di  Don Antonello Iapicca

La Pasqua dell’Agnello nel Giappone lacerato

“Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità – dice Teilhard de Chardin – non è una catastrofe che venga dal di fuori, non è né la fame né la peste, è invece quella malattia spirituale, la più terribile perché il più direttamente umano dei flagelli, che è la perdita del gusto di vivere”. Terremoto, tsunami, radiazioni, il mondo punta gli occhi sul Giappone e stupisce, freme, teme. Eppure qualcosa non quadra. La scossa che ha squarciato la terra, armato il mare e sciolto gli atomi non ha fatto breccia sulla scorza più dura, il cuore ingannato dell’uomo. I media crepitano di notizie e commenti, ammirati in un principio dalla compostezza e dalla dignità del Popolo giapponese, scavando nella memoria culturale e religiosa per dissotterrare le ragioni di una antropologia tanto peculiare; dragando poi atmosfera e terra e mare in cerca di radiazioni per certificare un disastro che terremoti politiche e governi. Eppure qualcosa non quadra. Il fascino suadente dell’esotismo orientale maschera una tragica realtà. Il Giappone sta vivendo, e da molto tempo ormai, un terremoto ben più devastante di quello che ci mostrano le telecamere. Bisogna andare nelle scuole, negli uffici, infiltrarsi nella ragnatela delle relazioni sociali. Occorre guardare negli occhi i ragazzi, gli adulti, gli anziani. Solo così si può intuire la realtà che si cela dietro la forma, inaccessibile frontiera che separa l’honne dal tatemae, l’autentico dall’apparente.

Si fa presto a dire che lo sguardo orientale è qualcosa di misterioso. No, esso piuttosto è testimone d’un furto; al Giappone hanno portato via la speranza. Forse interminabili anni di buddismo fatalista; forse i sedimenti della cultura; forse il mare che accerchia e rapisce e ti getta in una botola separandoti dal resto del mondo; forse la paura figlia di una natura non sempre benevola; forse tutto questo e forse molto più. Gli occhi dei giapponesi hanno visto dolore, guerre, fame, disastri, e tanta morte bussare alla porta, sino a dissolvere la dignità dell’uomo in un’abitudine fattasi lentamente cinismo. Morte esorcizzata nella sua esaltazione, il suicidio come riscatto, estetica a ricoprire una vita diventata spazzatura. Gli occhi dei giapponesi hanno visto la durezza dell’educazione impartita, la cauterizzazione di qualunque sentimento, persino quelli materni e paterni. Hanno visto l’ineluttabilità degli ostacoli frapposti tra i progetti e la loro realizzazione, esami scolastici e concorsi come lame di ghigliottina a tranciare i sogni dei più deboli. Hanno visto l’abisso delle gerarchie sociali schiudersi sotto i piedi come fossati a difendere castelli, e regolare così le relazioni in una fitta e ferrea ragnatela di obblighi e divieti, sino a plasmare il linguaggio e gli sguardi; hanno visto i propri nomi sciogliersi come in un acido, quello del titolo di studio o della mansione lavorativa, e perdere così identità, carattere, e personalità; hanno visto traslochi e sradicamenti sin dal tempo della scuola, perchè il Giappone, prima della famiglia e dell’amicizia, sia l’unica e vera appartenenza; hanno visto amici suicidarsi sotto il peso dell’insostenibile pressione volta al risultato e all’efficienza; hanno visto teorie di manager e semplici impiegati barcollare zuppi d’alcool sui marciapiedi dei fine settimana, estremi tentativi per togliersi di dosso ansie, frustrazioni e vessazioni; hanno visto divertimenti obbligati, attività sportive telecomandate, e si sono scoperti come burattini dentro lo schermo di una playstation, e qualcun altro a muover gambe e braccia rincorrendo onore e successo per dar lustro e guadagno alla scuola o alla ditta; hanno visto perdere a poco a poco la partita della vita, le personalità, i sentimenti, il dolore disciolti nel grigio militare d’una società a comando; hanno visto i propri giorni già scritti nel manuale di istruzioni che annota e comprende ogni possibilità, compresa quella del fallimento e l’inesorabile parola fine a chiudere, come una lapide, ogni cammino. Hanno visto centinaia di migliaia di ragazzine vendersi ai maschi che desiderano carne fresca; hanno visto le perversioni più turpi, e le studentesse in divisa e minigonna vertiginosa, esaltate quali campioni di femminilità, la donna bambina con voce tremula che ti accoglie nei negozi, negli uffici, nei ristoranti e dai telefoni dei call center. Hanno visto sciami di ragazzi eclissarsi nelle proprie stanze e non uscirvi più, il viso incollato allo schermo del Pc a gettare giovinezza e speranze in un’esistenza imprigionata in tre metri quadri. Hanno visto menti rarefatte raccolte da pasticche ansiolitiche che uccidono l’anima. Gli occhi dei giapponesi sono intrisi di grigio, ti guardano senza sperare nulla; religione e grandeur di stagionate campagne di conquista per afferrare Asia e mondo, hanno condotto il popolo all’uniformazione di doveri e bisogni forgiando un’innaturale astenia dei sentimenti. Sono concesse le lacrime, solo se composte e ordinate.
