Un amaro destino ha coinvolto Kaczynski e il suo governo di destra polacco. Forse non abbiamo adeguatamente compreso quanto è accaduto nelle campagne paludose di Smolensk in Russia a due passi della località Katyn, dove nel 1940 erano stati assassinati dai sovietici comunisti circa 22 mila ufficiali polacchi.

La tragedia che ha colpito il popolo e la nazione polacchi è troppo grande, – scrive  Annalia Guglielmi – misteriosa, incomprensibile, tanto che ancora si stenta a crederci. La tragedia di ieri si intreccia in modo misterioso con la tragedia di oggi. Settant’anni fa a Katyn – un nome che ha per la Polonia il sapore della maledizione – il potere sovietico decapitò l’intellighenzia militare e culturale polacca. Oggi la Polonia piange il fior fiore della sua classe politica, culturale e militare. Tutti loro, per tutta la vita, avevano avuto il coraggio di opporsi al potere.

A distanza di settant’anni il presidente della Polonia, Lech Kaczynski, ha trovato la morte e con lui la moglie Maria e una fitta delegazione di politici e di parenti delle vittime che accompagnava il capo dello Stato alla cerimonia di commemorazione della strage.

«Sbrighiamoci ad amare gli altri, se ne vanno così in fretta». Queste le parole di un poeta polacco che mi sono tornate alla mente assistendo alla Messa celebrata a Katyn e trasmessa dalla televisione polacca: davanti alla folla convenuta per ricordare le vittime del massacro sovietico di settant’anni fa c’erano le quasi cento sedie riservate alla delegazione ufficiale, vuote. Sopra ogni sedia una piccola bandiera polacca” (Annalia Guglielmi, Le sedie vuote di Katyn sono un mistero che nessuno potrà spiegare, 15.4.2010 Il Sussidiario.net).

Insieme al presidente sono morti il Capo di Stato maggiore, i vertici dell’esercito, della marina, dell’aeronautica, il governatore della Banca centrale polacca, 13 ministri del governo, diversi deputati, il candidato conservatore alle prossime elezioni presidenziali, il vescovo cappellano dell’esercito e altre figure storiche della resistenza polacca contro il comunismo durante la seconda guerra mondiale e durante l’epopea di Solidarnosc.

Il gemello del Presidente non era sull’aereo soltanto perché era rimasto in ospedale accanto alla madre malata. In pratica su quel disgraziato aereo, un vecchio Tupolev russo, che incredibilmente Kaczynski usava ancora come velivolo di Stato, c’era tutta la destra polacca, scrive Marco Invernizzi editorialista de Il Timone e conduttore di Radio Maria. E’ proprio così Lech e Jaroslaw Kaczynski, hanno fondato “Legge e Giustizia”, un partito nato come costola di destra del sindacato Solidarnosc che mandò in crisi il regime comunista polacco negli anni Ottanta del secolo scorso, e Lech Kaczynski era stato uno dei principali consiglieri quando Lech Walesa divenne Presidente della Repubblica nel 1990. Un partito conservatore, rispettoso delle tradizioni cristiane della Polonia.

Se Jaroslaw era la mente, Lech è sempre stato l’uomo d’azione. Fervente cattolico, militante della prima ora di Solidarnosc, il futuro presidente della Polonia è tra i più attivi membri del Comitato operaio che nell’agosto del 1980 diede inizio agli scioperi di Danzica. Quando nel 1981 Jaruzelski proclama lo stato di guerra Lech Kaczynski viene internato.

Nel 2001, insieme con il gemello Jaroslaw, fonda il partito conservatore Diritto e Giustizia (Pis). Fra il 2002 e il 2005 è sindaco di Varsavia e diventa molto popolare per il suo impegno contro la corruzione degli ex comunisti al potere. Difende la morale familiare e incurante delle proteste impedisce lo svolgimento del Gay Pride nella capitale polacca. Lui amava alla follia le sue donne: la moglie Maria (deceduta anche lei nel disastro aereo), la figlia Marta e la nipotina Ewa.

Losito su L’Occidentale ricorda quando Kaczynski, sindaco di Varsavia nel 2005 tenne un discorso sulla Piazza Pilsudski nel 70mo anniversario della morte del mitico Padre della Patria polacco che aveva fermato i bolscevichi alle porte della capitale nel 1920. Quella battaglia, la cui tattica vincente ancor oggi è studiata nella migliori accademie militari, determinò il brusco mutamento dei piani del Comintern leninista che prevedevano l’esportazione in Europa della rivoluzione comunista sull’onda delle insurrezioni guidate da Mosca e pronte a scoppiare in Germania e altrove, verso il Mediterraneo e i Balcani, Italia compresa.

Lech Kaczynski chiese senza mezzi termini a chi lo ascoltava di riflettere su che cosa sarebbe stata l’Europa odierna senza quella battaglia, vinta da Pilsudski contro l’Armata Rossa dei generali Tukhacevskij e Budienny. Sul palco, alquanto imbarazzati, c’erano con lui i dignitari del governo post-comunista dell’allora Presidente Kwasniewski e del Premier Leszek Miller.

Invernizzi facendo riferimento alla storia della Polonia, scrive: “Vi sono nella storia popoli-vittime come quelle anime che sembrano incaricate dal piano di Dio di immolarsi con le loro sofferenze per la salvezza del mondo e degli uomini. Me ne vengono in mente alcuni, come il popolo vietnamita e quello cambogiano, o coloro che oggi continuano a vivere nel gulag della Corea del nord, popoli colpiti da tragedie naturali oltre a quelle provocate dalle ideologie. Ma la storia del popolo polacco la conosciamo meglio, per la vicinanza geografica, per la storia comune. La tragedia di oggi è avvenuta nel 70° anniversario del massacro di Katyn, per cinquant’anni negato dall’Urss e attribuito alla Germania nazionalsocialista, dopo che, finalmente, il leader russo Putin aveva accettato di sancire pubblicamente la riconciliazione fra i due popoli attraverso il riconoscimento della “verità su Katyn”.

E continua Invernizzi,  è difficile comprendere qualcosa del mistero della storia, delle scelte con cui il Signore guida i popoli, castigandoli e aiutandoli, lasciando così tanta libertà al male e alla menzogna. Non posso non chiedermi perché questo popolo venga trattato così vent’anni dopo aver salvato l’Europa dal comunismo, quando nel 1920 l’esercito polacco guidato dal maresciallo Jósef Pilsudski (1867-1935, la cui tomba in Polonia è sempre cosparsa da fiori freschi) fermò l’Armata Rossa davanti a Varsavia (“il Miracolo della Vistola”). Ma poi mi viene in mente la festa della Misericordia che celebriamo oggi, nella prima domenica dopo la Pasqua, grazie a santa Faustina Kowalska (1905-1938), la suora sepolta a Cracovia, la città dove il futuro papa Giovanni Paolo II (che la canonizzerà nel 2000, la prima santa del nuovo millennio) aveva imparato a conoscerla e a pregarla. Mi viene in mente perché il Papa “polacco” e la suora “polacca” hanno insegnato al mondo come appunto la Misericordia sia la misteriosa risposta scelta da Dio da opporre al male, a quel male che negli anni Trenta del secolo scorso in Europa e in Polonia aveva il volto delle ideologie che la avrebbero presto annientata.

E allora forse possiamo intuire e balbettare qualcosa, tremando al pensiero di quale possa essere il prezzo che un popolo debba pagare per potere dare all’umanità quella santità che sola può salvare dal male.

DOMENICO BONVEGNA

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