I 30 anni dell’enciclica «Laborem exercens»
di Giacomo Samek Lodovici
Tratto da Avvenire del 15 settembre 2011

«Il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro». Un’affermazione dotata di una carica rivoluzionaria. Una delle pietre su cui poggiano le fondamenta della dottrina sociale della Chiesa. Affermazione della Laborem exercens di Giovanni Paolo II, l’enciclica di cui ieri, 14 settembre, ricorreva il trentesimo anniversario; l’enciclica a cui è ampiamente debitrice la Caritas in veritate di Benedetto XVI; l’enciclica la cui attualità non è affatto tramontata.

Tutt’oggi, infatti, raramente il mondo del lavoro mette in pratica la tesi dell’enciclica secondo cui «il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro»: lo scopo del lavoro (ma potremmo allargare il discorso all’economia intera) è l’uomo, dunque il criterio di giudizio della sua eticità è la compatibilità con la dignità umana. Quando invece l’essere umano diventa mero mezzo per realizzare profitto, questo rovesciamento produce ingiustizia, come accade, per esempio, quando l’uomo viene trattato come mezzo di produzione, come un ingranaggio della catena produttivo-economica, e come viene teorizzato dall’utilitarismo e dall’economicismo, che considerano il lavoro soltanto secondo la sua finalità economica.

Inoltre, una giusta remunerazione – scriveva papa Wojtyla – per il lavoro della persona che ha responsabilità familiari è «quella sufficiente per fondare e mantenere degnamente una famiglia e per assicurarne il futuro». E quando il datore di lavoro corrisponde al lavoratore una giusta mercede, tuttavia insufficiente per i bisogni normali del nucleo familiare, lo Stato dovrebbe intervenire «tramite […] provvedimenti sociali, come assegni familiari o contributi alla madre che si dedica esclusivamente alla famiglia», affinché sia una scelta e non una «necessità […] far assumere un lavoro retributivo fuori casa alla coniuge».

Ed è tuttora attualissima e necessaria una «rivalutazione sociale dei compiti materni, della fatica ad essi unita e del bisogno che i figli hanno di cura, di amore e di affetto per potersi sviluppare». Perciò, «tornerà ad onore della società rendere possibile alla madre – senza ostacolarne la libertà, senza discriminazione psicologica o pratica, senza penalizzazione nei confronti delle sue compagne – dedicarsi alla cura e all’educazione dei figli». Dunque «è scorretto dal punto di vista del bene della società e della famiglia» che vi siano donne che vorrebbero dedicarsi ai figli ma non possono farlo per motivi economici, costrette cioè a lavorare perché un solo stipendio in casa non basta.

In generale, per coloro che considerano il lavoro una condanna – e in questi giorni di settembre molti, dopo la pausa estiva, avvertono fortemente un’avversione al lavoro acuita dalla nostalgia delle vacanze – l’enciclica sottolinea che, lavorando, noi svolgiamo qualcosa di grandioso, perché realizziamo una dimensione del nostro essere a immagine di un Dio. Il Dio cristiano, infatti, non solo è Signore del mondo e lo affida in custodia all’uomo perché, come suo vicario, eserciti non già un dominio rapace bensì una saggia signoria, un’amministrazione giudiziosa e fruttifera, ma inoltre è attivo e creatore, nonché lavoratore come falegname a Nazareth. È anche per questo motivo che il cristianesimo ha assegnato a ogni lavoro, anche a quelli umili, nell’antichità spesso riservati agli schiavi, un’inedita dignità che i popoli precedenti non concepivano (nemmeno i Romani attribuivano una dignità nella pulizia delle latrine); anche per questo motivo Benedetto da Norcia ha “scolpito” nella cultura dell’Occidente il monito ora et labora. Insomma, mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola sempre più alle proprie necessità, ma perfeziona se stesso.