di Niccolò Valmori
Tratto dal Quotidiano Meeting il 25 agosto 2010

Un Meeting che aspira alle cose grandi non poteva dimenticarsi di un grande  uomo come John Henry Newman. Il cardinale inglese, convertitosi dall’anglicanesimo al cattolicesimo nel 1845, è uno splendido esempio di come fede e ragione possano collaborare e non opporsi alla ricerca della verità.

Newman fu teologo, storico, filosofo ed educatore che ha lasciato un’ampia traccia dietro di sé. «La portata di Newman – ha sottolineato il professor Onorato Grassi – si comprende da quanti pensatori, scrittori, politici si siano rifatti a lui: da don Giuseppe De Luca a Gilbert Keith Chesterton fino al recentemente scomparso Francesco Cossiga che era un grande ammiratore del sacerdote inglese».

Lo stesso Benedetto XVI si recherà di persona a Birmingham il prossimo settembre per la beatificazione di Newman, fatto questo che evidenzia il legame stretto che c’è tra Newman e l’attuale pontefice. La figura del convertito inglese, non solo è da riscoprire per la grande portata culturale dei suoi scritti e delle sue riflessioni sulla ragione e la fede ma è anche esempio illuminante di apostolato, in una società ostile come quella del XIX secolo, che per molti aspetti ricorda quell’attuale.

A volere con tutte le sue forze un incontro sul cardinal Newman è stato il primate d’Irlanda monsignor Diarmuid Martin, vescovo di Dublino. Durante la sua lunga vita Newman fu anche chiamato, nel periodo dal 1851 al 1857, a guidare l’Università cattolica di Dublino. Nonostante l’insuccesso di quest’opera, l’azione di Newman resta punto di riferimento particolare per la Chiesa d’Irlanda che sta attraversando un periodo molto travagliato a causa dello scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti sui minori. «Allora come oggi – ha sottolineato il vescovo Martin – è urgente che la comunità cattolica cerchi di conquistarsi uno spazio nell’ambito culturale che oggi non ha. L’Irlanda non è più il paese cattolico tradizionalista che molti immaginano ma è fortemente laicizzata e restano delle vestigia della fede ma non una vita che pulsa, una comunità che affascini gli altri». Il primate d’Irlanda ha messo in guardia anche da una riduzione della fede a semplice religione civica, che ognuno si costruisce da sé, prendendo ciò che più gli interessa del messaggio cristiano. «Newman sottolineava che la fede – ha proseguito Martin – non è una semplice adesione intellettuale ma comporta un rischio. I cattolici in Irlanda non devono perseguire il potere come hanno fatto in passato in campo sociale ed economico né devono coprire i propri errori in maniera vergognosa. L’Irlanda ha bisogno di uomini che sappiano come Newman confrontarsi con la modernità partendo da una fede salda».

Se è vero che l’esperienza di Newman a Dublino non ebbe un grande successo, non tutto è andato perduto. Nel cuore della città c’è la sua chiesa, una strana chiesa che passa quasi inosservata. Se si entra un lungo corridoio grigio conduce a un ambiente incredibilmente bello, e diverso dai tristi interni neogotici che caratterizzano molte chiese irlandesi. «Quest’immagine – ha concluso il vescovo Martin – rappresenta la chiesa d’Irlanda ma anche la fede di ognuno di noi. A volte ci sono le crisi, i dubbi che, come il corridoio grigio, sembrano non condurre da nessuna parte, ma in fondo ci attende una luce inaspettata che è la certezza di una fede matura, fondata sulla ragione come quella di Newman».