avete voluto dare a questo intervento fa riferimento a «i dominatori di questo mondo tenebroso» (Ef 6, 12). Non possiamo non porci il problema della presenza del Diavolo nel processo rivoluzionario che ha scristianizzato l’Europa e vi ha fatto ritornare anche la magia. Il quesito non riguarda solo lo spiritismo, l’occultismo, il satanismo e anche certe tecniche che si presentano come religiose, di cui la Chiesa sospetta seriamente che possano aprire chi le pratica – anche se non sempre e non dovunque, e certo spesso inconsapevolmente – all’azione diretta del Demonio. Anche dietro gli errori e gli orrori delle ideologie e gli scoraggiamenti e complicità dei cattolici possiamo sospettare la tentazione e l’azione del Maligno. Insegna Giovanni Paolo II (1978-2005) che ultimamente tutto il male «è provocato nel mondo da quell’essere spirituale, chiamato dalla rivelazione biblica Diavolo o Satana, che si è posto deliberatamente contro Dio (cfr CCC, 2851s). La “malignità” umana costituita dal demoniaco o suscitata dal suo influsso, si presenta anche ai nostri giorni in forma allettante, seducendo le menti e i cuori, così da far perdere il senso stesso del male e del peccato. Si tratta di quel “mistero di iniquità” di cui parla san Paolo (cfr 2 Ts 2, 7). Esso è certamente legato alla libertà dell’uomo, “ma dentro il suo stesso spessore umano agiscono fattori, per i quali esso si situa al di là dell’umano, nella stessa zona di confine dove la coscienza, la volontà e la sensibilità dell’uomo sono in contatto con le forze oscure che, secondo san Paolo, agiscono nel mondo fin quasi a signoreggiarlo” (Reconciliatio et paenitentia, 14). Purtroppo gli esseri umani possono diventare protagonisti di malvagità, cioè “generazione maligna e perversa”  (Mt 12, 39)» (Giovanni Paolo II 1999). «Noi crediamo – insiste Giovanni Paolo II, il Papa del «non abbiate paura» – che Gesù ha vinto definitivamente Satana e ci ha sottratti così alla paura nei suoi confronti. Ad ogni generazione la Chiesa ripresenta, come l’apostolo Pietro nel discorso a Cornelio, l’immagine liberante di Gesù di Nazaret, “il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” (At 10, 38). Se in Gesù è avvenuta la sconfitta del maligno, la sua vittoria tuttavia dev’essere liberamente accettata da ciascuno di noi, finché il male non sia completamente eliminato. La lotta contro il male richiede quindi impegno e continua vigilanza» (ibidem). Come diceva sant’Agostino (354-430), quel Dio che ti ha creato senza di te non ti salverà senza di te. Vigiliamo e preghiamo, dunque: per non cadere in una tentazione che non è solo individuale ma è anche culturale, sociale, politica.

Riferimenti

Benedetto XVI. 2007. Lettera enciclica Spe salvi sulla speranza cristiana, del 30-11-2007. Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato <www.tinyurl.com/ 3chmo7>.

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Benedetto XVI 2009c. Intervista concessa dal Santo Padre ai giornalisti durante il volo verso la Repubblica Ceca (26 settembre 2009). Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato <www.tinyurl.com/yz56flw>.

Benedetto XVI 2009d. Celebrazione dei Vespri con Sacerdoti, Religiosi, Religiose, Seminaristi e Movimenti Laicali (Cattedrale dei Santi Vito, Venceslao e Adalberto di Praga, 26 settembre 2009). Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato <www.tinyurl.com/yg6ahc4>.

Benedetto XVI 2009e. Santa Messa nell’Aeroporto Tuřany di Brno (27 settembre 2009). Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato <www.tinyurl.com/ygbgy6f>.

Benedetto XVI. 2009f. Discorso al termine del Concerto in onore del Santo Padre Benedetto XVI, offerto dal Presidente della Repubblica Federale di Germania, S.E. il Sig. Horst Köhler, in occasione della ricorrenza del 60mo della fondazione della Repubblica Federale di Germania e nel 20mo anniversario della caduta del muro di Berlino, del 4-12-2009. Testo diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede.

Benedetto XVI 2009g. Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale del Brasile (Regione SUL 3 e SUL 4) in visita «ad Limina Apostolorum», del 5-12-2009. Testo diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede.

Brown, Dan. 2009. Il simbolo perduto. Trad. it. Mondadori, Milano.

Corrêa de Oliveira, Plinio. 2009. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario (1959-2009) con materiali della «fabbrica» del testo e documenti integrativi, a cura di Giovanni Cantoni. Sugarco, Milano.

Giovanni Paolo II. 1999. Discorso all’udienza generale del 18-8-1999. Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato <http://tinyurl.com/ykx8p2a>.

Pio XII. 1952. Discorso «Nel contemplare» agli uomini di Azione Cattolica d’Italia, del 12-10-1952. In Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XIV, pp. 353-362.

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