di Stefano Fontana
Tratto da La Bussola Quotidiana

A Trieste nasce qualcosa di nuovo nel campo della formazione dei cattolici all’impegno politico.

L’arcivescovo Giampaolo Crepaldi ha annunciato oggi la prossima esperienza del “Laboratorio Trieste”. Lo ha fatto stamattina durante il Convegno di presentazione del Terzo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo curato dall’Osservatorio cardinale Van Thuân di cui mons. Crepaldi è presidente. Lo ha fatto in un salone gremito dello splendido Palazzo Diana, recentemente restaurato.

«Se la Chiesa si interessa di formare i propri fedeli ad una testimonianza di verità e coerenza nella politica – ha detto mons. Crepaldi – lo fa perché la sua missione è ordinare a Dio tramite i fedeli laici le cose temporali. Nel rispetto della loro legittima autonomia ma anche nel riconoscimento dello spazio che è dovuto a Dio nel mondo, senza del quale anche tale loro legittima autonomia viene progressivamente meno». «Ecco perché la Diocesi – ha proseguito l’arcivescovo – ha pensato ad un progetto, che cerchi di superare i limiti di progetti analoghi realizzati in questi ultimi anni, che sia un progetto organico, vale a dire inserito organicamente nella vita della Chiesa locale e non qualcosa di a se stante, che operi a tre livelli complementari: il livello della Scuola di formazione all’impegno sociale e politico; il livello dei Tavoli di confronto tra cattolici impegnati in politica e ilo livello dei Tavoli di confronto tra cattolici e laici». «Il progetto si avvarrà di un Testo base – ha concluso – che ho già preparato e che spiega il senso, le modalità di svolgimento e le finalità del Laboratorio Trieste. Questi elementi caratterizzeranno il Laboratorio di Trieste come un servizio importante e innovativo della Chiesa cattolica di Trieste per il bene della città e a gloria di Dio».

Sono evidenti, da queste parole dell’Arcivescovo, le tre principali novità del Laboratorio Trieste. La prima è la sua organicità. Esso consta di tre elementi – la Scuola di formazione sociale e politica, gli incontri di confronto tra cattolici impegnati in politica e gli incontri tra cattolici e laici – coordinati tra loro dentro un progetto unitario. Singole esperienze sono state fatte anche altrove. In molte diocesi c’è la Scuola, in altre sono stati tentati incontri tra cattolici e tra cattolici e laici … è però una novità il fatto di pensare le tre cose insieme, in modo che si sostengano reciprocamente. Naturalmente con ciò cambia anche la fisionomia di ognuno dei tre momenti. La Scuola, per esempio, dovrà essere di Dottrina sociale della Chiesa e non di come si fa una campagna elettorale o come è fatto il bilancio del comune. Dovrà essere una scuola che prepara dei fedeli laici ad un impegno alto, in collegamento con la comunità cristiana e dentro una prospettiva di fede e di dottrina cattolica. Non potrà essere una Scuola tecnica, ma formare alla Dottrina sociale della Chiesa dentro la più vasta area della dottrina cristiana e dentro la vita della fede ecclesiale.

La seconda novità è che ci sia un Testo base scritto dal vescovo che spiega il progetto nei suoi fondamenti, nella sua ispirazione, nei suoi metodi e nei suoi fini. Ciò impegna autoritativamente il vescovo ed impegna anche i partecipanti a lavorare dentro la Chiesa e non come battitori liberi, nel solco della Tradizione e non a servizio delle proprie opinioni. Il Testo base descrive la cornice che tutti devono accettare perché il Laboratorio possa essere una esperienza cattolica. Questo evita ogni forma di orizzontalismo: il Testo base spiega molto bene che lo scopo dell’impegno politico dei cattolici è ordinare a Dio le cose temporali.

Qui emerge anche la terza principale novità. Spesso analoghe esperienze sono partite dall’esistente ed anno raccolto attorno ad un tavolo o ad una Scuola persone espressive del cosiddetto “mondo cattolico”. Questo mondo cattolico è oggi però piuttosto frammentato e in esso vi si parlano linguaggi molto vari. Basti pensare che sui famosi principi non negoziabili di Benedetto XVI esistono molte posizioni diverse. Urge allora definire prima (sottolineo l’avverbio prima) alcune premesse oggettivamente connesse con la fede cattolica e con gli insegnamenti della Chiesa – oltre che della retta ragione – che i partecipanti al Laboratorio accettano, non per consenso soggettivo ma perché senza quelle premesse non c’è la forma cattolica dell’iniziativa. Questa novità rovescia quanto si fa comunemente: di solito, infatti, si pensa che l’unità debba essere lo scopo finale di esperienze di questo tipo. A Trieste invece si pensa che debba essere la premessa iniziale, altrimenti non si può parlare un linguaggio comune.

Queste premesse gettano poi una luce anche sui momenti del dialogo con i laici, perché senza sapere chi si è risulta molto difficile dialogare. Le novità del Laboratorio Trieste sono anche altre. Non ci resta, per il momento, che attendere il Testo base per comprendere tutta la portata di questo Laboratorio e poi vederne la pratica attuazione. Penso che sarà qualcosa di molto interessante.