I luoghi comuni e gli stereotipi suffragati dalle immagini televisive impacchettano una realtà ben più complessa. La paura è sempre paura, anche se disciplinata. Il dolore è sempre dolore anche se composto. Piuttosto il terremoto, come ogni altro evento straordinario che sfugge al controllo dell’uomo, è sempre un punto di domanda sbattuto in faccia all’esistenza. L’interrogativo resta lì, irrisolto, in barba ai tentativi di esorcizzarlo e sfuggirlo. Il Giappone non è diverso da qualunque altro posto del mondo. Non ci si abitua alla morte, mai. La ricerca e la prevenzione, l’ordine e la disciplina, l’efficienza e l’organizzazione, in questi casi, sono come un’aspirina offerta ad un malato di cancro. Le architetture antisismiche più sofisticate nulla possono contro uno starnuto della terra e un conato del mare. In una manciata di secondi sono inghiottiti anni di studio e lavoro; i beni, gli affetti, le cose care evaporano raggrumandosi in un ricordo che spezza il cuore. E’ la morte che bussa, indiscreta, alla porta dell’esistenza. Questa volta ha solo cambiato d’abito, ma è la stessa che arriva attraverso una gravidanza che svela un feto malformato, una malattia inguaribile, una depressione fulminante. O, indossando fogge meno appariscenti, è la stessa morte che fa visita con il tradimento del compagno, un licenziamento, un esame fallito. La morte è un sostantivo che descrive un fatto, qualunque sia la forma nella quale si presenti. Di fronte ad essa si misura la sostanza di un uomo. Un osservatore distratto, fosse anche un etnologo preparato o un reporter smaliziato, può restare colpito e affascinato di fronte alle immagini di un popolo che sembra saper reagire con ordine e disciplina ad un evento delle proporzioni di questo terremoto. Ma è solo la dura scorza che l’educazione ricevuta ha deposto a difesa dai sentimenti e dalla loro fragilità. Quel che si vede in superficie, ciò che le telecamere asettiche servono tra una minestra e una frittata nelle case di ogni dove, è piuttosto il frutto di un’assenza. In Giappone manca qualcosa, lo avverti ovunque, basta scendere i gradini dell’intimità, basta varcare la soglia della forma, e ti ritrovi come sospeso tra un’ansia ed un vuoto che non può rispondervi.
Forse, ed è l’ipotesi più probabile, è una mancanza che si fa nostalgia, quella più tagliente, perché non riesci a capire di che, o di chi. Al Giappone manca ancora Cristo. Se ti guardi attorno non ci sono tracce di cristianesimo. Qualche Chiesa inghiottita da grattacieli fosforescenti, qualche scuola cattolica, qualche rarissima suora, i preti si contano sulle dita di una mano. Gli occhi dei giapponesi non hanno visto Cristo. Non tutti, ma quasi tutti. E un Paese che non ha visto Cristo, è una pianta che non ha mai visto il sole: se resiste, le foglie si ingialliscono, i colori sbiadiscono, lo sviluppo è abortito. Così appare oggi il Giappone. Manca Cristo, manca l’aria, e la luce, e l’acqua, e la vita, esattamente come le scene di devastazione che tutti hanno visto. Si corre ovunque, strisce multicolore disegnate sulle strade, sui marciapiedi, sui corridoi di banche ed ospedali ti guidano senza sorprese alla meta, ma non è mai quella giusta. Ci si sfiata tra un casello ed un altro della vita, ma nessun cartello, nessun segnale ad indicare il Cielo, ormai chiuso da un pezzo. E quegli occhi che, da bambini, appena dischiusi brillavano curiosità, e speranza e desideri, sono ormai spenti, e le palpebre come serrande semichiuse quando sono i giorni di lutto.
