La ragazza, un’indiana, ansima e piange ma sono gli ultimi sforzi, poi il bimbo viene al mondo e l’équipe in camice verde taglia il cordone ombeli­cale. Per un breve istante il neonato vie­ne mostrato alla donna, che gli sfiora la guancia con una carezza e subito disto­glie lo sguardo per non rischiare di amarlo. «Adesso lo portiamo da sua ma­dre », sorride soddisfatta la dottoressa, an­che lei indiana. Non c’è logica – pensi – ho capito male…
Invece la logica (spaventosa, spietata) c’è, e a mostrarla è stato Report, in onda domenica sera su Rai3: è il business mondiale delle cosiddette gravidanze ‘surrogate’, degli ovuli e degli spermatozoi ‘donati’. Il racconto si dipana attraverso immagini agghiaccianti, che danno un volto televisivo a quanto ha documentato anche Avvenire. «Molte aziende delocalizzano all’estero per abbattere i costi – ride Doron, un gay israeliano che della sua esperienza personale ha fatto un sistema red­ditizio –, così mi son detto: perché non delocalizzare le gravidanze in India? Per una gravidanza surrogata bastano donne giovani e sane, che abbiano bisogno di com­prar casa». Lui stesso ci era passato, da cliente: su un catalogo aveva scelto la foto di una bella bionda («il mo­dello caucasico è quello che va per la maggiore») ‘dona­trice’ degli ovuli da fecondare, poi una ‘madre in affitto’ ci aveva messo l’utero, e il ‘prodotto’ finito – il bambino – era arrivato nove mesi dopo in Israele dai due ‘genito­ri’ gay. Il tutto per 140mila dollari. Troppi? Ecco allora che Doron fila in India e tratta con la dottoressa: l’incontro in vitro tra ovuli e spermatozoi avverrà negli Usa, ma l’em­brione verrà impiantato in India dove crescerà nel ven­tre di una donna povera e disposta a tutto, e alla fine il neo­nato ripartirà per New York o Tel Aviv o Dubai, dove in­contrerà ‘padre’ e ‘madre’. Per tutto il reportage Doron viaggia con il suo bidone termico pieno di spermatozoi, che in laboratorio diventeranno embrioni: «Guardi questi che carini – l’occhio è attaccato alla lente –, stanno nuotando, ora ne catturo tre e faccio un essere umano». Come li sceglie?, chiede una voce fuori campo. «Quelli che mi piacciono di più, vede questo come si muove be­ne? Ora prendo la pipetta e zac, nell’ovulo: ho fatto un es­sere umano». Una donna di 57 anni, facoltosa, lo chiama al cellulare: ha bisogno di ovuli, vista l’età, ma anche di spermatozoi («non ho un compagno») e di una madre in affitto per la gravidanza. Per non fallire, Doron è disposto a raddop­piare: «Impiantiamo due surrogate – propone – se poi re­stano entrambe incinte si fa l’aborto selettivo». Sala ope­ratoria, bisogna tagliare, la madre è sveglia, trema. Il bim­bo nasce, bianchissimo, dal suo ventre nero.
La conduttrice di Report, Milena Gabanelli, nella prima parte aveva invece criticato aspramente la «troppo re­strittiva » legge 40 sulla fecondazione assistita in Italia («un deplorevole attacco mediatico a una legge approvata con larga maggioranza trasversale», lamentava ieri Scienza & Vita). Aveva mostrato le migrazioni verso Spagna o Bel­gio di coppie che in Italia non possono accedere all’ete­rologa né alla diagnosi pre-impianto in caso di malattie genetiche. «Il diritto al figlio sano significa dire che una persona non perfetta ha un diritto affievolito a nascere. Io vorrei costruire una sanità che curi, non che risolva le terapie in termini di selezione», commentava il sottose­gretario alla Salute, Eugenia Roccella. «Non vogliamo il fi­glio perfetto, l’handicap lo accetteremmo – rispondeva la coppia – chiediamo solo di scegliere l’embrione sano per evitare che anche questo figlio muoia a pochi mesi dal par­to, come il primo». Analisi pre-impianto per i casi mor­tali, dunque… Ma a quanti mesi o anni dal parto il caso è ‘mortale’? Chi sposta il paletto? Se la prima parte della serata faceva meditare, la seconda mostrava cosa acca­de senza punti fermi. Lo comprende la Gabanelli, che ri­sposte in tasca non ne ha e di una cosa sola è certa: «Que­sto business non ci può lasciare indifferenti».
«Avvenire» del 30 marzo 2010