di Andrea Sartori (Insegnante) da Protagonisti Per L’europa Cristiana

Da Fini a Casini a Bersani il mondo politico italiano trova quantomeno discutibile la sentenza della Corte Ue contro l’esposizione del crocifisso nelle scuole. L’Italia farà ricorso. Lo stesso Consiglio di Stato si espresse a favore dell’esposizione del crocifisso anche dopo la revisione del Concordato

Accogliendo la lamentela della signora Soile Lautsi, cittadina italiana di origini finlandesi che nel 2002 aveva chiesto all’istituto statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule, la Corte di Strasburgo ha stabilito che la “l’esposizione obbligatoria di simboli religiosi, in particolare nelle aule scolastiche” violerebbe “il diritto dei genitori di educare i propri figli in conformita’ con le proprie convinzioni e quello dei bambini a credervi o non credervi”.
Il mondo politico italiano ha reagito indignato: il governo ha ricorso contro la sentenza: il giudice Nicola Lettieri, che difende l’Italia davanti alla Corte di Strasburgo, ha annunciato il ricorso all’Ansa: ricorso che è stato confermato dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini: “Il governo ha presentato ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo”.
Il mondo politico italiano si schiera, per una volta, compatto contro la sentenza.
Il presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini, uno degli uomini più laici del Pdl, non nasconde un’idea estremamente negativa riguardo la sentenza della Corte per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo: “Ovviamente bisognerà attendere le motivazioni della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – afferma il presidente della Camera – ma fin d’ora mi auguro non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle Istituzioni che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del Cristianesimo nella società e nella identità italiana”.
Il ministro degli Esteri Franco Frattini sostiene l’importanza dell’identità cristiana: “L’identità cristiana, è la radice dell’Europa: così si dà un colpo mortale alla possibilità che l’Europa cresca e non sia solo un’Europa dei mercati”.
Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini si è così espresso in un’intervista al Tg2: “La scelta della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di bocciare la presenza del crocifisso nelle scuole è la prima conseguenza della pavidità dei governanti europei, che si sono rifiutati di menzionare le radici cristiane nella Costituzione Europea”.
Il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani ritiene che questa sentenza manchi di buon senso e sia un caso di “summum ius summa iniuria”: “penso che in questo delicato campo il buon senso finisce per essere vittima del diritto – ha dichiarato Bersani ai giornslistiche lo attendevano all’ingresso del palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea a Bruxelles – penso che un’antica tradizione come quella del crocefisso non possa essere offensiva per nessuno”.
Ovviamente negativo il parere della Conferenza episcopale italiana, che esprime il suo parere in una nota “La decisione suscita amarezza e non poche perplessità: fatto salvo il necessario approfondimento delle motivazioni, in base a una prima lettura, sembra possibile rilevare il sopravvento di una visione parziale e ideologica”. Più prudente la prima reazione del Vaticano, che afferma, per bocca del suo portavoce padre Federico Lombardi che ci vuole “una riflessione prima di pronunciarsi”.
Bisogna inoltre aggiungere che la Corte di Strasburgo ha condannato lo Stato italiano ad un risarcimento di cinquemila euro dei contribuenti nei confronti della signora Lautsi, cosa che rende questa sentenza ancora più discutibile.
La storia giuridica dell’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche comincia da una disposizione mediante circolare con riferimento alla Legge Lanza del 1857 per la quale l’insegnamento della religione cattolica era fondamento e coronamento dell’istruzione cattolica, religione di Stato.