Ma l’uomo, qualunque uomo, non può vivere senza speranza. Quando essa è sottratta la vita si fa morte, ed ogni affare, di cuore come di lavoro e studio, diviene un incerto strascicarsi sui bordi della vita. Come quegli uomini che abbiamo visto risalire le rotaie per tornare a casa. Quel giorno, il treno quotidiano su cui erano saliti la mattina, stretti tra un corpo e un altro in un perfetto anonimo isolamento, scivolati in un sonno profondo o nella musica alienante dell’Iphone, quella capsula metallica di cui si conoscono partenza ed arrivo, metafora di nascita e morte, le stazioni della vita, quel feticcio di un’esistenza sbiadita e senza speranza, non li poteva riportare a casa. Era accaduto l’imprevisto che sbanca il lotto della vita. La luce artificiale che muove l’esistenza indicando mete e successi, s’era spenta, non restavano che le gambe, non restava che la solitudine di fronte ad un evento più grande. E una nuvola rovente e invisibile a turbare pensieri e progetti. Benedetti atomi impazziti, verrebbe da dire, ma non si può, si farebbe la fine di chi ha osato infilare Dio in questa storia di dolore e paura. Eppure quegli atomi impazziti che ti prendono all’improvviso, come e più di un terremoto, più subdoli di uno tsunami, che si infilano tra le gocce del mare e nel cielo trasparente per azzannare verdure e polmoni senza che ce se ne accorga, quegli atomi sono una Parola viva che come una spada discende sino al midollo dell’esistenza. Prendere o lasciare, afferrare l’occasione o difendersene. Lo sconvolgimento della terra, l’ondata travolgente, la radioattività incipiente, sono segni, occorre interpretarli. La morte e la paura di queste settimane hanno bussato alla porta delle nostre anime, ci hanno destato alla verità. Innanzi tutto quella di cui scriveva François Mauriac: “Mi sono sempre ingannato sull’oggetto dei miei desideri. Non sappiamo quel che desideriamo” (Groviglio di vipere).
Dio non ha dimenticato questo Popolo, perchè Dio ama ogni uomo di un amore geloso. Forse l’alienazione, l’odore acre di corruzione, forse la morte dell’anima s’era fatto insopportabile ai suoi occhi, forse la misura era colma. Forse la sofferenza di tanti innocenti ammorbidirà il cuore, forse la terra martoriata, e la precarietà intrisa di paura, dissoderà le anime, le preparerà ad ascoltare e a vedere proprio quello che manca alla propria vita. Forse, ma è un’occasione irripetibile. La Chiesa è chiamata a mostrare cosa desidera il cuore, a far presente l’oggetto autentico del desiderio dell’uomo. Mostrare Cristo per annunciarlo vivo e capace di dare senso ad ogni dolore, anche a quello più assurdo. Al dolore e alla sofferenza degli innocenti, dei bambini che, in un secondo, hanno perduto padre, madre, casa e scuola. Ai vecchi che hanno visto portarsi via il lavoro e le piccole certezze di una vita. Per noi che viviamo qui da molti anni annunciando il Vangelo che spesso sembra rimbalzare sulla dura scorza dell’abitudine ormai cinica, l’11 marzo non è un giorno di lutto. Non è solo un giorno di lutto. E’ piuttosto la data annotata in rosso sul taccuino di Dio, l’appuntamento che ha preso per svegliarci tutti dal torpore e dall’apatia. Quel giorno, e questi giorni, ci svelano il suo cuore, il suo progetto di amore per questo popolo. Può sembrare assurdo, un vaniloquio fondamentalista. Passi, non ci vergogniamo d’essere fondamentalisti, non ci fa arrossire avere un fondamento certo e non negoziabile nella nostra vita, anzi. Un fondamento che resiste al terremoto e agli tsunami, agli atomi e alla paura. Un fondamento da donare ad ogni uomo, il fondamento di un amore che ha vinto la morte, che è disceso nella tomba di ogni uomo a compatirne angosce e sofferenze per deporvi la speranza che non delude. “Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia”, diceva il poeta francese Charles Péguy (Il portico del mistero della seconda virtù, in I Misteri). La felicità può risplendere nello sguardo di ogni giapponese, e la speranza può dipingere i loro occhi. Laddove la vita s’è fatta detrito, tra le macerie dell’esistenza, nel dolore sordo degli innocenti è sceso l’amore. Amare ha una sola coniugazione, buona per ogni lingua, per ogni cultura, per ogni uomo: donare, vita e carne e sangue, sino alla fine. Dove questo si compia l’amore si fa visibile, e gli occhi semplici lo possono guardare. Non ha colore nè sapore particolari a erigere barriere; non necessita interpretazioni o spiegazioni; è un cibo che si fa gusto e piacere, sazietà e pienezza in qualunque cuore, perché ad ogni cuore è destinato e in ogni esistenza prende dimora come se fosse stata preparata da sempre per lui. E questo amore ha un nome, Cristo, ed un volto, la Chiesa dei suoi fratelli.
