di Andrea Avveduto
Tratto da Il Sussidiario.net il 4 aprile 2011

Si chiamano missionarie della Carità. Fanno parte della congregazione fondata da Madre Teresa di Calcutta nel 1950. Da molti anni queste suore vestite di bianco vivono “povere tra i poveri” anche nei territori palestinesi.

Nelle zone più drammatiche, dove lo stato non fornisce alcuna assistenza sociale e a parlare di welfare state c’è il rischio di passar per matti. Stanno per lo più in orfanotrofi improvvisati, strutture fatiscenti ma dignitose che accolgono tutti i bambini lasciati in strada dai genitori. In queste terre i bambini abbandonati sono spesso il frutto di un gesto di amore di donne musulmane per le quali è proibito dalla legge avere figli fuori dal matrimonio. A volte – come in questo caso – sono creature fragili con gravi problemi di salute.

Lui si chiama Wadil. I suoi occhi azzuri ti colpiscono per la vivacità che sprigionano, e il suo corpo per tutti i limiti che la sua particolare condizione gli ha imposto fin da subito. Afflitto da una malattia rarissima alle articolazioni, i suoi problemi cominciano già dalla nascita. Per i genitori, una coppia musulmana con altri figli alle spalle, non è un figlio, è un problema. Decidono di liberarsene. Dopo il parto lo affidano alle suore che lo accolgono nella loro comunità. Certi che non cercheranno mai di imporre il loro credo al bambino. Ogni tanto bussano alla porta del convento per sapere come sta.

Wadil intanto cresce, circondato da mamme premurose con il velo. Per  sei anni in cerca di una famiglia che lo possa prendere con sé. Ma non è semplice: l’autorità palestinese pone all’adozione dure restrizioni che hanno come discriminante – nella maggior parte dei casi – la religione di appartenenza sia del bimbo che della famiglia adottiva. In pratica, Wadil potrebbe venire accolto solo da un’altra famiglia musulmana, che tarda ad arrivare. Un giorno di qualche mese fa giunge finalmente una richiesta da una famiglia portoghese, e cattolica. La coppia chiede alle suore di portare il bimbo con sé in Portogallo.

Ora che Wadil può cominciare ad andare a scuola, la presenza costante di una mamma e di un papà potrebbe essere la salvezza del bambino. La famiglia d’origine viene informata direttamente dalle suore. Gli chiedono se accettino la proposta. La risposta è un secco no. I genitori non hanno ancora perduto la “patria potestà”, e difficilmente potrebbero abituarsi all’idea di un figlio educato da una coppia cattolica. Abbandonato o no, non possono correre il rischio che diventi cristiano. O comunque un apostata. Meglio che rimanga in Palestina. Fanno pressioni anche al ministero perché neghi l’autorizzazione. L’autorità palestinese chiede una somma enorme di denaro alla coppia portoghese. Denaro di cui, evidentemente, non dispone. Inizia una battaglia legale ancora in corso, dall’esito incerto. Ma per il bimbo, che oggi non può far altro che aspettare, è una lotta contro il tempo.

Non sappiamo come andrà a finire. L’ultima parola spetterà al giudice. Che si pronuncerà sugli interessi degli uni e degli altri: da una parte la famiglia palestinese che non ha intenzione di lasciare un figlio in mano a dei cattolici, dall’altra una coppia che vorrebbe potergli dare un’istruzione e una possibilità di vivere. E in mezzo Wadil.