Fino al 7 giugno l’incertezza ha circondato l’orientamento dell’elettorato cristiano, diviso tra l’appoggio ad Hariri e le sirene pro-Hezbollah di Aoun. È prevalso il primo

di Tempi

Se il paese dei cedri può ancora sperare di essere uno Stato indipendente, lo deve al voto dei cristiani. Già si sapeva che in Libano alle elezioni del 7 giugno gli sciiti avrebbero optato in massa per i filosiriani e filoiraniani di Amal e Hezbollah, e che i sunniti avrebbero fatto lo stesso con il partito di Hariri Jr. L’incertezza più totale circondava invece il voto cristiano, diviso fra l’appoggio al nazionalismo tradizionale e le sirene pro-Hezbollah dell’ex presidente Michel Aoun. Alla fine il primo ha avuto la meglio. Così i cristiani hanno dimostrato tre cose al mondo arabo in cui sono incastonati e di cui sono parte. La prima è una lezione di modernità: i cristiani hanno votato come individui e secondo coscienza, dimostrando che il voto di clan e  di appartenenza non è l’unico orizzonte della democrazia nel Vicino Oriente. Diversamente dagli altri gruppi, i cristiani hanno scelto fra due ipotesi politiche. Il secondo messaggio è che, a 66 anni dall’indipendenza del Libano, i cristiani sono ancora la pietra d’angolo della sua autonomia. Infine, i cristiani libanesi hanno reso un servizio alla causa del prestigio arabo, messo alle corde dall’invadenza dell’Iran, che stende la sua ombra sul Vicino Oriente influenzando partiti armati e opinioni pubbliche.