L’uscita nelle nostre sale del film di Steven Spielberg «Le avventure di Tintin. il segreto dell’unicorno» ha rilanciato il dibattito sulle origini e il significato – se ce n’è uno – delle storie di Tintin. Anche L’Osservatore Romano è intervenuto nella discussione, ricordando le origini cattoliche del personaggio, i riferimenti espliciti allo scoutismo cattolico belga e alle missioni, e quelli impliciti ai valori della cavalleria medioevale che affascinavano il suo creatore e gli ambienti che frequentava.

Confesso di fare parte fin da bambino della schiera dei «tintinofili» e di avere in biblioteca la collezione completa delle storie del piccolo eroe belga. Per chi le conosce e per chi forse vedrà solo il film – anzi i film, perché Spielberg ne annuncia altri due – credo valga la pena di distinguere – senza necessariamente separare – gli albi a fumetti dalla versione cinematografica. Cominciamo dai fumetti. Per gli studiosi di storia del fumetto – ormai, in molti Paesi, una rispettata disciplina accademica – gli albi di Tintin hanno un significato davvero epocale, perché danno dignità e rilievo mondiale a una scuola specificamente europea – detta della «ligne claire», «linea chiara», per la sua particolare leggibilità – che si afferma negli anni 1930 in Belgio e che sfida sul suo terreno l’egemonia degli autori di fumetti statunitensi (i giapponesi verranno dopo).

Questa scuola, tra l’altro, come molti oggi riconoscono, ha un precursore nel francese Joseph Pinchon (1871-1953), che nel 1905 crea il personaggio di Bécassine, la servetta bretone che rappresenta con umorismo la moralità della campagna contrapposta alle pretese un po’ ridicole della città, un personaggio di cui pochi sanno che fu sempre un’eroina preferita dal pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), che l’aveva scoperta da bambino durante un viaggio in Francia. Di questa «scuola belga», senza la quale il fumetto oggi non sarebbe quello che è, l’esponente più importante è proprio Hergé (Georges Remi, 1907-1983), il creatore di Tintin. E per capire Hergé non si può prescindere dai suoi rapporti con la Chiesa Cattolica.

Sbaglia chi li ignora, ma anche chi li semplifica. Philippe Delisle, docente all’Università Jean Moulin di Lione, ha approfondito questi rapporti nel suo Spirou, Tintin et Cie, une littérature catholique? Années 1930 / Années 1980 (Karthala, Parigi 2010), uno studio ricco d’informazioni e che non ha peraltro un carattere apologetico, dal momento che l’autore mostra qua e là la sua scarsa simpatia per il cattolicesimo preconciliare e per quello che chiama il suo «spirito di crociata». Delisle mostra come la scuola belga sia nata all’interno del mondo cattolico e sia stata esplicitamente promossa da ecclesiastici, con intenti di riconquista dei giovani alla fede. Fra questi, un ruolo di primo piano spetta a don Norbert Wallez (1882-1952) il quale riceve dal cardinale Désiré-Joseph Mercier (1851-1926) l’incarico di riorganizzare una parte importante della stampa cattolica belga, compresa quella giovanile. Don Walletz è oggi ricordato con imbarazzo perché, fervente anticomunista, finì per avvicinarsi al movimento filo-nazista belga di Léon Degrelle (1906-1994) e dopo la guerra dovette scontare quattro anni di carcere per collaborazionismo. Fu però don Walletz ad avviare al fumetto Hergé, che considerava come un figlio tanto più dopo il suo matrimonio con la segretaria del sacerdote.

E – anche se Hergé non l’ha mai frequentata – gli ampi successi della scuola belga devono molto all’abbazia benedettina di Maredsous e al suo abate, il beato irlandese dom Columba Marmion (1858-1923), che vi stabiì una scuola di arti visive dove s’insegnava anche la tecnica del fumetto. I primi albi di Tintin – dove certo, come ha rilevato anche L’Osservatore Romano, i riferimenti espliciti alla religione rimangono relativamente rari – sono tutti intrisi di uno spirito cattolico e anticomunista inequivocabile. La prima storia, «Tintin nel paese dei Soviet», del 1930, è una denuncia feroce del totalitarismo sovietico, molto più dettagliata e puntuale di quanto potevano offrire allora molte opere di saggistica. il secondo albo, «Tintin in Congo», del 1931, non è – come molti hanno scritto – un’apologia ingenua e senza riserve del colonialismo belga, ma è certamente un’apologia delle missioni cattoliche belghe e dell’eroismo dei missionari.