“Una cosa è certa: si dà una notte nel cui buio non penetra alcuna parola di conforto, una porta che noi dobbiamo oltrepassare in solitudine assoluta: la porta della morte. Tutta l’angoscia di questo mondo è in ultima analisi l’angoscia provocata da questa solitudine. Per questo motivo nel Vecchio Testamento il termine per indicare il regno dei morti era identico a quello con cui si indicava l’inferno: sheol. La morte infatti è solitudine assoluta. Disceso all’inferno. Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine… anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, nella quale noi tutti siamo come bambini cacciati via, piangenti, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell’uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L’inferno è stato vinto dal momento in cui l’amore è anche entrato nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da Lui.” (Joseph Ratzinger, Sabato santo). Non basta ricostruire un’autostrada in una settimana, non è sufficiente tappare la bocca alla centrale di Fukushima. E’ urgente annunciare che laggiù, nel fondo oscuro dell’anima che si prepara al suicidio o alla lucida rassegnazione che ricostruisce in attesa di altre distruzioni, nella terra di nessuno della solitudine è disceso Cristo, l’Agnello senza macchia era lì quel giorno, innocente tra i suoi fratelli innocenti, pareti e tetti e mobilia non lo hanno risparmiato, il fango salato e violento lo ha travolto insieme a tutti, la paura del pericolo non lo ha evitato. E’ tutto scritto, e questi sono i giorni in cui la Chiesa proclama il mistero di un Dio che si è fatto peccato e poi morte, per distruggere l’uno e l’altra. Il male che avvelena la vita di tanti giovani, che sfianca le famiglie, che asfissia il lavoro, il male banale che spegne questo popolo si è schiantato su quel corpo crocifisso. E quell’11 marzo, misteriosamente, come un conato sorto dalle viscere della terra, si è riversato sugli innocenti che, semplicemente, vivevano la loro vita. Mistero del male, mistero delle sue raccapriccianti conseguenze. Mistero che non vogliamo accettare, che eludiamo con iattanza superba spegnendo la Verità tra relativismi d’accatto, il male peggiore. Il male esiste, e provoca sofferenza. Il peccato esiste, e conduce alla morte. La menzogna li avvolge entrambi, ed è quella che tiene a guinzaglio le menti, che pontifica sui media, che sbiadisce certezze ingoiando la speranza. Uno solo ha preso sul serio il male, al punto di morirci dentro. Uno solo lo ha guardato in faccia, lo ha sfidato, se ne è addossato ogni conseguenza, capro espiatorio di ogni veleno. Non vi è sofferenza che Egli non abbia conosciuto, solitudine che non abbia sperimentato. Il mistero più grande, da quel giorno sul Golgota, ogni dolore è divenuto il dolore della stessa carne di Cristo, dolore divino, e per questo innocente. Quell’11 marzo era Giappone, ma era Calvario. E così quel 6 agosto 1945 ad Hiroshima, e così ogni giorno della vita di ogni uomo. Dolore innocente non perchè alcun uomo sia innocente, ma perchè nell’innocenza dell’Unico innocente, dell’Agnello senza macchia, ogni dolore, addirittura ogni peccato, è trasfigurato nella misericordia. Da quel giorno sul Calvario ogni dolore è il dolore di Cristo, ogni tomba è il suo sepolcro. In tutti ha deposto, come un seme di vita eterna, il suo corpo benedetto. Quel corpo oggi è la Chiesa, i suoi missionari e i suoi cristiani, deposti, nella trama dei giorni, come un seme di speranza, tra le viscere di dolore di questo Popolo. Suor Faustina Kowalska ha lasciato scritto nel suo Diario: “Provo un dolore tremendo, quando osservo le sofferenze del prossimo. Tutti i dolori del prossimo si ripercuotono nel mio cuore; porto nel mio cuore le loro angosce, in modo tale che mi annientano anche fisicamente. Desidererei che tutti i dolori ricadessero su di me, per portare sollievo al prossimo” (Diario, p. 365). Il sollievo è l’amore che scaturisce dalla luce della Pasqua, la prova che Cristo è risorto davvero, il frutto maturo di quel seme, il senso nascosto di ogni dolore. Incarnarlo e annunciarlo è il mandato ineludibile del Signore risorto. Che Dio ci aiuti e ci dia zelo e coraggio per annunciare, senza fermarci, il suo amore che risplende in Cristo suo Figlio, crocifisso e risorto per ogni uomo, per riconsegnare il sorriso della speranza ad ogni sguardo di ciascun giapponese, nessuno escluso.
Takamatsu Giappone