Non oggettivo, ideologico, troppo filosofico, poco concreto: con questi giudizi il nuovo presidente americano ha messo alla porta i 18 giuristi, intellettuali e scienziati dell’organo di  consulenza della Casa Bianca nominati da Bush. Il loro vero torto? Non volerlo assecondare sulla sua nuova linea.
Elena Molinari
Tratto da Avvenire del 25 giugno 2009

La scorsa settimana Peter Augustine Lawler ha ricevuto una lettera dalla Casa Bianca che lo informava che i suoi servizi per l’amministrazione non erano più necessari. Il ‘servizio’ che Lawler, preside della Facoltà di Studi internazionali al Berry College, in Georgia, svolgeva per il governo americano era quello di membro del Comitato nazionale di bioetica, organo consultivo del presidente. Era stato nominato nel 2004 da George W. Bush per fornire al capo di Stato Usa, insieme ad altri 17 tra medici, biologi, genetisti e filosofi, riflessioni e consigli sui temi più scottanti della ricerca scientifica: vita, scelte terapeutiche, screening genetici, clonazione, staminali… Il Comitato era incaricato di approfondire la riflessione allo scopo di inquadrare il dibattito nazionale, informando il Congresso, i media e le famiglie.

Lawler ammette che la lettera di Barack Obama non l’ha colto troppo di sorpresa: non è insolito che un nuovo presidente smantelli le commissioni scelte dal suo predecessore, anche se i comitati che indagano sulle implicazioni etiche della ricerca scientifica sono tradizionalmente indipendenti dall’operato dell’amministrazione o del Congresso che li nomina e da quello che gli succede. Ciò che Lawler ha trovato insolito sono le critiche che l’amministrazione ha mosso al Comitato.

Professor Lawler, cosa le ha scritto Obama?
«La lettera diceva che il presidente ‘riconosce il valore di una commissione di esperti in tema di bioetica che fornisca alla sua amministrazione consigli oggettivi e non ideologici’. In una lettera di licenziamento deduco che significa che siamo stati non esperti, non oggettivi e ideologici. Ma mi ha colpito un’altra cosa. Bush ci aveva esplicitamente attribuito la funzione di ‘educare e istruire’ la nazione. Obama sembra invece sostenere che non c’è bisogno di un organismo che allestisce una seria discussione morale e politica se non fornisce risultati concreti».

Da cosa lo deduce?
«Nella lettera il presidente parla della necessità di arrivare a un ‘consenso’ sui temi dibattuti. In pratica Obama vuole certezze, basate ‘sulla scienza e non sulle opinioni personali’. Non condivido questo primato attribuito ai risultati dei vari studi, né penso che l’opinione pubblica debba essere spinta a fornire un consenso a tutti i costi basato sui risultati della ricerca scientifica. La ricerca deve essere il punto di partenza del dibattito, anche perché spesso non fornisce risposte definitive ai problemi che solleva».

Può fare un esempio?
«La natura e l’umanità dell’embrione, dal quale dipende il ‘diritto’ di distruggere embrioni per scopi terapeutici o scientifici. Molti intellettuali divergono nella loro interpretazione degli studi esistenti. All’interno del nostro Comitato, ad esempio, Robert George, docente di Giurisprudenza a Princeton, si è detto convinto che la ricerca dimostri irrefutabilmente che un embrione è un essere umano completo sin dal concepimento. Un altro membro del Comitato, il neurologo Michael Gazzaniga, ha sostenuto invece che per essere umano va inteso chi ha già un cuore e un cervello e che finché non sono formati non si può parlare di ‘uomo’».

Quindi il Comitato è un organismo pluralista, che non sempre giunge a un parere condiviso…
Esatto. Questo succede quando una disputa scientifica con implicazioni morali viene affrontata ai massimi livelli. E mai nessun membro del Comitato ha proposto le sue posizioni sulla base di preconcetti ideologici.

Ma se gli esperti non trovano un accordo sulle questioni bioetiche più delicate, il presidente su cosa può basare le sue decisioni?
«Deve prendere in considerazione le varie posizioni, e poi maturare la sua scelta. La raccomandazione del Comitato, in questi casi, è che cerchi una posizione di compromesso, come peraltro faceva lo stesso Bush. Prendiamo la ricerca sugli embrioni: il governo federale si è limitato sinora a finanziare gli studi basati sulle linee di cellule embrionali già esistenti, non impedendo la ricerca privata. Ma evidentemente nemmeno questa mediazione a Obama è sufficiente».

Un portavoce della Casa Bianca, Reid Cherlin, ha accusato il Comitato di bioetica di essere ‘troppo filosofico’ e di privilegiare il dibattito a scapito della ricerca di ‘opzioni pratiche’…
«Socrate ci ricorda che per gli uomini più ragionevoli le domande chiave della vita spesso non trovano risposta, ma discuterle è importante. Il processo democratico porta a decidere cosa fare sulla base di un confronto che coinvolge la scienza e la riflessione sulla libertà e la dignità umana».

Qualche giorno fa lei ha scritto in un articolo sul Weekly Standard che la infastidisce la perentorietà con cui Obama affronta la discussione sull’aborto. Cosa intendeva?
«Il presidente sembra aver liquidato la questione una volta per tutte, come se la sentenza della Corte Suprema sull’aborto (la ‘Roe contro Wade’, del 1973) avesse risposto in modo definitivo alla domanda sulla natura di un feto. Ma la maggior parte degli americani non è d’accordo, e anzi è profondamente turbata. Nessun dibattito che concerne la vita umana può essere dato per risolto una volta per tutte. E un’amministrazione deve contemplare l’opzione del compromesso.

Obama lo cerca in molti ambiti, dalla riforma sanitaria all’economia. Ma in tema di aborto non sembra disposto ad ammettere il conflitto morale dei suoi concittadini».