Dopo la Seconda guerra mondiale, le cose cambiano. Hergé abbandona la moglie per la segretaria, e con questo gesto di rottura con il passato si allontana pure dalla pratica cattolica, così come cerca di fare dimenticare i rapporti politici di destra. Negli ultimi anni arriverà a descrivere il cattolicesimo degli anni d’oro di Tintin come un mero fatto di tradizione, mai veramente e profondamente sentito. Questa però, secondo Delisle, è la ricostruzione tardiva di un uomo amareggiato. L’impegno nell’associazionismo cattolico e la fede del creatore di Tintin prima del secondo conflitto mondiale lasciano davvero pochi dubbi sulla loro sincerità. E anche quando Hergé ha ormai lasciato la fede, le storie di Tintin lasciano sempre trasparire almeno una nostalgia per gli ideali cattolici, scoutisti – ma dello scoutismo belga cattolico e conservatore – e cavallereschi degli anni in cui il personaggio era stato creato.

Certo, Hergé è un grande maestro del fumetto per tante ragioni. Un altro libro recente, «Le Lotus Bleu decrypté» di Patrick Mérand e Li Xiaohan (Sépia, Saint-Maur-des-Fossés 2009), mostra come una famosa storia di Tintin, «Il Loto Blu» (1936), è fedelissima al contesto della Cina di allora: tutti i caratteri cinesi delle vignette sono riprodotti in modo esatto. E questo avviene su suggerimento di tre sacerdoti, fra cui il solito don Wallez, che mettono Hergé in contatto con lo scultore cattolico cinese Chang Chong-Jen (1907-1998), che diventa un personaggio del «Loto blu» e un grande amico dell’autore belga. Dunque, il cattolicesimo di Hergé ha una storia tormentata, ma tutto Tintin conserva l’impronta cattolica delle origini, e mette in scena un cavaliere moderno le cui scelte si spiegano spesso con gli ideali dello scoutismo cattolico degli anni 1930.

Che ne è del film? Come (quasi) tutti i film di Spielberg, la tecnica è sopraffina e la cura del particolare e del riferimento avrebbe fatto contento Hergé. Tintin è il cavaliere senza macchia e senza paura, anche se ai ragazzi di oggi apparirà forse un po’ troppo perfettino e secchione. L’itinerario cattolico dal peccato alla redenzione si ritrova semmai nel suo grande amico, il capitano Haddock, che supera la tentazione dell’alcolismo nel momento della difficoltà e si rivela anch’egli un cavaliere e un eroe. I buoni valori ci sono, certo riletti attraverso il paradigma dell’eroe di Spielberg per eccellenza, Indiana Jones: e il regista americano ha più volte raccontato che si è battuto per ottenere i diritti per una versione cinematografica dell’eroe di Hergé proprio dopo avere sentito tanti critici europei paragonare Indiana Jones a Tintin.

Quelli che mancano nel film non sono i valori di Hergé, ma il suo disegno, l’inimitabile «linea chiara», che forse avrebbe potuto essere avvicinata dal disegno a mano di vecchi cartoni disneyani come «Biancaneve» o «Cenerentola», non certo dai computer e dalla tecnica della «motion capture» di Spielberg – dove il computer trasforma in cartoni i movimenti di attori umani – per quanto usata con maestria. C’è dunque da sperare che molti siano indotti dal film ad andarsi a rileggere gli albi di Hergé. Ma, in tempi di «indignados» sfasciatutto, per entusiasmarsi per un ragazzo per bene come Tintin, che di fronte alle ingiustizie si rimbocca le maniche e anziché limitarsi a strepitare fa qualcosa di concreto per contrastarle, può bastare – almeno come inizio – anche il film.