di Guido Guidi*
ROMA, giovedì, 3 dicembre 2009 (ZENIT.org).- La  scienza del clima ha subito nelle ultime decadi un processo evolutivo che non ha pari in alcuna altra disciplina scientifica. La maggior parte di questo processo ha avuto luogo in seno all’IPCC, l’istituzione intergovernativa appositamente creata dalle Nazioni Unite per studiare i cambiamenti climatici.

Dalla sua costituzione ad oggi, l’IPCC ha prodotto quattro rapporti, l’ultimo dei quali, costituito da mille e più pagine, è stato condensato in una ventina di cartelle e intitolato Summary for Policy Makers. In questo sunto, è stato praticamente impossibile includere tutte le incertezze, i distinguo e le carenze di comprensione scientifica che pur se con fatica, hanno comunque trovato almeno in parte spazio nel corpo del rapporto.

Ciò nondimeno, è cosa nota che sono ben pochi quelli che, di fatto, ne hanno letto anche solamente il sommario. In questo modo, il lavoro del Panel finisce per essere riassunto in un semplice messaggio di stampo fideistico e iconoclasta: il riscaldamento occorso nelle ultime decadi del secolo scorso è innegabilmente di origine antropica.

Questo è quanto viene recepito e sbandierato ai quattro venti dalle organizzazioni che si occupano di ambiente, alimentando la confusione e l’equivoco – spesso non involontari – che sono stati generati tra i concetti di clima e ambiente. E infine questo è quanto i policy makers, destinatari delle famose 20 pagine, sono costretti ad assecondare, per trovare più il consenso che la soluzione al problema. E, mentre il primo arriva puntuale, la seconda, stante il grave rischio di sbagliare la cura, stenta ad arrivare. Per quel che attiene l’ambiente, perché con tutta l’attenzione rivolta ai gas serra, si finisce per trascurare tutto il resto; per il clima perché è evidente che il peso delle attività umane va ben oltre l’accrescimento dell’effetto sera e avviene a scala regionale e locale piuttosto che globale, essendo riconducibile ad ambiti che sarebbe invece doveroso affrontare a prescindere dal clima che cambia, come ad esempio la cura del territorio o delle risorse idriche.

Tuttavia gli accordi perseguiti sono globali e includono l’implementazione di provvedimenti di mitigazione anch’essi di respiro globale. Questi, almeno sin qui, ma quanto si prospetta per il futuro non differisce di molto, appartengono a due categorie: provvedimenti inutili e proponimenti impossibili.

Alla prima di queste appartengono il Protocollo di Kyoto e le proposte recentemente avanzate per una sua sostituzione dagli Stati Uniti e dalla Cina che, a conti fatti, si discostano poco o affatto dal cosiddetto business as usual. Ai fini climatici, quand’anche le proiezioni fossero corrette – cosa che ad oggi non è – non hanno alcuna speranza di produrre la benché minima mitigazione, pur conservando il pregio di dare conforto ai mercati finanziari, ansiosi di gettarsi nella bolla speculativa del traffico dei certificati di emissione.

Le proposte della UE e le richieste dei paesi in via di sviluppo sono invece proponimenti impossibili. Il rateo di decarbonizzazione che sarebbe necessario adottare per implementare le prime e l’impegno economico richiesto per accontentare i secondi sono ad oggi a dir poco utopistici.

Tutto ciò, naturalmente, solo se si assumono come veritiere le proiezioni climatiche, quelle stesse proiezioni che hanno fallito nell’intercettare la stasi delle temperature medie superficiali occorsa negli ultimi dieci anni. Perché? Perché queste simulazioni, pur in fase di continuo sviluppo, contengono ancora un livello di semplificazione delle dinamiche del clima che ne condiziona i risultati.

Queste semplificazioni sono la diretta conseguenza dello scarso livello di comprensione scientifica di molti dei fattori di forcing esogeni ed endogeni cui il sistema è soggetto. Finché questi non saranno compresi, non sarà possibile fare alcuna previsione affidabile.

Un altro problema è costituito dalla rappresentatività dei dati che descrivono il clima del passato e quello del presente. Ebbene, le simulazioni riescono a riprodurre questi dati scarsamente rappresentativi solo con l’innesto di un contributo antropico, ovvero assegnando al sistema una reattività al forcing da gas serra decisa a tavolino. Per cui il riscaldamento più che un output è un input dei modelli di simulazione.

Nonostante ciò il mondo si scalda, questo è innegabile. E lo fa con assoluta mancanza di linearità, mentre il fattore forzante che dovrebbe essere causa unica e dominante di questo riscaldamento agisce in modo lineare.

Basterebbe già questo ad instillare un ragionevole dubbio, ma non è tutto. Dai dati satellitari, molto più omogenei e immuni agli innumerevoli bias locali, scopriamo anche che si scalda meno di quanto non risulti dalle misure di superficie e inoltre non si scalda dove la teoria dei gas serra dice che si dovrebbe scaldare, cioè a 5/6 km sopra le nostre teste. Ancora una volta, perché? Perché la gran parte del riscaldamento ascrivibile all’uomo è locale e dipende dall’urbanizzazione e dalla variazione dell’uso del suolo e si sovrappone ad una tendenza di variazione dello stato termico del pianeta iniziata almeno due secoli prima che si potesse parlare di effetto antropico.

Così scopriamo anche che il dibattito è tutt’altro che chiuso, nonostante la posizione monolitica del cosiddetto “consenso” scientifico. Posto che il consenso è più proprio del vivere civile che del dibattito scientifico, essendo quest’ultimo piuttosto fondato sul dubbio, proviamo a vedere in cosa risiede questo consenso.

Il corposo lavoro dell’IPCC è diviso in tre ambiti principali. Il primo di questi ha il compito di fornire le basi scientifiche su cui poggiano la valutazione dei rischi (delegata al secondo) e le azioni di mitigazione (compito del terzo). Bene, il Working Group 1 ha sede alla Climate Research Unit della University of East Anglia in Inghilterra. Questo centro di ricerca è salito recentemente agli onori della cronaca per la vicenda delle e-mail e dei dati sottratti ai loro server. Dalle conversazioni rese pubbliche, pur illegalmente, emerge un atteggiamento tribale di chiusura completa verso le opinioni di quanti non si trovano d’accordo con il mainstream scientifico, arrivando al punto di esercitare pressioni su revisori ed editor delle riviste scientifiche più accreditate perché limitassero o evitassero la pubblicazione di lavori non conformi al loro pensiero.

Ne risulta un dibattito che più che essere chiuso è inquinato da atteggiamenti ideologici, che è necessario eliminare se si vuole che la ricerca torni a perseguire lo scopo che gli è proprio, ovvero il progresso della conoscenza.

Qualcuno parlerà di questo a Copenhagen? Certamente no, perché quello che si apre tra pochi giorni è un summit politico, peccato che non poggi affatto sulle solide basi scientifiche che quelli che saranno chiamati a decidere pensano che abbia e che invece necessariamente dovrebbero avere.

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*Il Tenente Colonnello Guido Guidi lavora da venti anni nel Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare, mentre da due anni è curatore del blog Climate Monitor (www.climatemonitor.it).