Cosenza: prima accoltella un anziano, poi si costituisce
di Lucia Bellaspiga
Tratto da Avvenire del 18 gennaio 2011

Ci teniamo tutti a far bella figura.
E proprio una bella figura vuole fare Donato (il nome è di fantasia, non la sua storia, purtrop­po), quindicenne di Cosenza che vive in bilico tra l’infanzia e l’età adulta, convinto di dover dimostrare qualco­sa alle persone sbagliate. Così sabato mattina, mentre i genitori lo credono a scuola, è invece al parco pubblico in compagnia di un coetaneo: i due ragazzini vagano un po’ cercando un soggetto che faccia al caso loro… In quegli stessi istanti un anziano, che non hanno mai incontrato prima, ri­posa su una panchina: da tempo cammina a fatica ed è spesso costret­to a sedersi. I due si guardano con in­tesa: è lui. È rapido e sicuro il gesto di Donato, deciso a superare la prova di coraggio che lo farà entrare definitivamente nel mondo degli adulti: un lampo e la lama uscita dalla tasca del giubbotto entra nella carne dell’uomo. Per for­tuna non recide un’arteria e tutto si risolverà con una brutta ferita non mortale, ma questo Donato non lo sa e nemmeno s’era posto il problema: il suo dovere era superare una grande prova, una qualsiasi, e ciò ha fatto – lui, uomo forte e impavido – prima di darsi alla fuga come un qualunque bambino. O un vigliacco.

«Coraggio» lo chiamano le baby-gang destinate a rifornire di sempre nuove forze il vivaio della mala, specie in terra di ’ndrangheta. Un coraggio vi­gliacco, in realtà, che per rito di ini­ziazione non chiede di sconfiggere draghi o salvare principesse come nell’epica dei cavalieri, né di vincere a scuola o in uno sport come nella vi­ta reale, ma di accoltellare uno scian­cato: «Abbiamo scelto un vecchio perché non potesse reagire», ha am­messo Donato, una volta davanti ai Carabinieri. «O fai qualcosa di buono o con noi non puoi stare», gli avevano intimato i bulletti per accettarlo tra loro, e lui ce l’ha messa tutta a mo­strarsi valente (lo stesso slittamento semantico e scivolone etico per cui in Sardegna il ‘balente’, un tempo l’uo­mo di valore, oggi è lo sbandato), sce­gliendo l’azione più gagliarda, quella che nei loro canoni significasse ani­mo e forza. L’amico al seguito avreb­be testimoniato. Questo al mattino. La sera Donato è già seduto davanti a un carabiniere e vuota il sacco. Ai suoi lati siedono pa­dre e madre, operaio lui, badante lei, i calli sulle mani a dimostrare, loro sì, il coraggio dell’umile onestà. La sorella più grande già lavora e si dà da fare per aiutare in famiglia. Solo Donato ancora studia per farsi un futuro mi­gliore, o almeno così pensavano i suoi genitori, tramortiti da quelle confessioni che non lasciano dubbi: il loro bambino non era andato a scuola, era stato nel parco e aveva ac­coltellato un povero vecchio che manco conosceva. Non hanno prova­to a difenderlo, come oggigiorno fan­no altri genitori, magari più ricchi e meno modesti, anzi, aspettavano da quel capitano un aiuto a capire chi fosse quel figlio improvvisamente e­straneo. Una famiglia disagiata, ma­gari con precedenti… Invece nulla, «gente umile ma per bene», dicono gli inquirenti, forse troppo occupata a portare il pane a casa per accorgersi che quei boss in erba, di cui tanto si parla nell’hinterland di Cosenza per­ché ogni sabato notte ricattano e ra­pinano armati di taglierino, volevano reclutare il loro figliolo.

Che però – e qui è la vera svolta – dai Carabinieri ci è andato da solo, non perché scoperto o costretto. Forse non ce la faceva a tenersi dentro l’ur­lo di quell’anziano, forse non aveva pensato al sangue e a cosa fa una la­ma quando entra nella carne, forse non aveva fatto i conti con la realtà che non è fiction né videogioco. For­se semplicemente con la coscienza. E si è costituito.

È vero, Donato ha fallito, non ha su­perato la prova. E per questo ce l’ha fatta, per un soffio ma ha vinto, ha af­frontato da solo la giustizia e soprat­tutto per la prima volta ha scelto. Con coraggio, quello vero, è entrato nel mondo degli adulti. Quelli veri.