L’esposizione del crocifisso negli uffici pubblici in genere è invece data con ordinanza ministeriale 11 novembre 1923 n. 250, nelle aule giudiziarie con Circolare del Ministro Rocco, Ministro Grazia e Giustizia, Div. III, del 29 maggio 1926, n. 2134/1867 recante “Collocazione del crocifisso nelle aule di udienza”, che recita: “Prescrivo che nelle aule d’udienza, sopra il banco dei giudici e accanto all’effige di Sua Maestà il Re sia restituito il Crocifisso, secondo la nostra tradizione. Il simbolo venerato sia solenne ammonimento di verità e giustizia. I capi degli uffici giudiziari vorranno prendere accordi con le Amministrazioni Comunali affinché quanto esposto sia eseguito con sollecitudine e con decoro di arte quale si conviene all’altissima funzione della giustizia”. Inoltre le norme regolamentari art. 118 Regio Decreto n. 965 del 1924 (relativamente agli istituti di istruzione media) e allegato C del Regio Decreto n. 1297 del 1928 (relativamente agli istituti di istruzione elementare), disposero la presenza del simbolo in ogni classe.
Nulla viene stabilito, riguardo l’esposizione del crocifisso, nei Patti Lateranensi e nelle modifiche apportate al Concordato nel 1985, che hanno portato da obbligatoria a facoltativa l’ora di religione e che hanno fatto sì che la religione cattolica non fosse più religione di Stato.
Ma con il parere n. 63 del 1988 il Consiglio di Stato ha stabilito che il Concordato e le successive modifiche non abrogano l’esposizione del crocifisso: premesso che “il Crocifisso, o più esattamente la Croce, a parte il significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della Cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendentemente da specifica confessione religiosa, le norme citate, di natura regolamentare, sono preesistenti ai Patti Lateranensi e non si sono mai poste in contrasto con questi ultimi” il Consiglio di Stato sostiene che “occorre, poi, anche considerare che la Costituzione Repubblicana, pur assicurando pari libertà a tutte le confessioni religiose, non prescrive alcun divieto alla esposizione nei pubblici uffici di un simbolo che, come il Crocifisso, per i principi che evoca e dei quali si è già detto, fa parte del patrimonio storico”.
In questo vediamo ancora una volta la distanza che separa l’Europa che rinnega i suoi simboli dagli Stati Uniti il cui motto è “In God we trust” (Noi confidiamo in Dio), dove tutti i presidenti sono stati cristiani, hanno feequentato chiese, e tutti, da George Washington a Barack Obama, hanno giurato sulla Bibbia (Obama scelse la Bibbia di Abraham Lincoln), e dove l’attaccamento al cristianesimo è molto più forte, sentito e ostentato pubblicamente (anche dallo stesso Obama) rispetto all’Europa. E non per questo gli Stati Uniti risultano intolleranti: sono anzi una delle nazioni più tolleranti del mondo in materia di religione. A Keith Ellison, musulmano, fu permesso di giurare sul Corano quando venne eletto al Congresso.
La sentenza ricorda invece la Turchia kemalista, che fu uno stato laicista tanto da abolire l’esposizione di qualsiasi simbolo religioso, musulmano e non (basti vedere le foto del futuro Giovanni XXIII, nunzio in Turchia durante la Seconda Guerra Mondiale: vestito laicamente in quanto non poteva esibire la veste religiosa) ma che non per questo è stata più tollerante macchiandosi del genocidio dei cristiani armeni.
Inoltre la sentenza colpisce ogni simbolo religioso esposto in luoghi pubblici. A questo punto bisognerà quindi stabilire lo status del velo islamico, che anche se non è un simbolo religioso strictu senso in quanto non prescritto dal Corano come tale viene interpretato. Quindi non ci si dovrebbe più scandalizzare se si chiede alle donne musulmane di levarselo nei luoghi pubblici.
Però anche in questo caso, ragionando troppo in punta di diritto, si rischio il “summum ius summa iniuria”: il crocifisso di fatto non lede la libertà di nessuno, come non lederebbero la mia libertà una statua di Buddha o dei motivi calligrafici riproducenti il nome di Allah. Un velo imposto invece lede la libertà personale di una  persona spesso costretta ad indossare un indumento anche contro la sua volontà.
I bambini che vedono un crocifisso non per questo sono obbligati a credere, come spiega anche il Consiglio di Stato. I diritti umani, quelli propugnati dalla Corte di Strasburgo, entrano in gioco quando una persona è realmente obbligata a credere. E questo è il caso che si presenta in Italia non nella maggioranza cattolica, ma nella minoranza islamica.