Una compressa per ogni stagione della vita

In un illuminante articolo uscito su Repubblica nel febbraio del 1991, a firma del giornalista scientifico Giovanni Maria Pace, si celebravano trionfalmente i venticinque anni della pillola che aveva cambiato il mondo, definita “l’anticoncezionale più affidabile e meno invasivo, il piccolo gesto quotidiano che ha dato leggerezza alla sessualità e ordine alla procreazione”. Solo luci e nessuna ombra (“la donna può tranquillamente prendere la pillola dai quindici ai quarantacinque anni”), nella certezza che Pincus era stato solo il battistrada di una tendenza che lo stesso autore dell’articolo sintetizzava efficacemente così: per ogni donna, c’è “una pillola, dal menarca alla tomba”. Dalla pillola anticoncezionale durante l’età feconda fino alla pillola per la terapia ormonale sostitutiva nella terza età (ora affiancata, da qualche anno, dalla pillola che sollecita il desiderio sessuale “anche per lei”) la donna moderna può contare su “una pillola per ogni stagione”. Anzi, “la pillola getta un ponte tra le varie stagioni della vita, livellando la distanza tra donna fertile e donna in menopausa”. Anche il luminare delle ginecologia citato da Giovanni Maria Pace, aveva in proposito idee molto chiare: “In realtà, ovulare continuamente senza necessità, come accade alle donne avviate al Duemila, non è meno anomalo del trattamento ormonale”.

La donna, insomma, è ontologicamente e decisamente antiquata, con quella noiosa ovulazione mensile, relitto di chissà quale stato ferino e spada di Damocle continua. Bisognava, bisogna modernizzarsi a forza di pillole, per stare al passo con i tempi. Non essere feconda quando lo si è e sembrarlo quando non lo si è più.
Non c’è molto da ridere, anche se verrebbe voglia. Solo poche settimane fa, la Società italiana di ginecologia e ostetricia ha fatto sapere che secondo uno “studio americano sono le magre (con un indice di massa corporea fra 15 e 25) a preferire i contraccettivi ormonali, i più sicuri in assoluto”. Più pillole si prendono, più magre, sane, più belle e più “moderne” si è, insomma.
Questa valenza di “normalizzazione” del femminile fecondo, del suo controllo chimico, dell’addomesticamento dei corpi di donna trasformati in corpi che non procreano, sul modello maschile, non è mai sfuggita alla critica del movimento femminista, o almeno alle sue componenti meno influenzate dal vecchio emancipazionismo, preso dal suo ideale di donna “libera proprio come un uomo”. A questa immagine – bisognosa delle pillole che promettono potere totale sulla capacità procreativa e sul desiderio sessuale (compresa la pillola abortiva Ru486, la pillola del giorno dopo e l’ultima arrivata, quella dei cinque giorni dopo) – il femminismo della differenza ha saputo invece opporre una visione tutt’altro che entusiasta. E’ proprio da quel femminismo che arrivano le critiche più forti alla medicalizzazione della vita sessuale delle donne (così come, più tardi, arriveranno anche le più forti opposizioni all’aborto con le prostaglandine, considerato “unsafe”, e al suo derivato perfezionato, la Ru486), anche quando continua a essere valorizzato l’aspetto della sessualità separata dalla procreazione.
Non c’è solo l’antesignana del femminismo italiano, Carla Lonzi, che nel suo anatema assoluto contro il patriarcato pure afferma che “col controllo delle nascite le donne, che prima hanno visto svalutata la loro sessualità, vedono svalutata anche la maternità”. La pillola anticoncezionale, per usare le parole della femminista e storica del corpo Barbara Duden, per molte era ed è “un prodotto ingerito ogni giorno, non per prevenire la rinite autunnale, ma per bloccare un intero processo, l’ovulazione, un processo che soltanto da poco, cioè dal 1923, era stato verificato empiricamente” (“I geni in testa, il feto nel grembo”, Bollati Boringhieri). La Duden si chiede se la pillola non sia altro che uno “strumento di automutilazione”. Scegliendola, la donna impartisce “un ordine chimico al proprio corpo”. Un ordine che, a torto, si ritiene facilmente reversibile. Da quell’ordine “normalizzante” in realtà la donna è cambiata nel profondo, nel suo modo di essere e di interagire. Non è affatto liberata ma “decorporeizzata”. Per questo è il caso di riflettere, dice Duden, fuori da ogni sospetto di condanna morale, sul “contesto di questo ‘meccanismo di controllo’ chimico della donna, che sta diventando routine anche in menopausa e oltre”. Un contesto nel quale la biografia femminile rischia “di diventare il protocollo di una gestione di sé completamente affidata alla chimica: la donna gira l’interruttore della procreazione su ‘off’ e poi cerca di rimetterlo temporaneamente su ‘on’, sempre che ci riesca. E già a quarant’anni passa alla pillola ormonale per prevenire non il concepimento, ma l’osteoporosi o l’Alzheimer”. Duden invita quindi le donne a “imparare a decifrare la logica simbolica che hanno ingollato insieme con la pillola”. A darle ragione, le paradossali cifre dei “fallimenti contraccettivi” nei paesi, come la Francia, dove al diffusissimo impiego di anticoncezionali orali (anche le adolescenti possono farseli prescivere dal ginecologo senza autorizzazione dei genitori) corrisponde, da vent’anni a questa parte, lo stesso, inamovibile e altissimo numero di aborti.

Nicoletta Tiliacos

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