La Ru486 ha ucciso ancora

Stavolta è una ragazzina di 16 anni, portoghese: a cinque giorni dall’aborto con la Ru486 si è presentata in ospedale con i sintomi della terribile infezione da Clostridium Sordellii. È morta diciotto ore dopo il ricovero, nonostante l’intervento di asportazione dell’utero, nel disperato tentativo di salvarle la vita. E la macabra contabilità delle morti dopo farmaci usati per aborto sale a 32: venti le donne morte dopo aver seguito la procedura standard – prima la vera e propria Ru486, e poi le prostaglandine, che inducono le contrazioni e provocano l’espulsione dell’embrione, dodici invece sono i decessi segnalati dopo un uso non abortivo ma sperimentale della Ru486.

Nonostante il fatto sia stato reso noto nell’ambito di un congresso medico europeo – nei giorni scorsi a Milano –, non è stato segnalato ai media da organizzatori e partecipanti, che pure erano molto numerosi. Eppure ci sarebbe di che riflettere: per la prima volta questa particolare infezione – mortale – viene registrata in un Paese europeo, a seguito di un aborto chimico. Finora la presenza del batterio Clostridium Sordellii era stata accertata solo in decessi americani, tanto che qualcuno ha ipotizzato che la causa andasse collegata a qualche particolare caratteristica ambientale degli Stati Uniti, o a un uso improprio che se ne farebbe, e non alla pillola abortiva in sé.
Ma adesso che il Clostridium Sordellii è sbarcato ufficialmente in Europa tutto tace: d’altra parte, da molto tempo le donne che muoiono per aborto non fanno più notizia. Morti di questo tipo sono state abbondantemente usate – brutta parola, purtroppo reale – nei decenni passati per legalizzare l’aborto in tutto il mondo: si diceva che le donne morivano proprio perché si sottoponevano a cruenti e pericolosissimi interventi clandestini, e che solamente concedendo la legalizzazione tutto questo non sarebbe più successo.

Ma una volta approvate le leggi, generalmente delle donne che abortiscono non interessa più a nessuno: neppure quando ancora accada, inspiegabilmente e inaspettatamente, che di aborto si continui a morire. Non destano indignazione – tanto di moda, ultimamente –, non interpellano le coscienze, non meritano neppure un cenno alle manifestazioni teoricamente in difesa della dignità delle donne. Come pure non suscitano orrore le notizie degli aborti forzati che periodicamente arrivano dalla Cina. Eppure si tratta di tragedie che dovrebbero unire tutte le donne in una sorellanza solidale, al di là dei convincimenti personali di ognuna: ma non è così.

La legalizzazione ha trasformato l’aborto da problema sociale a questione di “scelta”, o addirittura in “diritto” individuale: con un drammatico paradosso, le leggi che lo hanno reso lecito pubblicamente hanno contribuito a nasconderlo alle coscienze e alla percezione comune. E con la pillola abortiva che ogni donna può prendere in mano e ingoiare da sola si cerca di farlo sparire anche dagli ospedali: l’aborto si trasforma in un fatto domestico, un atto medico privato che non riguarda più la collettività. Non si deve più neppure girare la testa da un’altra parte: non c’è più niente da vedere.

Per questo le morti, in particolare con la Ru486, sono così ostinatamente ignorate dai media: a un passo dalla sua completa privatizzazione, grazie soprattutto ai metodi farmacologici (dalla Ru486 agli aborti incerti delle varie “pillole dei giorni dopo”) tragedie come questa portoghese ricordano a tutti che l’aborto è un gigantesco dramma e un tragico problema, ancora irrisolto. O, almeno, dovrebbero ricordarlo.

Assuntina Morresi da Avvenire